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Miguel Gotor

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Gotor vorrebbe Roma meno provinciale e meno pigra

Gli obiettivi imprescindibili del neoassessore alla Cultura: «Roma è convinta che le basti essere di una “grande bellezza” per competere con le altre capitali del mondo, ma ha gli stessi turisti di Versailles...»

Guglielmo Gigliotti

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Miguel Gotor (Roma, 1971) è da novembre, nella Giunta del sindaco Roberto Gualtieri, a capo dell’Assessorato alla Crescita culturale. Docente di Storia moderna all’Università di Roma Tor Vergata, senatore nel 2013-18 eletto nel Pd (poi passato ad Articolo 1), Gotor è anche autore di saggi su santi, eretici e inquisitori nel Cinque e Seicento, oltre che di storia del Novecento, con affondi nel caso Moro.

Che cosa pensa che possa fare la cultura dopo la pandemia?
Se riuscissimo a usare la cultura per ridare una nuova identità a questa città e fare ritornare, quando sarà possibile, le persone, soprattutto i giovani, di nuovo insieme, sento che avremo fatto quello che dovevamo fare. Ora come ora la cosa più difficile è pensare il futuro di una serie di luoghi di sociabilità come il teatro, la musica, il cinema, i musei. Pensare il futuro dentro un presente malato non è semplicissimo perché si lavora con la speranza e basta. E non basta. Una cosa mi è chiara: questa esperienza prima o poi finirà, ma non saremo più come prima. La cultura di oggi dovrà essere in grado di comprendere e interpretare questo cambiamento antropologico, psicologico e sociologico che è avvenuto dentro di noi e nelle relazioni con i più giovani e i più anziani.

La stratificazione storica di Roma è più zavorra o più opportunità per il suo futuro?
Senza dubbio un’opportunità. Roma è un museo a cielo aperto e ogni suo angolo ha una densità storica che fa venire le vertigini. C’è un tema di responsabilità, ossia di conservazione e di tutela, e un tema di innovazione e di cambiamento. Trovare il punto di contatto tra questi due momenti è l’aspetto cruciale. L’antico a Roma è così evidente ed esibito che rischia di schiacciare le potenzialità e realtà già esistenti legate alla contemporaneità che vorrei organizzare meglio e rendere visibili su scala internazionale.

Che cosa farete per il Giubileo del 2025 e per Expo 2030?
Il primo appuntamento è sicuro, il secondo è una candidatura che Roma deve vincere. Sono due straordinarie occasioni, come ha dimostrato il Giubileo del 2000 che la giunta Rutelli (1993-2001) seppe cogliere in pieno. Diverso il discorso dell’Esposizione universale che Roma attende dal 1942. Come ha spiegato il sindaco Gualtieri, il nostro obiettivo è fare della rigenerazione urbana il cuore di Expo 2030 perché la sfida che stiamo affrontando è quella di ripensare il rapporto tra le persone e l’abitare urbano. Stiamo già lavorando a migliorare il decoro di Roma e di alcune sue parti, penso all’area «biglietto da visita» di piazza dei Cinquecento (davanti alla stazione Termini, Ndr), in stretto coordinamento con il Ministero della Cultura.

Qual è la formula per mettere la periferia «al centro»?
Centro e periferia non sono categorie statiche né dello spirito. Bisogna fare centro fuori dal centro e portare la cultura dove i cittadini non si aspettano di trovarla. I dati sociologici ci dicono che le disuguaglianze, le povertà, i tassi di scolarizzazione o le aspettative di vita si sono differenziate anche all’interno di uno stesso quartiere. Prima non era così, la dicotomia centro/periferia era più chiara e quindi era più semplice agire. Per essere concreti: è giusto portare la cultura in periferia, ma mi sembra sacrosanto fare in modo che un romano nato e cresciuto in periferia abbia servizi (compresi metro e autobus) verso il centro e poter vivere da protagonista la sua offerta culturale.

Che cosa farà per i lavoratori della cultura in crisi per la pandemia?
I dati che arrivano sono impressionanti (l’affluenza nei cinema segna un -73% rispetto a 2 anni fa). Bisogna prendere misure sensate, non inutili. La questione non è solo economica (seppur fondamentale), ma anche di nuova organizzazione della proposta culturale. Ad esempio, ci sono nuove possibili risorse dalle reti di impresa, un business innovativo post Covid-19 fondato sulla collaborazione: questo modello può essere applicato anche alla filiera culturale a partire dal principio che l«’unione fa la forza» e aumenta la massa in grado di competere.

Ha un suo luogo prediletto? 
Sono cresciuto a Trastevere e amo molto questo quartiere, so riconoscere il suo cambiamento nel tempo e ciò che è rimasto intatto. La piazza che preferisco è Santa Maria in Trastevere, un po’ perché ci giocavo da bambino, un po’ perché mi pare splendida nella sua semplicità che contrasta con quei mosaici dorati lungo la facciata della basilica, l’unica chiesa senza scalini, che sembra aprirti le porte guardandoti negli occhi. La notte quando quei mosaici sono illuminati sono straordinari. Sono attratto dalle parti di archeologia industriale e dai quartieri che portano incisa la loro evoluzione da realtà industriale a postindustriale. Penso a Ostiense, Portuense, San Lorenzo...

