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Carol Rama, «Seduzioni», 1985, Torino, Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris, GAM - Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea

Foto Rampazzi

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Carol Rama, «Seduzioni», 1985, Torino, Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris, GAM - Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea

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Contemporaneo o moderno? Il paradosso artistico di tutti i giorni

Note strinate • Qual è il momento determinante in cui il contemporaneo si trasforma in moderno, lasciando spazio a nuovi orizzonti? Nelle epoche del cambiamento e con tutte le sue figure eclettiche, da Fellini a Miles Davis, la modernità rimane legata a un’unica costante: la giovinezza

Claudio Strinati

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Cent’anni fa, il 26 maggio 1926, nasceva Miles Davis e la sua figura è ormai stabilmente entrata, e da molto tempo, in quell’universo del «mito» artistico che connota tanti aspetti del cosiddetto Contemporaneo che, per la verità, è ormai un aggettivo da collocare nella storiografia antica quale altra faccia della medaglia che potremmo chiamare il Classico. Su una faccia di questa metaforica medaglia, infatti, leggiamo «moderno» e sull’altra, appunto «contemporaneo», il che ci fa capire meglio come il Classico, secondo un consolidato luogo comune, non tramonti mai! Un apparente paradosso che, di certo, è condiviso dagli artisti di qualunque tempo e di qualunque Paese. Meno dai critici, dagli studiosi e dal pubblico, beninteso, per cui nell’opinione comune e nella dottrina dei filologi sapienti il Futurismo, tanto per dire, è arte contemporanea a tutti gli effetti e il jazz, qualunque sia la sua declinazione specifica, lo stesso. L’equivoco linguistico permane ma perlopiù non viene particolarmente notato o considerato. C’è, del resto, un’inconscia equivalenza tra moderno e contemporaneo anche sul piano dell’ufficialità per cui chiamiamo un pubblico museo Galleria d’arte moderna e contemporanea, mentre intitoliamo al XXI secolo il MaXXI o istituiamo una Direzione Generale del Ministero della Cultura che si chiama della Creatività contemporanea. Qual è la soglia che divide il mondo contemporaneo da quello che lo precede immediatamente e che, però, continuiamo a chiamare moderno? Che cosa è veramente metabolizzato in tal senso nella coscienza critica comune, posto che esista? Crollate le Torri gemelle nel 2001, l’arte moderna, in quanto definizione intendiamoci, finisce e comincia solo allora il contemporaneo?

Sembrerebbe a dir poco bizzarro pensare che da quel momento si consolidi l’idea che il contemporaneo sia di spettanza dei curatori ed è una cosa un po’ diversa dalla critica d’arte come veniva concepita e realizzata al tempo dell’arte moderna. Eppure, a livello subliminale, ho sempre più spesso la sensazione che qualcosa del genere circoli nella coscienza comune. Sono questioni inesistenti, lo capisco, eppure credo che incidano sulla normale percezione di ciascuno di noi interessato all’arte e alle sue forme. Seguivo da ragazzo, e con tanta partecipazione emotiva, la storia di Miles Davis e della grande rivoluzione artistica tra gli anni Cinquanta e Sessanta, anche se non mi rendevo ben conto del senso profondo di eventi concomitanti di cui mi sfuggiva l’essenziale e che pure mi sembrava di capire. Miles Davis registrava «Kind of Blue» (1959) più o meno mentre Federico Fellini girava «La dolce vita» a Roma e da poco tempo circolava nella critica d’arte il termine «informale» che a lungo ho pensato riferirsi più al comportamento, al colloquio, alla vita sociale e privata piuttosto che a un’elaborazione particolare di forme pittoriche e scultoree tendenti, comunque, all’astrazione e all’allontanamento dalla rappresentazione naturalistica. Soltanto una cinquantina d’anni dopo, vedendo la mirabolante serie televisiva «Mad Men» di Matthew Weiner (2007-14) ho cominciato a rendermi meglio conto della genesi di una mutazione epocale che reinseriva il tema del colloquio, già trattato ma nel modo opposto alla corte del Re Sole, in un’ottica conciliante la comunicazione e la dimensione estetica concomitante (in «Mad Men» il tema è la pubblicità) tra formale e informale, appunto. Mi è sempre venuto in mente in proposito Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde (risalente al 1890-91) che può essere letto in mille modi diversi ma in cui ultimamente ho creduto di vedere un’ennesima inquietante metafora: il giovane che è moderno per antonomasia, transita nella sua immagine dipinta che resta ferma al momento della formulazione dell’opera d’arte. Una situazione che riflette il fatale evolversi della contemporaneità per cui, se non muori giovane e sei pure marcio dentro, invecchierai molto male, e non vi sono altre alternative. La contemporaneità ti condanna a non essere più moderno, anche se dentro di te speri con tutte le tue forze di restarlo

Da ragazzo, ascoltando le persone più vecchie di me, giurai a me stesso, una volta che lo fossi diventato anch’io, di non pronunciare (e soprattutto pensare) mai la frase che sentivo spesso e che detestavo: «Ai miei tempi…». Per adesso ci sono riuscito e l’IA la sento più come una consolazione che una minaccia, visto che la Coscienza, almeno come noi incoscienti crediamo di intenderla, sembrerebbe per adesso un suo limite. Credo comunque superabile, ma non sono uno scienziato. Il grande Federico Faggin ha detto, in una recente intervista televisiva, che l’IA non capisce niente. Sarà bene tenerne il debito conto nell’inevitabile riformulazione delle nostre esperienze esistenziali, didattiche e perfino estetiche.

Claudio Strinati, 20 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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