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Una veduta della mostra «John Currin: Memorial», Gagosian Gallery, New York, 2021

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Una veduta della mostra «John Currin: Memorial», Gagosian Gallery, New York, 2021

John Currin per palati grossier

L'ultimo pittore che la potente Gagosian corporation lancia dispiegando i suoi altrettanto potenti mezzi è una abile montatore di iconografie «disoneste»

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Flaminio Gualdoni

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E poi c’è John Currin, uno nato nel 1962 che ora la potente Gagosian corporation lancia dispiegando i suoi altrettanto potenti mezzi. È un pittore dotato di un buon talento manuale e di una naturale astuzia nel montare le sue iconografie: ci mette un po’ d’antico, che è sempre tranquillizzante e fa fico, cita l’arte fiamminga e insieme Norman Rockwell, ovvero è abile nel mescolare alto a basso e produrre una pittura che tranquillizzi l’acquirente non troppo colto e non in grado di sopportare le mattane visive di Jeff Koons, con tutto quello che costano. Ci mette, inoltre, molto sesso perché, guarda un po’, ha capito che il nudo femminile tira ancora molto, visto che l’algoritmo dei social continua a imperversare.

E qui sferra il colpo, non proprio di genio ma insomma, tocca contentarci, di esagerare molto, sino alla sgradevolezza, parodiando gli eccessi tipicamente pornografici ormai in voga: le sue donne hanno sempre tette enfatizzate sino al grottesco, hanno pose lesbo (maschi mai, il cliente non apprezzerebbe) che, se vuoi essere gentile, citano i rilievi indiani antichi che declinano il Kamasutra, se lo sei meno riprendono le cose pornografiche di cui il web è pieno: più che Playboy, lo stile Penthouse, per dire, o delle riviste danesi e svedesi che andavano forte negli anni Sessanta (ricordo ancora con tenerezza i pacchi di riviste che si scambiavano Turcato e Guttuso ai tempi, per guardarsi modelle e pose osé: Turcato ne faceva un uso privatissimo, Guttuso no).

Insomma, Currin si è inventato un ricettario elementare ma in cui non manca niente, e combina le sue cose a freddo, perché sia ben chiaro che a lui il metro della storia della pittura interessa solo in quanto bigino per gonzi. Per dire, basta riguardarsi le opere dell’ottocentesco William Etty, uno che già faceva pittura storica pensando più alla carne delle modelle che alla mitologia, per capire che quello almeno ci provava, mentre ora il gioco di Currin è proprio mirare al cuore di quella che un tempo si diceva l’iconografia «disonesta», farne merce buona per l’oggi, all’insegna dello sdoganamento di qualsiasi vaccata.

Ora, una constatazione sorge evidente. Gagosian aveva bisogno di «coprirsi a destra», cioè di accontentare la clientela di palato grossier che vuole ancora appendersi un quadro al muro, possibilmente con cose a una fascia di prezzo non terroristica. Il nostro è perfettamente adatto alla bisogna: è un pittore classico il giusto, facile ma con un elemento di raccontabilità elevato, e per di più fa dei nudi enfatici e, nel modo loro, lascivi. Il suo prezzo è diventato, per gli standard americani, abbastanza alto da interessare un grande mercante, ma comunque non di fascia veramente alta.

Che cosa gli manca? Detto in buon francese, la «raison d’être». Insomma, Currin è un grande conoscitore di tutti gli ingredienti, ma i piatti che gli escono dalle mani sono delle possenti ciofeche. Mi fa venire in mente quello che scriveva Terry Southern a proposito del suo mitico regista Boris Adrian (Blue Movie andrebbe riletto spesso), famoso al punto da mettere insieme un alto budget e da voler girare un film porno che sarebbe stato «di qualità» perché le sue cose erano a prescindere, arte. Una cosa così, ma senza neanche un po’ d’ironia.

Una veduta della mostra «John Currin: Memorial», Gagosian Gallery, New York, 2021

Flaminio Gualdoni, 27 gennaio 2022 | © Riproduzione riservata

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