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Claudio Strinati
Leggi i suoi articoliPresente, pare, Vittoria Colonna, Michelangelo Buonarroti parlando dei pittori fiamminghi ne sparò una delle sue più sgradevoli, stando a Francisco de Holanda (1517-85) nei Dialoghi romani: «La pittura fiamminga… normalmente soddisferà un devoto qualunque più che la pittura italiana; questa non gli farà versare una lacrima; mentre quella di Fiandra gliene farà versare molte, e ciò non per vigore o bontà di quella pittura, ma per bontà di quel devoto. Essa piacerà assai alle donne, principalmente a quelle molto vecchie e a quelle molto giovani, e così pure ai frati, alle monache, e a qualche gentil uomo privo del senso musicale della vera armonia». Non conosciamo la replica della marchesa di Pescara. Più probabile che Michelangelo durante il colloquio mantenesse il suo tipico approccio con qualsivoglia interlocutore nella forma di un’ininterrotta seduta psicoanalitica ante litteram, dove il medico non è Freud né Jung ma Dante Alighieri redivivo, sublime artista ossessionato da un complesso di colpa che vorrebbe esorcizzare sublimandolo nella piena e rasserenata coscienza di sé.
Così Michelangelo non sta parlando dei fiamminghi né si rivolge implicitamente a Vittoria Colonna. Sta appunto parlando di sé mentre pensa a Dante Alighieri e a cosa ne avrebbe detto il divino poeta. Michelangelo, infatti, sapeva a memoria molti pezzi della Divina Commedia, non come Benigni probabilmente ma con la stessa venerazione. Tanti passi della Commedia scorrono latenti dentro le sue parole sui fiamminghi e le donne. Uno è quello dell’implacabile «Canto terzo» dell’Inferno sugli ignavi con i quali Michelangelo si confronta per tutta la vita, condividendone a livello preconscio la micidiale pulsione: «Incontanente intesi e certo fui / che questa era la setta d’i cattivi, / a Dio spiacenti e a’ nemici sui». E, dovendo formulare un giudizio, Michelangelo pensa poi anche e soprattutto a Minosse. Al culmine della sua perennemente esibita e necessitante, ancorché finta, frustrazione, il Buonarroti lo inserirà nel «Giudizio Universale» (dove il metodo iconografico fiammingo è confutato in toto) con le sembianze di Biagio da Cesena, il cerimoniere di Paolo III che aveva osato davanti al pontefice contestare l’affresco ostentando disgusto per la pratica omosessuale e connessa confutazione della grandezza artistica del Buonarroti, nella celebre testimonianza vasariana: «Messer Biagio da Cesena maestro delle cerimonie e persona scrupolosa, che era in cappella col Papa, dimandato quel che gliene paressi, disse essere cosa disonestissima in un luogo tanto onorato avervi fatto tanti ignudi che sì disonestamente mostrano le lor vergogne, e che non era opera da cappella di papa, ma da stufe e d’osterie. Dispiacendo questo a Michelagnolo e volendosi vendicare, subito che fu partito lo ritrasse di naturale senza averlo altrimenti innanzi, nello inferno nella figura di Minòs con una gran serpe avvolta alle gambe fra un monte di diavoli».
Insulto forte anche se poi la storiografia successiva ha molto ridimensionato l’aneddoto destituendolo di senso e verità. Ma si può anche prendere per buono, soprattutto notando come Vasari, il cui rapporto di amore e odio verso Michelangelo è da manuale, non parli del fatto che Michelangelo replicasse all’aggressione deridendo in qualche modo (non era del tutto privo di sense of humour) l’offesa subita, perché il serpente sembra star praticando un coito orale a Minosse, confermando quindi la critica di Biagio che vede nel «Giudizio Universale» un luogo dove tale attività sessuale poteva essere vigente con gradita approvazione dei convenuti! Michelangelo praticò pressoché in contemporanea uno spaventoso andirivieni, dato e subito, tra insulto infamante e rivendicazione di intoccabilità. Non sopportava critiche negative né giudizi benevoli, il che spiega come mai la prima biografia dedicatagli dal Vasari nel 1550 facesse la stessa fine della monografia di Francesco Arcangeli su Morandi dove sono rivolte al sommo pittore bolognese lodi diverse da quelle da lui pretese.
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