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Giaguaro in alabastro della Sala degli Animali dei Musei Vaticani, cui González-Palacios ha dedicato il monumentale «Il serraglio di pietra: La sala degli animali in Vaticano», Edizioni Musei Vaticani, 2013

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Giaguaro in alabastro della Sala degli Animali dei Musei Vaticani, cui González-Palacios ha dedicato il monumentale «Il serraglio di pietra: La sala degli animali in Vaticano», Edizioni Musei Vaticani, 2013

Álvar González-Palacios e la storia dell’arte come disciplina vanitosa

Note strinate • «Non può considerarsi una scienza vera e propria, ma una materia in cui il buon senso dovrebbe guidare un cumulo di fatti obiettivi, di osservazioni e di deduzioni prammatiche. Perlopiù le cose non vanno esattamente in questo modo e i risultati peccano talvolta di retorica, quando non di presunzione», spiega lo storico dell’arte cubano naturalizzato italiano

Claudio Strinati

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«La storia dell’arte è disciplina vanitosa che tende all’antropologia. Non può considerarsi una scienza vera e propria, ma una materia in cui il buon senso dovrebbe guidare un cumulo di fatti obiettivi, di osservazioni e di deduzioni prammatiche. Perlopiù le cose non vanno esattamente in questo modo e i risultati peccano talvolta di retorica, quando non di presunzione». È Álvar González-Palacios in un passo formidabile del suo libro Opinioni, e indulgenze. Pagine d’arte, di luoghi e di affetti, edito da Salani (collana «Le stanze», 496 pp., Milano 2026, € 29). Libro che fa seguito a una precedente raccolta di articoli, sempre edita da Salani nel 2022, Forse è tutta una questione di luce. Ritratti e incontri. Due libri che devono essere letti insieme restituendoci un quadro d’epoca assai utile e istruttivo per ogni cultore della materia. Sono articoli perlopiù pubblicati (ma parecchi inediti) in vari momenti della fervida e inesauribile carriera di questo insigne storico dell’arte per certi versi tra i maggiori del nostro tempo. 

Chi, come me, ha seguito l’attività di González-Palacios da sempre, ma soprattutto quando teneva la rubrica di critica d’arte su «ll Sole 24 Ore» (a parer mio la più importante in Italia per qualità della scrittura e profondità di contenuti), riconosce immediatamente l’autore in questi due libri: caustico, severo, spesso irridente, filologicamente attrezzatissimo, conoscitore autentico e storico agguerrito in perenne e instancabile combattimento contro i luoghi comuni e le frasi fatte. C’è molto da imparare da lui, tra i più grandi storici dell’arte italiani non essendo italiano e non sentendosi peraltro mai tale. Il genio degli esuli, che ha marcato e marca sempre passaggi cruciali nella storia della civiltà, ha in González-Palacios, un testimone emblematico. 

Nato a Santiago de Cuba il 13 maggio 1936 in un ambiente colto e severamente conservatore, si è sostanzialmente formato in Italia per poi non fare mai più ritorno in patria una volta approdato all’Università di Firenze e avendo Roberto Longhi come maestro e i suoi fenomenali scolari come compagni di strada, primo fra tutti, il mai troppo compianto Luciano Bellosi. Dottissimo poliglotta, uomo costituzionalmente internazionale e indubbiamente elitario, ha scelto l’italiano come lingua della sua scrittura vivendo un’esperienza che ha qualche suggestiva analogia con quella di certi autori di lingua inglese del XX secolo come Beckett o di lingua inglese acquisita come Nabokov. Oggi lo conosciamo come massimo studioso del mobile antico, degli arredi, dell’oggettistica, ma è nato come conoscitore esperto di pittura alla scuola longhiana e non ha mai abbandonato quell’iniziale passione. Solo che, come conoscitore di pittura esordiente negli anni Cinquanta, sarebbe stato uno dei tanti (anzi pochi in verità) degno di ogni lode ma comunque omologabile a una tipologia di storico dell’arte di matrice longhiana e come tale celebratissima; ma come esperto di «arti industriali» (mi scuso dell’utilizzo di questa antica espressione che detesto, come la quasi equivalente «arti minori», ma tanto per capirci) è stato ed è unico e incomparabile, anche se col tempo ha a sua volta formato, ovviamente non quale professore accademico per lui ruolo pressoché detestabile, allievi di eccelsa caratura di cui il maggiore, Roberto Valeriani, purtroppo prematuramente scomparso. 

Insomma perché il nostro autore, sulla base di questi presupposti, definisce la storia dell’arte una disciplina vanitosa? Sta parlando di sé e delle sue esperienze? Sì e no. Certo che è vanitoso! Ma ha ogni diritto di esserlo, perché il suo vanto è quello sacrosanto di sapere e volere onorare e coltivare una materia che è di competenza dello studioso e non dell’esteta o del teorico del gusto. Non è vanitoso, ma orgoglioso, che è tutt’altra storia. E qui va ricordata la mirabile considerazione di González-Palacios quando nota come sovente anche grandissimi storici dell’arte (fa spesso l’esempio di Federico Zeri sulla cui grandezza di conoscitore non è lecito dubitare) siano sovente del tutto privi di gusto. Principio valido sia a livello teoretico sia a livello pragmatico. Mi pare fosse Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno a sostenere la tesi che Kant e Hegel avessero scritto alla grande di filosofia dell’Arte senza capirci di Arte pressoché niente. Esagerava, non c’è dubbio. Era un tipo scorbutico, settario, intransigente nella sua rigidezza, scriveva difficile e sempre ai limiti dello snobismo incomprensibile, ma immensamente competente e acuto. In sostanza per alcuni aspetti l’opposto, per altri aspetti uguale a González-Palacios. E di certo entrambi nei loro serissimi e profondi scritti hanno anche un po’ scherzato. Spesso e probabilmente malvolentieri. E il mondo, in qualunque campo di azione e riflessione, ha bisogno talvolta di personaggi che possano permettersi il lusso di esagerare. A nostro beneficio González-Palacios questa abilitazione se l’è conquistata sul campo. 

Claudio Strinati, 11 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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