Tommaso Sacchi: «Voglio una Borsa della Cultura»

Il nuovo assessore di Milano annuncia che «nei prossimi 5 anni il contemporaneo sarà protagonista»

Tommaso Sacchi. Foto: Daniele Mascolo
Ada Masoero |  | Milano

Sebbene si sia fatto conoscere nel mondo della cultura per la sua carica di assessore alla Cultura di Firenze dal 2019 fino allo scorso ottobre (dopo i precedenti cinque anni come coordinatore di progetti culturali nella segreteria del sindaco Dario Nardella), Tommaso Sacchi è milanese per nascita, studi e formazione professionale e politica. A Milano è nato nel 1983, e qui si è laureato in Scienze della Comunicazione all’Università Statale, con un successivo master in Gran Bretagna.

E a Milano ha lavorato, affiancando dal 2011 al 2013 l’allora assessore alla Cultura Stefano Boeri nella sua complessa esperienza nella giunta Pisapia. Ora è tornato nelle stesse stanze dov’era allora ma da assessore alla Cultura, chiamato dal sindaco Beppe Sala, che lo ha amichevolmente «strappato» a Nardella. È tornato in una realtà completamente trasformata (anche, ma non solo, dalla pandemia), ma forte anche di un’esperienza che, con i dovuti adeguamenti, potrà mettere a frutto qui. Con lui parliamo dei suoi progetti per Milano.


Assessore Sacchi, a Firenze lei ha puntato molto sulla contemporaneità e sulla cultura partecipata (specie con l’Estate Fiorentina). Porterà queste esperienze nel suo mandato milanese?

L’esperienza fiorentina è stata totalizzante, circolare e davvero straordinaria per il rapporto che è nato tra città e arte contemporanea e anche per la capacità della città, nell’intreccio tra arte e pratiche performative, di sviluppare un palinsesto come quello dell’Estate Fiorentina, che rimette al centro le istituzioni, il mondo del terzo settore culturale, dell’industria culturale, dei curatori, degli operatori. Firenze è diventata una sorta di città laboratorio della cultura. Queste due pratiche sono dentro di me, nel mio modo di fare politica nella cultura.

Sicuramente, con tutte le differenze del caso (Firenze conta 380mila abitanti, Milano quasi due milioni) il tema è traslabile, seppure su un’altra scala: è una pratica che ha dato frutti generosi, ma non intendo certo replicare dei modelli. Del resto Milano, grazie al rapporto pubblico-privato, ha già fatto un passo da gigante sul tema delle pratiche del contemporaneo. La Fondazione Prada e l’HangarBicocca, promossi da due grandi gruppi internazionali come, appunto, Prada e Pirelli, hanno fatto di Milano l’unica grande città europea d’Italia; l’unica in grado di interagire su un piano paritario con Parigi, New York, Berlino, Londra, Barcellona. Milano è una porta d’Europa e, non a caso, moltissimi artisti l’hanno scelta come residenza e luogo di produzione.



Ne ha già incontrato qualcuno?

Certamente, ho iniziato a visitare degli studi nelle aree più sperimentali della città, come via Padova o il Sud di Milano, e ho anche incontrato artisti famosi come Maurizio Cattelan, Luca Pignatelli, Francesco Vezzoli, perché credo che chi ha la responsabilità amministrativa, politica e culturale di una città come Milano abbia anche il dovere d’intercettare queste intelligenze diffuse.


Punterà quindi soprattutto sul contemporaneo e su un’arte diffusa nelle aree periferiche?

Al centro del mio mandato di politica culturale saranno l’arte contemporanea e la valorizzazione dei poli museali cittadini: nei prossimi cinque anni il contemporaneo sarà protagonista a Milano. Intendo ragionare in maniera molto seria sul tema dell’arte pubblica perché penso che Milano sia una città che sul rapporto tra arte e piazza (il luogo più aperto, più democratico e più accogliente per un dialogo con gli artisti di oggi) possa insistere di più. Senza contare che la pandemia ha cambiato la dimensione della socialità. Le persone oggi hanno una tensione verso gli spazi aperti, sicuri, che permettono un ritorno alla vita sociale ma in sicurezza: piazze e giardini rispondono anche a questo bisogno.

