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Flaminio Gualdoni
Leggi i suoi articoliBisogna riflettere, in queste stagioni in cui gli artisti sulla cresta dell’onda si sottopongono e veri e propri tour de force inventivi, sulla loro capacità di reggere sul piano qualitativo.
Il sistema, certo, non li abbandona mai e fa passare a prescindere per capolavoro ogni frutto del loro lavoro: fa tutto parte del gioco delle mediazioni, e ogni opera mette in circolo tonnellate di denaro, per cui «tout se tient». Resta però il fatto che quando un artista, il cui destino pubblico si compie in tempi molto ristretti, si ritrova a mezza età, deve inventarsi qualcosa che gli consenta di continuare a fare notizia quando ormai si è giocato tutti gli aut aut. E la faccenda non si presenta facile.
Un caso macroscopico è, da questo punto di vista, Anish Kapoor (Bombay, 1954). Nel 1991 vince il Turner Prize, e nel 2012 è già lì a costruire, per Londra, l’ArcelorMittal Orbit, una faccenda gigantesca e francamente farraginosa il cui pregio maggiore è evocare su di sé il fantasma di Gustave Eiffel. Improprio definirla arte pubblica, dimensioni a parte. È piuttosto una versione Disney di un pensiero esile, perfetta sorella di «Cloud Gate» (2004), il fagiolone riflettente di Chicago, messo lì per consentire agli spettatori di giocare a sentirsi moderni e farsi un sacco di selfie.
Kapoor ha solo cinquant’anni quando realizza «Cloud Gate» e ormai lavora a riedizioni della sua idea. Adesso ha sfornato, fresco fresco, un altro «fagiolo» a New York, letteralmente conficcandolo in un edificio di appartamenti al 56 di Leonard Street, Tribeca: ciumbia, l’hanno progettato Herzog & de Meuron, ne parlerà tutto il mondo, siamo al massimo della figaggine.
È un’opera sensata? Magari anche no. Dopo vent’anni in cui, tenace nei miei amori, ho pensato che Kapoor fosse lo scultore più interessante della mia generazione, questa volta non ce la faccio a non considerare che ha fatto, da par suo per carità, un marchettone mediocre, che nulla aggiunge alle sue glorie ma molto toglie al suo prestigio, in vistosa assenza di qualità. Anche di quest’opera si sa molto: quanto pesa, quanto è costata, le misure raggiunte, con il corollario di quanto costano gli appartamenti, ecc. Quando per un’opera si parla di pesi e di misure e di costi e basta, è evidente che non è un buon segno.
Che il mestiere del critico sia cambiato molto e in poco tempo, in modi anche opinabili, è un fatto. Ma che ci si debba ridurre a fare gli immobiliaristi di complemento, mi sembra francamente troppo.
La nuova opera di Anish Kapoor a New York, molto simile al «fagiolo» gigante («Cloud Gate», 2004) che aveva realizzato a Chicago
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