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Sandra Pinto

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Sandra Pinto

Cara Sandra, grande direttrice

Claudio Strinati ricorda Sandra Pinto

Claudio Strinati

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All’inizio degli anni Duemila il Mibact bandì un concorso importante per l’assunzione di storici dell’arte destinati alle Soprintendenze di Stato. Molti anni prima ero entrato io stesso in quell’illustre agone e adesso ricevevo l’onore di essere nominato commissario insieme con altri colleghi, tra cui primeggiava Sandra Pinto. All’epoca eravamo entrambi soprintendenti, io del Polo Museale di Roma e lei della Galleria Nazionale d’Arte moderna. Ci conoscevamo, con sincera stima e cordialità, ma sempre da una certa distanza.

Di lei sapevo bene come fosse l’ennesima incarnazione di quella mitica figura, come generata dai fervori del dopoguerra, della soprintendente donna agli ordini della quale io stesso mi ero formato convinto da subito che la Soprintendenza sia in effetti di genere eminentemente femminile, di nome e di fatto. Vinto il concorso, fui assegnato alle Gallerie di Genova dove era soprintendente Paola Della Pergola e compresi come le storie che avevo sentito su tante donne al comando dei beni culturali, da Fernanda Wittgens a Palma Bucarelli, si concretizzassero davanti ai miei occhi.

Sandra Pinto era della stessa pasta e ne aveva giustamente la stessa fama. Era stata a Firenze e a Torino. Da parecchi anni governava la Gnam con un piglio e una severità di studi e di proposte museografiche e museologiche di eccellenza. Collaborare per un concorso di quella portata mi sembrò un’occasione preziosa. Lo fu. La commissione lavorò parecchi mesi, così Sandra Pinto e io ci vedemmo frequentemente.

Lì capii dove nascesse veramente il mito che l’accompagnava. Era una persona autorevole ma assolutamente non autoritaria. Dell’autorità, intesa come comando e persecuzione altrui, non aveva alcun interesse o desiderio. Il garbo squisito e discreto mi dette immensa fiducia. Matteo Lafranconi, oggi direttore delle Scuderie del Quirinale, ha lavorato con Sandra ricordando il senso profondo dell’insegnamento di una grande direttrice museale, che consiste nell’equilibrato rispetto delle tre componenti indispensabili alla cognizione dell’arte: lo studio dell’opera in sé, la conoscenza dell’iter collezionistico che ha portato ogni opera nel museo, il concreto e circostanziato esame della storia della cultura che ha generato l’opera.

La Pinto, insomma, è stata l’esponente di una linea di pensiero e d’azione che resta un punto fermo nella tutela del patrimonio artistico. Lo attestano, del resto, i suoi contributi storico critici in materia e basterebbe ricordare il colossale capitolo sull’arte dell’Ottocento nella Storia dell’arte italiana Einaudi, un’autentica gemma di quella memorabile impresa editoriale.

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Claudio Strinati, 05 dicembre 2020 | © Riproduzione riservata

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Cara Sandra, grande direttrice | Claudio Strinati

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