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Paolo Icaro, «Linea tesa», 2018

Photo: Petrò Gilberti. Courtesy of Massimo Minini

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Paolo Icaro, «Linea tesa», 2018

Photo: Petrò Gilberti. Courtesy of Massimo Minini

Intrecci di materia e colore: Sheila Hicks e Paolo Icaro in dialogo

Nella galleria di Massimo Minini le sculture tessili morbide della novantaduenne americana incontrano le opere solide e monocrome dell’artista torinese: un confronto tra materiali, spazio e gesti in continua trasformazione

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Chi altri, se non quel gallerista geniale e visionario che è Massimo Minini, avrebbe potuto pensare di porre in dialogo, in una duplice personale, le sculture tessili, morbide e colorate, di Sheila Hicks, e le opere per lo più monocrome (quando non a-crome), fatte di gesso, d’acciaio e di altri materiali solidi e consistenti, del nostro Paolo Icaro? Come è scoccata la scintilla che lo ha indotto a presentare (fino al 3 aprile prossimo) nella sua galleria «Live Wires_Sheila Hicks e Paolo Icaro»? Inutile chiederselo: Minini è così perché, oltre a una solida cultura, è dotato in abbondanza di quella dote che Saverio Verini, nel testo che accompagna la mostra, definisce un’autentica «intelligenza visiva».

E infatti la conversazione tra le opere «soffici» dell’artista americana novantaduenne (è nata in Nebraska nel 1934 e vive a Parigi) e dello scultore italiano (lui novantenne. Nato a Torino nel 1936, vive a Tavullia, nel Pesarese) s’intreccia a meraviglia negli spazi della galleria bresciana di Massimo Minini. A unire i due artisti è in primo luogo una sorta d’infantile giocosità, suggerisce Verini, ma non c’è solo quella. Non solo i lavori di entrambi nascono spesso per accumuli, per sovrapposizioni, ma tutti si possono considerare «aperti», in progress, sempre suscettibili di ulteriori trasformazioni: esemplare il titolo dell’autobiografia di Icaro (e della mostra del 2017 al MAXXI),«Faredisfarerifarevedere», 2016, mentre per Hicks sono i gesti stessi della tessitura (annodare, tessere, intrecciare, arrotolare, legare...) a essere consustanziali all’opera. Entrambi, poi, prediligono materiali poveri (non a caso, Icaro negli anni ’60-’70 aveva tangenze con l’Arte Povera) ma soprattutto entrambi, con i loro lavori in apparenza così diversi, ingaggiano un confronto serrato e fertile con lo spazio che li accoglie, che entra, per così dire, a far parte dell’opera stessa, modificandola e venendone modificato.

 

Sheila Hicks, «My Echo Surrounds You». Courtesy of Massimo Minini. Photo: Petrò Gilberti

Paolo Icaro, «Cubical molecular». Courtesy of Massimo Minini. Photo: Petrò Gilberti

Così la materica «Grande cornice», 1982, di candido gesso e nastro adesivo, di Icaro entra in risonanza con il proliferante lavoro tessile a parete di Hicks «Tapis de prière», 1971, mentre «Incanto», 2004, in gesso e piombo, del primo, trova ascolto in «Dream Mapping, 2025, della seconda, con la sua sommessa bicromia. E che dire di «The Captured Comrades», 2026, la gigantesca rete da pesca di Hicks (otto metri per 16, passante in due sale contigue) drappeggiata sulla parete e fissata a terra da una serie dei suoi grandi «ciottoli» di fibra multicolore, e di «Cumulo rete», 1968, di Icaro, fatto di una rete di catene d’acciaio da ferramenta, chiuse nei tubi di plastica? Stessa lingua, accenti diversi.

Il dialogo si fa poi fittissimo là dove l’aggrovigliato «Percorso neuronale», 2011, piombo, di Icaro si confronta con la cascata multicolore di fili «Impertinence en Vacances», 2025, di Hicks, fino alla vera e propria «fusione» di due loro lavori, quando la barra d’acciaio di «Il Luogo della Linea», 1969, di Paolo Icaro è avviluppato da un intervento in fibra blu di Sheila Hicks, realizzato per quest’occasione.

Ada Masoero, 26 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

Intrecci di materia e colore: Sheila Hicks e Paolo Icaro in dialogo | Ada Masoero

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