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Matteo Bergamini
Leggi i suoi articoliDopo la mostra dedicata all'Archivio di immagini del gruppo etnico Paiter Suruí dello scorso anno, all'Istituto Moreira Salles di San Paolo una nuova e vasta esposizione mette in scena un altro pezzo di storia della fotografia brasiliana (e non solo) tra le più pionieristiche di sempre: è l'Archivio Zumví, nato ufficialmente nel 1990 a Salvador (Bahia) grazie allo sguardo di Lázaro Roberto, uno dei tre fondatori insieme a Aldemar Marques e Raimundo Monteiro.
L'«Arquivo Zumví», il cui nome nacque come un neologismo offerto dallo «zoom» della Pentax di Roberto (che il fotografo conseguì comprare proprio nel 1990), addizionato il verbo «vedere» declinato all'imperfetto in prima persona singolare in portoghese, a cui si aggiunge anche un riferimento a Zumbi dos Palmares, leader del quilombo omonimo alla fine del 1600 (luogo di schiavi fuggiti alla dominazione, ndr) parte cronologicamente dalla metà degli anni '70, da quando Lázaro apprendeva i rudimenti della fotografia lavorando al fianco del sacerdote che all'epoca gestiva la chiesta cattolica di Penha, nello storico quartiere popolare della Ribeira.
«L'Archivio Zumví è una specie di anti-archivio: non un insieme di immagini sulla popolazione nera, ma un archivio prodotto attraverso un'esperienza nera vissuta, condivisa e storicamente situata», commenta il curatore Hélio Menezes (già direttore del Museo Afro-Brasileiro e co-curatore della Biennale di San Paolo del 2023) ricordando i sedici nuclei che compongono un'esposizione che costa di oltre 400 fotografie selezionate tra un gruppo di migliaia che, nelle ultime cinque decadi, hanno raccontato di Salvador come città «afro» proprio osservando direttamente i suoi discendenti: impresa non facile, come racconta lo stesso Roberto, che spesso - specialmente nei primi anni di attività, era visto dai suoi stessi concittadini e dai lavoratori del mercato di São Joaquim (uno dei più tradizionali e connotati dell'intero Brasile), come una sorta di «gringo», straniero, in cerca di qualche immagine originale scattata tra la manovalanza e le difficoltà della vita quotidiana di una città per certi versi molto differente dall'approdo turistico che si conosce oggi.
«La strada è sicuramente la grande protagonista della mostra e dell'Archivio. Un Archivio che si è costruito silenziosamente, senza percepirsi pienamente nelle sue peculiarità e senza intenzionalità rispetto a quello che sarebbe diventato. Davanti all'obiettivo è passata una città che ha preso coscienza di essere una città negra, la nascita del primo Blocco Afro del Carnevale, l'Hip Pop Baiano, il Rap, la cultura underground e il Candomblé», ricorda Roberto, che dopo aver minuziosamente raccolto un nucleo che consta di oltre 50mila negativi tra le pareti della sua casa, oggi è il frontman dello spazio dell'Archivio al Pelourinho.
Jônatas Conceição (Salvador, BA, 1952 – Salvador, BA, 2009), Integrantes do afoxé Filhos de Gandhy, Salvador, BA, 1983
Lázaro Roberto (Salvador, BA, 1958 – Vive em Salvador, BA), Bar de Reggae de Vá, Parque de São Bartolomeu, Subúrbio Ferroviário de Salvador, BA, 1999
Eppure, nonostante questa ricchezza di immagini e l'importanza sociale, per anni l'Archivio e la pratica di Zumví sono stati oscurati dalla fotografia «bianca» del parigino Pierre Verger (1902-1996), fondatore di Alliance Photo che si era trasferito a Salvador nel 1946, addentrandosi nella cultura afro-discendente e diventando un'icona della fotografia documentaristica delle religioni di matrice africana, così come di Mario Cravo Neto (1947-2009). Non è un caso, infatti, che fino ad oggi nessuna istituzione baiana abbia mai dedicato una esposizione all'Archivio Zumví: una delle caratteristiche più evidenti nella difficoltà di rompere barriere di pregiudizi che ancora sopravvivono rispetto a determinate immagini, oltre a una perenne indisponibilità economica dei musei pubblici così come delle gallerie, come ha rimarcato lo stesso Lázaro Roberto.
Così, volendo o no, l'Archivio è rimasto uno dei pochi tesori ancora non troppo esplorati di Salvador, capace di svelare la memoria viva della cultura afro-baiana come poche altre testimonianze: «È su questo terreno di ancestralità, arte e insurrezione che i nostri temi si radicano, non come categorie fisse, ma come espressioni dell'anima collettiva di un Brasile nero che crea, lotta, celebra e trasforma. Ogni fotografia di Zumví è un invito a re-esistere attraverso l'immagine, a guardare il Paese dal centro della sua negritudine e della sua potenza», ricorda Roberto. «Zumví ha costruito un quilombo visivo a Bahia. Una fortezza di immagini, fatta per durare», ha scritto lo storico José Carlos Ferreira.
Una fortezza anche di bellezza: oltre alla documentazione delle battaglie per la terra del Quilombo do Rio das Rãs, la visita di Nelson Mandela a Salvador nel 1991, le feste popolari del Bom Jesus dos Navegantes e la Irmandade da Boa Morte, il teatro nero del gruppo Geafragra e del Bando de Teatro Olodum (oggi uno degli emblemi culturali più riconosciuti di Salvador), nell'Archivio Zumví si incontrano anche centinaia di fotografie di saloni di bellezza, parrucchieri, forbici, pettini e acconciature di ogni tipo. Un modo per rovesciare gli standard e rimarcare la bellezza nera, e la sua voglia di mostrarsi libera al mondo.
Rogério Santos, Militantes do Movimento Negro Unificado (MNU) recepcionando Nelson Mandela, praça Castro Alves, Salvador, BA, 1991
Lázaro Roberto (Salvador, BA, 1958 – Vive em Salvador, BA), Jorge do Espírito Santo, pesquisador, na primeira sede do Zumví, na igreja da Penha, Salvador, BA, 1990
Matteo Bergamini
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