Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Figlio di un diplomatico russo, principe di antica nobiltà ma di non floride sostanze, e di una cantante lirica americana stabilitisi sul Lago Maggiore, Paul Troubetzkoy (Intra 1866-Pallanza 1938) è il protagonista di una retrospettiva che il Musée d’Orsay di Parigi e la Gam-Galleria d’Arte Moderna di Milano hanno progettato e prodotto insieme, con Cms.Cultura e con la collaborazione del Museo del Paesaggio di Verbania, che conserva uno dei fondi più significativi dell’artista.
Dopo la fortunata tappa inaugurale di Parigi, la mostra giunge ora, dal 27 febbraio al 28 giugno, a Milano: «Un progetto internazionale, con prestiti da tanti musei del mondo, commenta Omar Cucciniello, curatore della versione milanese della mostra, condiviso da tutti noi curatori delle due tappe (con lui, Cécilie Champy-Vinas, direttrice Musée Zadkine, Parigi; Anne-Lise Desmas, The J. Paul Getty Museum, Santa Monica, California; Édouard Papet, Musée d’Orsay, Parigi) che, seppure in un formato lievemente ridotto rispetto a Parigi, porta alla Gam tutti i suoi capolavori. Ciò che desideravamo era mettere in luce la sua anima cosmopolita, che dal lago Maggiore, dove la villa di famiglia era frequentata dalla migliore società internazionale e da artisti, scrittori, musicisti e politici, l’ha portato a Milano, dove si forma, e di qui a Mosca, a Parigi, e negli Stati Uniti: era una celebrità mondiale, come Boldini in pittura, conteso come lui dalla migliore committenza internazionale».
La mostra si articola in cinque sezioni tematiche e cronologiche, la prima delle quali presenta gli anni della formazione a Milano, fuori dall’Accademia di Brera (era uno spirito ribelle) ma in stretto rapporto con gli Scapigliati, soprattutto con «la cosiddetta “trinità dei nani giganti”: Daniele Ranzoni, Tranquillo Cremona e lo scultore Giuseppe Grandi, spesso ospiti (Ranzoni più di tutti) nella loro villa di Ghiffa. A questi anni, spiega Cucciniello, risale il suo primo capolavoro, il famoso ritratto di Giovanni Segantini (1896), che già all’epoca gli guadagnò un grande successo».
Da Milano nel 1898 si sposta a Mosca, «dove, continua il curatore, ottiene la cattedra di Scultura alle Accademie di Mosca e di San Pietroburgo (suscitando l’irritazione degli artisti russi, perché ritenuto italiano, mentre in Italia era considerato russo). Qui frequenta i circoli intellettuali e stringe un rapporto solidissimo con Lev Tolstoj, che ritrae più volte e con cui condivideva anche lo stile di vita, essendo entrambi vegetariani in tempi in cui nessuno ci pensava. In Russia non solo ritrasse la migliore società ma realizzò il monumento dello “Zar Alessandro III a cavallo”: un’opera poco celebrativa, com’era sua abitudine, dove non c’è alcun intento gratulatorio o di propaganda».
La sala centrale è dedicata agli anni di Parigi (1906-14) e al successo grandioso che conseguì: «Le sue statuette-ritratto diventarono status symbol irrinunciabili per il bel mondo internazionale, che confluiva allora a Parigi e che faceva la fila per farsi ritrarre da lui, come da Boldini (presente anch’egli in mostra). Tanto che all’Expo del 1900 Troubetzkoy vinse la Medaglia d’oro per la scultura con il “Lev Tolstoj a cavallo”. A Parigi, dov’era stimato anche da Rodin, diventò amico del poeta, scrittore e celebre dandy Robert de Montesquiou che ritrasse più volte: il suo “Montesquiou seduto”, in mostra, ha le proporzioni di un monumento ma le dimensioni di un soprammobile».
Amico di Sorolla (due suoi dipinti sono in mostra: stesse atmosfere, stessi circoli), fu da lui indirizzato agli Stati Uniti, dove divenne subito una celebrità e dove, oltre a realizzare statuette western («sebbene le prime le avesse fatte a Milano, quando arrivò il circo di Buffalo Bill»), fu il primo a ritrarre le star hollywoodiane, da Charlie Chaplin (ma il ritratto è perduto) a Douglas Fairbanks a Mary Pickford, loro in mostra. Ma è l’ultima sezione, quella delle sculture di animali, che ci restituisce il suo volto più vero: «Era sì un filone molto amato dalla sua committenza ma ciò che in lui fa la differenza è lo sguardo partecipe, l’amore evidente per l’intero mondo animale. Si circondava infatti di cani ma adottò anche un lupo e un orso». E la sua scelta del vegetarianismo (una sua sculturina, con un grosso uomo che mangia carne s’intitola «Divoratori di cadaveri»; un’altra, di un agnellino, «Come potete divorarmi?») ne è la prova più convincente.
Paul Troubetzkoy, «M.lle Svirsky», 1909, Madrid, Museo Sorolla. Foto © Ministerio de Cultura, Susana Vicente Galende
Joaquín Sorolla, «Clotilde seduta sul sofà», 1910, Madrid, Museo Sorolla. Foto © Ministerio de Cultura, Susana Vicente Galende