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Amélie Bernard
Leggi i suoi articoliPalazzo Roverella dedica una grande mostra al confronto tra Federico Zandomeneghi ed Edgar Degas, ricostruendo in modo organico un rapporto che fu insieme artistico, umano e strategico. Curata da Francesca Dini, l’esposizione mette a fuoco un nodo cruciale: come un artista italiano dell’Ottocento si inserisca nel cuore dell’avanguardia parigina senza perdere la propria identità.
Il punto di partenza è Firenze. Degas vi soggiorna nel 1858, frequenta il Caffè Michelangelo, studia il Rinascimento, osserva da vicino la “macchia” dei giovani toscani. Il quadro preparatorio per La famiglia Bellelli, in prestito da Ordrupgaard, è il perno di questa sezione. Accanto ai ritratti di famiglia provenienti dal Musée d’Orsay, il confronto con Borrani, Fattori e Boldini chiarisce un aspetto spesso trascurato: Degas non nasce impressionista. Il suo interesse per la vita contemporanea si forma anche in Italia, dentro una cultura figurativa attenta al vero, alla struttura, alla tensione psicologica.
La seconda sezione restituisce gli anni italiani di Zandomeneghi. Il rapporto con Abbati e Cabianca, la frequentazione di ambienti macchiaioli, l’energia dei soggetti popolari indicano una fase ancora radicata nel contesto nazionale. Non è un epigono. È un pittore in cerca di linguaggio. L’opera ammirata da Manet a Brera segnala che il suo talento era già riconosciuto prima della svolta parigina. Il vero scarto avviene dopo il trasferimento in Francia. A Parigi Zandomeneghi entra nel gruppo impressionista, frequenta il Caffè Nouvelle Athènes, espone nel 1879 alla quarta mostra del movimento. Qui il confronto con Degas diventa diretto. Le opere scelte dalla mostra sono eloquenti: A letto, Le Moulin de la Galette, le scene d’interno, i caffè. L’inquadratura tagliata, la sospensione del gesto, l’attenzione per il quotidiano femminile rivelano l’assimilazione di modelli degasiani. Ma l’assimilazione non è imitazione. Il colore resta più morbido, più avvolgente. La tradizione veneziana filtra la lezione francese. Dove Degas è asciutto, Zandomeneghi tende alla vibrazione luminosa.
Il dialogo si fa serrato negli anni Ottanta. Mère et fille, Visita in camerino, Al caffè Nouvelle Athènes mostrano un artista pienamente inserito nel clima impressionista. Il confronto con Dans un café, con le Lezioni di danza e con la Piccola danzatrice di quattordici anni, prestata dall’Albertinum di Dresda, rende evidente una convergenza tematica e una divergenza strutturale. Degas analizza il movimento e lo spazio con rigore quasi scultoreo. Zandomeneghi ammorbidisce, compone, costruisce un equilibrio più narrativo. L’ultima sezione affronta il 1886, anno dell’ultima mostra impressionista. È un passaggio chiave. Zandomeneghi non rompe con il gruppo, ma se ne distacca gradualmente. I dipinti finali, da Il giubbetto rosso a Fanciulla in azzurro di spalle, indicano una sintesi più autonoma. La forma si compatta, la scena si stabilizza. Non è un ritorno all’ordine, ma una presa di distanza da un’impressione intesa come puro istante.
La mostra ha un merito preciso. Sposta l’asse del discorso. Zandomeneghi non è più il “veneziano” accolto nella cerchia di Degas, ma un protagonista che contribuisce a ridefinire lo sguardo moderno. Degas resta il punto di riferimento, il mentore, l’interlocutore più forte. Ma il confronto rivela una circolazione di idee che attraversa Firenze e Parigi in entrambe le direzioni. Il risultato è una rilettura dell’impressionismo come fenomeno europeo, non esclusivamente francese. E una conferma: la modernità non nasce per compartimenti stagni, ma per attrito, scambio, rivalità. Degas e Zandomeneghi lo dimostrano con lucidità
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