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Un particolare di «Madonna adorante il Bambino fra due angeli reggicortina» (1465-1470) di Neri di Bicci

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Un particolare di «Madonna adorante il Bambino fra due angeli reggicortina» (1465-1470) di Neri di Bicci

A Cremona il Medioevo: essenziale, ieratico, spirituale

Vengono presentati al Museo Diocesano, nella sezione loro intitolata, i cataloghi delle 25 opere (dipinti e sculture soprattutto romanici e gotici) donate dai collezionisti Giovanni Arvedi e Luciana Buschini

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Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

È stato grazie alla Fondazione Arvedi Buschini se la Diocesi di Cremona ha potuto inaugurare, nello scorso novembre, il proprio museo. Ma al Museo Diocesano della loro città i due mecenati (il cavalier Giovanni Arvedi, imprenditore di fama, e la moglie Luciana Buschini) hanno voluto anche donare il meglio della loro collezione: 25 pezzi, tra dipinti e sculture, in grande prevalenza medievali, da loro raccolti in decenni di ricerca, accompagnati da due cataloghi editi da Mandragora, curati da Laura Cavazzini, Università di Trento, e Andrea De Marchi, Università di Firenze (al quale si deve anche il volume monografico sull’«Annunciazione», 1505 ca, di Boccaccio Boccaccino), che vengono presentati il 10 giugno al Museo Diocesano. Ne parliamo con il collezionista che, grazie a Marco Longari, ha fatto un’eccezione alla sua riservatezza concedendo un’intervista a «Il Giornale dell’Arte».

Cavalier Arvedi, quando avete avviato la collezione? E qual è stata la prima opera acquistata?
Mia moglie e io abbiamo iniziato a collezionare arte medievale all’inizio degli anni Sessanta; la prima opera è stata una scultura: un bellissimo busto trecentesco policromo, di scuola senese, raffigurante la «Madonna con il Bambino», proveniente dalla nota collezione di Robert von Hirsch. La passione si è poi estesa ai dipinti su tavola dal XII al XV secolo, ma una speciale attenzione per i grandi maestri cremonesi ci ha spinti ad apprezzare anche opere di altre epoche, come l’«Annunciazione» di Boccaccio Boccaccino, cui siamo molto legati.
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La gran parte delle opere, tuttavia, sono romaniche o gotiche: perché questa non facile scelta di campo?
Perché il Medioevo è il periodo che più ci affascina: le sculture sono essenziali, ieratiche, ed esprimono una spiritualità che sentiamo molto vicina. E anche la pittura rimanda alle nostre radici: seppur ricca di colori è, ugualmente, essenziale e «incontaminata».

Oltre a quelle citate, quali opere vi sono più care?
Tra le sculture, un crocifisso ligneo umbro della prima metà del Trecento, monumentale per dimensioni e ricco di pathos. Fin dalla prima volta che l’abbiamo visto, siamo rimasti colpiti dall’umanità che emanava. L’opera ha richiesto un lungo e non semplice restauro che ci ha coinvolti: ricordo che si è deciso, con l’aiuto degli studiosi, di modificare la posizione delle braccia, facendola aderire alla tipologia dei crocifissi gotici «dolorosi», e abbiamo dato loro una direzione più verticale, che imprime alla scultura uno slancio drammatico e una forza evocativa maggiori. Fra le opere pittoriche, amo molto il dossale toscano del primo Trecento raffigurante la «Madonna con il Bambino tra i santi Chiara, Giovanni Evangelista, Francesco e Maria Maddalena».

Queste opere «vivevano» con voi: quanto vi è costato separarvene?
Abbiamo vissuto a stretto contatto con esse per circa sessant’anni e immaginavamo ciò che la separazione avrebbe comportato. Tuttavia il desiderio di lasciare la collezione alla nostra città era ormai in noi da anni, e la parte del rinnovato Museo Diocesano a noi dedicata è la più naturale eredità verso Cremona, la città cui abbiamo dedicato la nostra vita.
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I cataloghi, ci spiega Andrea De Marchi, «sono frutto di un lavoro corale, in cui abbiamo coinvolto i nostri laureati in sfide attributive stimolanti. Ci sono opere rarissime, se non uniche, come le due “Teste” di Cristo, da Croci dipinte del XII secolo. Quanto a Boccaccino, avevo formulato da tempo ipotesi nuove sulla sua giovinezza e l’esame di quest’opera, già in collezione Boncompagni Ludovisi, nota da quasi un secolo grazie ad Adolfo Venturi, ma conosciuta solo attraverso vecchie foto in bianco e nero, mi ha permesso di svilupparle. L’artista ha un mestiere superlativo ed è un innovatore: per Cremona, una restituzione importantissima».

Laura Cavazzini ha invece seguito le ricerche sulle sculture, «che sono minoritarie numericamente nella collezione, ma fra le quali s’impone la “Madonna con il Bambino” già Hirsch, frammentaria: un’opera affascinante per contrasto tra il suo intaglio vigoroso, dai forti valori plastici, e la “pelle” pittorica preziosissima, che rivaleggia con la pittura di Simone Martini».

«Croce astile opistografa» (1390) del Maestro del dossale Correr (?)

L’«Annunciazione» di Boccaccio Boccaccino

Ada Masoero, 09 giugno 2022 | © Riproduzione riservata

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