Considera rilevante la spirito del tempo in un’opera d’arte?
Ogni grande opera è tale quando è capace di intercettare lo spirito del suo tempo. Ma questo incontro deve mantenere sempre una smarginatura e non presentarsi come immediato e plateale. Serve un riconoscimento che duri sul piano culturale e la misura della durata è dato dalla critica storica.

Da studioso delle figure ereticali del Cinque e Seicento, c’è qualcuno dei «santi stravaganti» (come li definisce) o degli eretici, che sente particolarmente vicino?
Senza dubbio Filippo Neri, «er Pippo bono» dei rioni di Roma che ha abitato l’area intorno alla Vallicella nella seconda metà del Cinquecento. Tra gli eterodossi che furono giudicati eretici dall’Inquisizione romana, la figura più complessa ed eccezionale rimane quella del domenicano Giordano Bruno. Ho un grande rispetto per il suo sacrificio.

Nella sua visione, che cosa deve cambiare a Roma e che cosa deve assolutamente rimanere?
Vorrei una città meno provinciale, più aperta al cambiamento e all’internazionalizzazione. Che sia meno pigra o convinta che le basti essere di una «grande bellezza» per competere con le altre capitali del mondo. Nonostante il suo patrimonio artistico, Roma è la 15ma città al mondo come numero di turisti e in Europa è sopravanzata da Londra e Parigi. Ha gli stessi turisti di Versailles, circa 10 milioni l’anno. Forse abbiamo un problema e possiamo fare meglio.

Quali risultati vuole assolutamente raggiungere nei suoi 5 anni da assessore?
Che il Teatro Valle sia riaperto. Che alcuni cinema di proprietà comunale, penso all’Airone, siano restituiti al pubblico. Che nascano nuove biblioteche comunali e che l’attuale sistema diventi più efficiente e con orari più legati ai bisogni dei cittadini. Che sia accelerato lo stato di avanzamento di due nuovi grandi progetti museali, il Museo della Scienza e quello di Roma. Vorrei che tra le carceri e l’Assessorato alla Cultura si trovassero forme di collaborazione che aiutino i detenuti a vivere meglio la reclusione. Che ci fossero numerose bande attive nei diversi quartieri e una proposta musicale, teatrale, cinematografica e operistica in relazione con i ragazzi e le scuole. Vorrei che la proposta di Roma contemporanea, sul piano artistico, dalla fotografia, alla moda, alla pittura, alla scultura, fosse più visibile, organizzata e internazionale. Che aree come il Mattatoio, Santa Maria della Pietà e Colle Oppio trovassero una nuova identità e funzione al servizio della città. Che ci fossero un paio di festival legati alla storia e un’Estate romana che recuperi la sua natura originaria. Vorrei che riprendesse il progetto di riqualificazione delle mura aureliane e che i romani potessero usare anche la riva sinistra del Tevere. Mi fermo: mia nonna diceva sempre che l’erba voglio cresce solo nel giardino del re.

Nel 2002 il Comune ha concesso all’Accademia di Belle Arti l’uso di spazi del Mattatoio, ma solo una parte è fruibile, per l’occupazione di un privato. Che cosa si può fare?
È una questione annosa e una bella metafora delle difficoltà di chi amministra Roma. Tutto il padiglione 26 dell’ex Mattatoio è utilizzato sin dagli anni Ottanta come stalla per i cavalli e rimessa per le «botticelle» (le carrozze trainate da cavalli, Ndr); è stato dichiarato inagibile dalla Commissione Stabili Pericolanti. Qualche anno fa si cercò di porre rimedio realizzando appositamente delle stalle all’interno di Villa Borghese, ma questa soluzione, avversata dai proprietari delle «botticelle», fu bloccata per irregolarità procedurali e non risulta praticabile. Dovremo reincontrare le parti, ma soprattutto trovare una soluzione alternativa per liberare il padiglione 26 e consentire all’Accademia di Belle Arti di entrarne in possesso. 


Che cosa va a Roma
• Efficienza del sistema «Musei in Comune» e relativa Mic card;
• Ritorno dopo 10 anni di una fiera d’arte contemporanea: Roma Arte in Nuvola;
• Attenzione alla ricerca archeologica;
• Attenzione all’arte giovane.
Che cosa non va a Roma
• Insufficiente supporto ai lavoratori del turismo in crisi per il Covid-19; 
• Stadio di calcio della Roma nel quartiere Ostiense;
• Inadeguatezza dei trasporti urbani per cittadini e turisti;
• Sampietrini «storici» ma pericolosi per motoveicoli, automobili e pedoni;
• Proiezioni luminose su antichi monumenti o edifici.
[Guglielmo Gigliotti]

Questa è la terza delle interviste ai nuovi assessori comunali alla Cultura dopo:
Tommaso Sacchi di Milano
Rosanna Purchia di Torino
 

Miguel Gotor

Guglielmo Gigliotti, 16 febbraio 2022 | © Riproduzione riservata

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