Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image PREMIUM

Installazione di Hito Steyerl, «The Tower» nella mostra «Slip.Stream.Slip. Resistence and Velocity in Game Engine Culture Part 2» a cura di Valentino Catricalà, 2022, Manchester

Image PREMIUM

Installazione di Hito Steyerl, «The Tower» nella mostra «Slip.Stream.Slip. Resistence and Velocity in Game Engine Culture Part 2» a cura di Valentino Catricalà, 2022, Manchester

La rivoluzione dell’arte contemporanea secondo Valentino Catricalà

Il curatore romano, oggi impegnato in Arabia Saudita, racconta le sue esperienze in giro per il mondo: «Stanno entrando nuovi attori e stanno scomparendo vecchie logiche»

Guglielmo Gigliotti

Leggi i suoi articoli

È tra i maggiori esperti delle nuove frontiere dell’arte contemporanea. È italiano, ma vive in Arabia Saudita, nella capitale Riad. Valentino Catricalà, romano, 42 anni, è stato direttore della Modal Gallery presso la Soda-School of Digital Art di Manchester. Ora sta lavorando alla creazione di un grande progetto museale per il Ministero della Cultura dell’Arabia Saudita. Ha curato mostre di Bill Viola, Peter Greenway e Dara Birnbaum, tra le tante, ma anche «Euphoria. Art is in the air» al Grand Palais di Parigi (480mila visitatori), dopo aver collaborato con MaXXI, Fondazione Prada, Palazzo delle Esposizioni, Ermitage, Quadriennale, Media Center di New York, Fondazione Stelline di Milano e Ca’ Foscari a Venezia. Ha scritto ampi saggi su Michelangelo Pistoletto e Vincenzo Agnetti, nonché numerosi studi sull’arte digitale, la video arte e l’Intelligenza Artificiale. Fino al 29 luglio 2026 sarà visibile, presso Forof a Roma, la mostra di Alicja Kwade, da lui curata, e fino al 3 maggio quella su Armando Testa al Palazzo delle Papesse a Siena. È un globetrotter della cultura contemporanea, e in questa intervista ci racconta la sua visione sulle dinamiche dell’arte in un mondo che cambia.

Quali sono le principali caratteristiche del mondo dell’arte attuale?
Il mondo dell’arte sta mutando profondamente. O, meglio, è in cambiamento costante, e lo è sempre. Il punto è capirne gli sviluppi, le direzioni e le necessità. Ed è questa la cosa più difficile, ciò che ho cercato di fare nel mio viaggio tra Roma, Parigi, Manchester e ora Riad. Tre emisferi, tre modi differenti di guardare all’arte contemporanea: l’Europa del Sud, quella del Nord e il Medio Oriente. A Roma ho imparato la flessibilità, la necessità di inventare sempre nuovi modi, e il bisogno di nuove idee. A Manchester, invece, ho trovato un approccio molto più imprenditoriale, basato su «Kpi» (Key Performance Indicators) e «deliverable», sul bisogno di trovare sempre partner e finanziamenti, fattori che ti costringono a pensare i progetti culturali in una logica nuova, ma anche a stimolare nuove idee per la cultura. Questi cambiamenti sono parte di una riconfigurazione generale del mondo dell’arte. Stanno entrando nuovi attori e stanno scomparendo vecchie logiche. Non possiamo ignorare il fatto che i soldi per la cultura sono in radicale ridimensionamento, come non possiamo ignorare l’emergere di nuove realtà geografiche, quali l’India, la Cina e il Medio Oriente; e l’entrata nel mondo dell’arte di realtà fuori dai finanziamenti classici alla cultura, società private tecnologiche, di entertainment, ecc. In Medio Oriente questo cambiamento è più evidente. Sta emergendo un modo nuovo di concepire l’arte contemporanea, che unisce l’approccio internazionale con quello locale, un approccio che fa sfumare i confini tra pubblico e privato, in cui la collaborazione con aziende private fuori dagli ambiti classici di finanziamento dell’arte è normale. 

Come cambiano i musei?
Il museo è l’entità che più sta cambiando in questo contesto, soprattutto dopo la pandemia, un periodo che probabilmente non abbiamo ancora digerito. Luoghi tematici nati come depositari della preservazione e del racconto della storia e del presente di una cultura devono affrontare oggi grandi cambiamenti. In particolare quelli di arte contemporanea, che vivono delle vitalità di un sistema in costante evoluzione, essendo un sistema basato su artisti, curatori, collezionisti, viventi che producono e agiscono all’interno delle nostre società. I musei oggi sono organismi complessi: non sono solo spazi per realizzare delle mostre, ma spazi di socializzazione, di creazione di comunità. In questo la cultura può ritrovare un atteggiamento politico, creare comunità attraverso processi artistici. Ma per fare ciò il direttore non deve solo avere capacità curatoriali, ma deve pensare il museo come organismo. Questa necessità deriva dai cambiamenti sociali che stiamo vivendo, ma anche da necessità concrete, come il taglio dei finanziamenti e il bisogno di nuovi pubblici. Il direttore, dunque, deve essere in grado di avere una visione curatoriale che possa attribuire un’identità al museo, dargli una narrativa, ma anche che sia in grado di coinvolgere attori fuori dal mondo dell'arte, capacità nuove di team building, nuove modalità di fund raising, e progettualità che si affiancano alla mostra classica. 

