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Franco Fanelli
Leggi i suoi articoliIl giallo, si sa, è un genere che «tira» soprattutto d’estate. Quello della pipì, ad esempio, colora la copertina di un libretto scritto dall’artista francese Philippe Comar («Des urinoirs dans l’art...avant Marcel Duchamp», Ensba, Parigi, € 9,00) che, nel centenario del celebre orinatoio di Duchamp, dimostra che quest’ultimo non ha inventato nulla. Anzi, la storia della pittura antica è piena zeppa di orinali, giacché questo accessorio sanitario era l’attributo dei santi Cosma e Damiano, patroni dei medici.
Quando non esistevano ancora gli esami di laboratorio, l’aspetto e l’odore delle urine offrivano preziose indicazioni circa lo stato di salute dei pazienti. Il problema è che soltanto noi, incolti, superficiali e nel fondo bigotti uomini e donne moderni possiamo scandalizzarci per la «Fountain» duchampiana o sorprenderci per il water d’oro prodotto più recentemente da Maurizio Cattelan e che ha ispirato l’ultimo instant book di Francesco Bonami, «L’arte nel cesso» (Mondadori, € 18,00).
Comar sembra voler dire: caro Bonami che ti sei riciclato (scrive il portale minkiarte.com) come Savonarola fustigatore dell’arte che tu stesso hai per tanti anni predicato e che Urs Fischer, obbediente e ossequioso a questa inversione a U, mette al rogo in effigie (insieme a Fabrizio Moretti, «eretico» antiquario amico dell’arte contemporanea) in piazza della Signoria a Firenze, il cesso o l’orinatoio non sono necessariamente segnali della fine dell’arte, ormai surclassata, come sostieni, da altri interpreti, gli chef (peraltro colpevoli, con tutte le micidiali spezie di cui abusano, di ustorie minzioni e di impervie defecazioni). Perché se tali fossero, l’arte medesima sarebbe finita un po’ prestino, nel Medioevo.
Il problema non è la pipì che, come già spiegò lapidariamente l’imperatore Vespasiano, è sempre fonte di ricchezza, dal «Piss Christ» di Serrano ai produttori del Prostamol. Il vero problema è che è sempre dificile inventare qualcosa di nuovo. Se l’arte d’oggi è afflitta da repliche e replicanti con scarsa inventiva e memoria, il suo vero attributo iconografico potrebbe allora essere il pappagallo. Non quello di Kounellis, ma l’ergonomico contenitore che ricorda vagamente «L’oiseau» di Brancusi e tristemente noto (più del grande scultore) a pazienti maschi e infermieri.
Franco Fanelli
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