«Everything #2.8» (2003), di Adrian Piper. Collezione privata. © Adrian Piper Research Archive (Apra) Foundation Berlin

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«Everything #2.8» (2003), di Adrian Piper. Collezione privata. © Adrian Piper Research Archive (Apra) Foundation Berlin

Adrian Piper per la prima volta in Europa

Al Pac la prima grande retrospettiva sui 60 anni di carriera dell’artista «troppo bianca per i neri, troppo nera per i bianchi». Ci accompagna nella visita il curatore Diego Sileo

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Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

L’ultima sua grande retrospettiva, al MoMA di New York, risale al 2018. Da allora Adrian Piper (New York, 1948; più lauree in filosofia e una in Visual Art, Leone d’Oro per il miglior artista alla Biennale di Venezia 2015) non ha più presentato il suo lavoro in una mostra istituzionale. Lo fa ora, a Milano, nella retrospettiva «Adrian Piper. Race Traitor» che il Pac le dedica dal 20 marzo al 9 giugno: la prima in Europa, sebbene dal 2005 lei viva a Berlino, dopo aver lavorato come artista e avere insegnato lungamente Filosofia in molte famose Università americane, che puntigliosamente enumera nella biografia da lei scritta per Wikipedia (dopo averne ripudiate e fatte cancellare due).

Intanto, mentre studiava l’amato Kant, a 20 anni iniziava a esporre, entrando poi con i suoi lavori nei maggiori musei d’arte contemporanea. In quella sua breve autobiografia in terza persona (ben più lunga è Escape to Berlin: A Travel Memoir, 2018, che uscirà in italiano con la mostra del Pac), dove si definisce «first-generation Conceptual artist and analytic philosopher», tuttavia, l’accento cade subito sul «Personal and “Racial” Backgroung»: il nucleo doloroso (essendo lei figlia di Daniel R. Piper, avvocato bianco, e di Olive Xavier Smith, colta signora di colore) intorno al quale ha sviluppato la sua ricerca di persona «troppo bianca per i neri, troppo nera per i bianchi».

Per questa sua prima grande retrospettiva europea, Diego Sileo, curatore del Pac, che dal 2014 promuove una linea incardinata su temi politici e civili, è riuscito a ottenere, in oltre quattro anni di trattative, importanti prestiti dal MoMA e dal Guggenheim di New York, dal Moma di San Francisco, dall’Mca di Chicago, dal Moca di Los Angeles, e dalla Tate Modern di Londra e dal Ludwig di Colonia, con i quali ha costruito un percorso che copre, con opere miliari, 60 anni di carriera dell’artista.
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Diego Sileo, Adrian Piper non è certo un’artista di facile accesso, per la severità dei suoi lavori concettuali e la profondità del suo pensiero. Perché un progetto così sfidante?
Lo riconosco, è una scommessa, ma credo che fosse importante per il Pac, dopo il programma svolto in questi dieci anni, dare un riconoscimento definitivo a tutte le ricerche proposte sinora. Ricerche che erano certamente di «arte politica» ma che non erano solo proclami politici e azioni provocatorie. Con la sua forte componente storico-filosofica il progetto di Piper offre l’occasione per dimostrare come questi linguaggi si fondino su solide basi di pensiero e di studio: nel suo caso più che mai, grazie alla sua storia professionale e culturale. E sono certo che sia noi sia il nostro pubblico siamo ormai pronti per affrontare una simile sfida. Si può arrivare a una proposta espositiva così complessa e articolata solo dopo essersi costruiti un’identità solida e caratterizzata da una precisa pratica curatoriale. E andremo ancora avanti su questa strada con Shirin Neshat nel 2025 e con Doris Salcedo nel 2026.

La lotta contro il razzismo, la misoginia, la xenofobia, l’ingiustizia sociale sono al centro della sua pratica di artista, filosofa e attivista. Anche perché Piper, in fondo, è «straniera ovunque», per citare il titolo della Biennale di Venezia di quest’anno. Come lo traduce nelle sue opere d’arte?
In questa retrospettiva affrontiamo sì tutta la sua carriera ma con un focus proprio su questi temi, i più vicini al nostro percorso, tralasciando invece, per esempio, il versante del pensiero orientale che nella retrospettiva al MoMA era presente. Al Pac, dopo le sue prime espressioni pittoriche e di disegno, della metà degli anni ’60 (avremo alcuni «Lsd Paintings», anche da collezioni italiane, perché negli anni ’90 fu rappresentata dalla galleria milanese di Emi Fontana), c’è il suo passaggio al Minimalismo e al Concettualismo, linguaggi nei quali però, lei soltanto, ha saputo innestare temi politici e sociali.

Piper ha molto praticato la performance. Su quali avete puntato?
L’aspetto performativo, che procede per tutti gli anni ’70, è testimoniato da opere centrali come «The Mythic Being» (il suo alter ego maschile) del 1973-75, dove lei si traveste secondo gli stereotipi degli uomini afro del tempo, baffi a manubrio e occhiali a specchio, inserendo le sue fotografie, con fumetti di commento, nelle pagine di annunci di «The Village Voice». Sui pregiudizi e luoghi comuni abbiamo anche i disegni di afroamericani ipersessualizzati dei «Vanilla Nightmares» (1986-89) e l’installazione multimediale «What It’s Like, What It Is #3» (1991): una sorta di anfiteatro in cui, da un totem con quattro schermi, un uomo afroamericano si rivolge direttamente al visitatore negando un elenco di stereotipi razziali offensivi. Ma, per tornare alla performance, va detto che la pratica si era evoluta, già nel 1976, con l’installazione «Art for the Art World Surface Pattern», un ambiente con immagini tratte dai giornali che documentano le atrocità umane e sulle quali Piper si premura di scrivere a grandi lettere «Not a Performance» (ma vita reale).

Ci sono in mostra lavori successivi alla retrospettiva del MoMA?
Avremo l’opera con cui, nel 2018, ha vinto il Premio Käthe Kollwitz, con otto parallelepipedi specchianti con gli audio in cui otto migranti rispondono, ognuno nella sua lingua, alle stesse domande sulle loro esperienze di vita, mentre il pubblico, avvicinandosi, «si specchia» in loro innescando un livello di empatia e condivisione. E avremo uno dei suoi ultimissimi lavori dove lei, in una Id foto cui ha desaturato i valori dei colori e aumentato al massimo i contrasti tonali, esibisce la scritta «Race Traitor». Un’opera sicuramente provocatoria, che insieme ad Adrian ho scelto come immagine simbolo e titolo della mostra.

Ada Masoero, 18 marzo 2024 | © Riproduzione riservata

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