Il digitale sta cambiando la nostra vita. Cambia anche l’arte?
Certamente, il digitale ha cambiato radicalmente le nostre vite. Ma allo stesso tempo ci siamo resi anche conto di quanto abbiamo bisogno del non digitale. Una lezione che ci ha dato la pandemia: pensavamo che tutto sarebbe stato online, zoom, remote working… e, invece, ci siamo ritrovati con la necessità di rincontrarci, viaggiare, di fare meeting in presenza. E così nell’arte, sempre più in quella nebulosa tra online e offline, che il filosofo Luciano Floridi chiama «onlife». Il modo di usare i media delle nuove generazioni è molto diverso da quello delle generazioni precedenti, in cui esisteva una divisione di media più netta. Oggi il rapporto è più fluido tra media diversi, tecnologici e non. È un’epoca che è stata definita «postmediale», o anche «postdigitale». Ce lo spiega Tim Ingold: la rivoluzione digitale è finita, semplicemente perché il digitale non ce lo possiamo permettere, troppo costoso e distruttivo per il pianeta. Molti artisti stanno riflettendo su queste tematiche estremamente stimolanti, pensiamo a tutto il discorso intorno all’Antropocene. E così anche i musei, devono pensare a nuovi modelli per l‘innovazione, nuovi modelli non «techno-centric». È parte delle ricerche che sto sviluppando ultimamente: cercare nuovi modelli di innovazione per i musei. 

L’Intelligenza Artificiale in arte è una minaccia o un’opportunità?
Per iniziare dovremmo dire che l’innovazione tecnologica come minaccia, o come entusiasmo, è un qualcosa che ci portiamo dietro sin dai tempi della Rivoluzione industriale. La macchina diventava qualcosa di sempre più presente nelle nostre vite e iniziò così questo strano rapporto con la tecnologia, sempre preso tra annullamento dell’uomo o aumento delle possibilità umane. È ciò che ho analizzato nel libro Le meraviglie dell’avanguardia (Carocci, 2024). Su questa linea è ciò che vediamo oggi con l’Intelligenza artificiale, con una potenza forse senza precedenti. L’Intelligenza artificiale non è uno strumento, un medium, una tecnica. È un processo di algoritmi in costante evoluzione che processano dei dati, li comprimono e danno dei risultati. Non c’è nulla di intelligente in questo. Per questo non è un pericolo, ma un potenziale nuovo assistente. Gli artisti più bravi sono quelli che non usano filtri preconfezionati, che non buttano dentro la macchina dati e aspettano il risultato che questa produce, ma sono coloro che riescono a collaborare con la macchina, a creare un rapporto di fiducia e cooperazione. Fino al punto che l’artista diventa un motore per l’innovazione, lo vediamo in Ian Cheng, che ha creato una società, la Opponent Systems, con la quale ha realizzato un software per creare le sue opere, o gli ultimi sviluppi di Neil Beloufa e di molti altri. Nuovi modelli che stanno nascendo nell’arte contemporanea che ho approfondito nel mio libro The Artists as Inventor (Rowman & Littlefield, 2021). 

Conosce bene il panorama internazionale dell’arte: l’Italia a che punto sta?
Penso sempre che l’Italia sia un caso strano. Un Paese così amato culturalmente, così rispettato e conosciuto, ma che non riesce più ad imporsi sulla scena internazionale dell’arte contemporanea. Se si va alle fiere internazionali c’è ancora molta Arte Povera, un po’ di Cattelan, e qualche altro artista un po’ più internazionale e basta. Sicuramente non è un fatto di qualità del lavoro, non possiamo dire che improvvisamente l’Italia non ha più talenti. Di artisti ce ne sono e sono bravissimi. Io credo che la questione sia un cambiamento del sistema che l’Italia non è stata sempre in grado di seguire, fatto di un capitalismo finanziario che non rispettava più le specificità territoriali, una figura dell’artista sempre più professionalizzata, lontana dall’immagine classica bohemien, con studi più organizzati e con capacità di reggere ritmi di produzione, esposizioni, più serrati-Sstudi di artisti come Thomas Saraceno e Olafur Eliason, per fare due esempi, sono vere e proprie aziende... Logiche di investimento finanziario e di collezionismo non basate sul rapporto umano 1 a 1, l’emergere di nuove economie, e dunque nuovi artisti e maggiore competizione (India, Cina, Africa, Medio Oriente ecc.). Questi sono solo alcuni elementi che hanno caratterizzato il mondo dell’arte dalla fine degli anni Ottanta a oggi, almeno fino alla pandemia… Chissà se non vedremo un nuovo cambiamento. 