Milano, poi, ha tutte le caratteristiche urbanistiche per poterselo permettere. Tuttavia, i sette anni fiorentini, durante i quali ho lavorato con artisti internazionali (Jeff Koons, Anthony Gormley, Jan Fabre, Marina Abramovic, Ai Weiwei, Francesco Vezzoli) mi hanno però insegnato che il rapporto tra piazza e gesto artistico non è mai un rapporto semplice. Sarebbe sciocco dire «riempiamo le piazze di arte». Occorre lavorare su una relazione tra spazio pubblico e arte che tenga conto di aspetti di natura storica, filologica, urbanistica. Tutti i progetti che ho fatto a Firenze nell’arte pubblica sono nati con una «site specificity» legata alla morfologia, alla semantica, alla storia del luogo.

E in una città policentrica (quale sta sempre più diventando Milano) penso che ci debba essere un’osmosi tra centro e reti di cintura, per stimolare una produzione diffusa che la coinvolga per intero. Questo, del resto, è il mandato che mi ha affidato il sindaco Sala, e che intendo realizzare puntando sulle specificità nelle diverse aree: ci sono zone in cui c’è molta musica, altre in cui è nato un certo tipo di rap, altre che hanno più arte visiva o plastica, altre legate al mondo del design. Vorrei trovare delle attinenze tra le realtà produttive e questa città policentrica. Stiamo perciò realizzando una mappatura.



Parlava di poli museali (ed espositivi) della città: quale sarà la sua politica su un luogo come Palazzo Reale, che ha saputo attrarre moltissimi visitatori con una programmazione che (salvo alcuni casi, come per esempio l’attuale mostra sul corpo di Francesca Alfano Miglietti) ha puntato su un pubblico tradizionale?

Stiamo parlando del secondo punto del mio programma: il rapporto tra Palazzo Reale e il Pac, che intendo consolidare partendo dal lavoro molto serio che è già stato fatto in passato. Palazzo Reale è nel cuore della città, in un luogo simbolico come Piazza Duomo, e ha un corpo architettonico adatto a esposizioni di natura molto diversa. È grande centro espositivo che (fra i pochi in Italia) riesce a inaugurare contemporaneamente quattro-cinque mostre tanto diverse: oggi si va da Monet a una mostra di dirompente ricerca come «Corpus Domini» di Francesca Alfano Miglietti, con l’omaggio a una figura gigantesca quale è stata Lea Vergine.

Poi c’è il Pac, una Kunsthalle capace di ospitare al meglio, pur nelle sue dimensioni raccolte, la migliore arte contemporanea. Credo che si debba lavorare sui rapporti tra istituzioni: già succede ma mi adoprerò per stimolare sempre più questa relazione virtuosa. Anche perché, con Diego Sileo, Domenico Piraina, Francesca La Placa e l’intero gruppo che ci lavora, negli ultimi dieci anni il Pac ha portato a Milano una riflessione importantissima sul rapporto arte-società, arte-politica (pensiamo a Teresa Margolles, Regina José Galindo, Marina Abramovic...). Quindi intendo conservare questa dimensione politica e farne anche una sorta di contrappeso rispetto a ciò che avviene in Palazzo Reale, come fossero due vasi comunicanti che si aiutano ad alzare sempre più il livello della programmazione.



Resta però il problema dei finanziamenti.

Questo è un grandissimo tema che voglio lanciare proprio con «Il Giornale dell’Arte»: mi piacerebbe strutturare una «Borsa della Cultura», perché penso che Milano sia matura per iniziare a pensare di presentare ai privati, in maniera giusta e autorevole, la sua ricchissima capacità di produrre. Vorrei trovare una chiave per creare un luogo dove si mettano insieme le idee e la programmazione culturale urbana, per attrarre un mondo di privati che a Milano esiste, ma che va stimolato in modo razionale. Perché oggi Milano è una città che ha, anche, una forte creatività.

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