Un romano a Riad: come si vive in un Paese in grande trasformazione come quello saudita?
In questo momento Riad è probabilmente la città più in fermento al mondo. Ogni giorno nuove costruzioni, nuovi progetti. La scena artistica e culturale è in grande esplosione dato anche il fatto che il 70% della popolazione è under 30. Per chi vive qui sembra un po’ di vivere nei racconti dei nostri nonni relativamente all’Italia nel dopoguerra, giovani e di grande fermento. Diciamo che questa è la cosa che forse dà più energie. Inoltre, ho la fortuna di lavorare a grandi progetti estremamente stimolanti, difficile da trovare in Europa.

Quali consigli darebbe a un giovane artista? E a un giovane critico?
Ogni tanti cerco di capire il mio percorso, assolutamente non lineare e fatto di strani salti, di sacrifici, di tirate di cinghia, e quando mi chiedono che consigli dare a giovani curatori la prima cosa che mi viene in mente è… non lo so! A parte gli scherzi, consiglio sempre di capire bene cosa si vuole dalla vita, identificare le persone giuste con le quali si vuole collaborare e senza paura incontrarle, contattarle, proporsi. Ma il consiglio principale è mai perdere di vista la ricerca e l’approfondimento, è fondamentale. Aiuta a sviluppare una propria visione, che è il motivo perché si viene assunti o ingaggiati in una mostra. Per farlo non bisogna smettere di informarsi, leggere e andare in giro per il mondo a vedere le mostre e incontrare le persone che ci interessano (io per farlo dormivo ovunque!). E ai giovani critici e curatori: non smettete di scrivere, la pratica della scrittura richiede molti sacrifici e non appaga subito, ma sul lungo periodo è ciò che rimane.

La frenesia ci sta travolgendo: non vorrebbe un mondo dell’arte più lento?
Sicuramente sì! L’iperdigitalizzazione ci ha portato all’incapacità di mantenere l’attenzione per più di una breve durata. È una cosa che riguarda soprattutto il pubblico più giovane: sono molto bravi a passare da una cosa a un’altra con grande rapidità, ma non riescono a tenere l’attenzione su una cosa sul lungo periodo. Lo vediamo in sport di massa come il calcio: parte della crisi che sta vivendo è dovuta anche al fatto che utenti giovani non mantengono l’attenzione per arrivare alla fine del secondo tempo. L’effetto lo vediamo nelle mostre e nel grande successo di installazioni a grande impatto visivo che si consumano velocemente e funzionano sui social. Parte dell’esperienza spettatoriale oggi passa attraverso i social, e l’installazione credo sia una risposta a un modo iperconnesso, veloce e iperdigitalizzato. Il mondo dell’arte è sempre più sommerso da esperienze a forte impatto visivo, che richiedono una partecipazione passiva o attiva dello spettatore. È un trend che abbiamo cercato di esplorare con la mostra «Euphoria. Art is in the Air», chiusa il 7 settembre al Grand Palais di Parigi. È la condizione dell’arte nell’epoca di ciò che Lipovetsky e Serroy hanno chiamato il «capitalismo artistico». 

Tra i progetti futuri, c’è anche il ritorno in Italia?
L’Italia è il mio Paese, ed è dove vive mia figlia... Sono quindi sempre aperto a possibilità qualora emergessero! Credo che in questo momento in cui si sta creando un nuovo modello economico, più legato al rispetto degli ecosistemi e all’innovazione sostenibile che alla semplice industrializzazione, l’Italia possa veramente fare la differenza a livello culturale.

Valentino Catricalà

Guglielmo Gigliotti, 02 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

Altri articoli dell'autore

Dopo l’Accademia di San Luca, la mostra si trasferirà a Villa Aurea, ad Agrigento, città natale del padre Luigi Pirandello

«La forma e la fiducia. Monete dal territorio, monete dal mondo», fino al 26 gennaio, illustra storia, modi e significati del denaro nelle culture del mondo

La nuova direzione del museo romano si apre con una mappatura, «consapevolmente parziale», della scena artistica contemporanea della città e un focus su collettivi indipendenti e spazi autogestiti. Tra le novità una sala cinematografica di 100 posti

Esposta una selezione straordinaria di grandi maestri dell’arte europea del XIX e XX secolo: da Degas, Renoir e Van Gogh a Cézanne, Matisse, Picasso e Kandinsky

La rivoluzione dell’arte contemporanea secondo Valentino Catricalà | Guglielmo Gigliotti

La rivoluzione dell’arte contemporanea secondo Valentino Catricalà | Guglielmo Gigliotti