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Dettaglio di «Sharpen Your Philosophy», 2025 di William Kentridge

Courtesy of Lia Rumma

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Dettaglio di «Sharpen Your Philosophy», 2025 di William Kentridge

Courtesy of Lia Rumma

William Kentridge e le forme della migrazione

L'artista sudafricano presenta nella sede milanese della Galleria Lia Rumma un atlante poetico dell’esilio, della memoria e dell’incertezza

Lavinia Trivulzio

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C’è un gesto che attraversa tutta l’opera di William Kentridge, quello del disegno che nasce, si cancella e rinasce, lasciando visibili le proprie cicatrici. È un gesto politico prima ancora che estetico, un modo di pensare il mondo come materia instabile, contraddittoria, mai definitivamente risolta. «Sharpen Your Philosophy», la nuova mostra personale dell’artista sudafricano alla Galleria Lia Rumma di Milano, visitabile da giovedì 29 gennaio sino al 28 marzo, si muove precisamente in questo territorio fragile e necessario, quello in cui l’arte non offre risposte, ma affila le domande.

Il titolo, letteralmente «affina la tua filosofia», suona come un ammonimento ironico e urgente, un invito alla messa in crisi del pensiero. Kentridge lo traduce in un corpus ampio e stratificato di opere recenti: disegni e stampe, diorama, sculture in alluminio e bronzo, installazioni video, che occupano l’intera sede milanese della galleria costruendo una vera e propria geografia emotiva fatta di attraversamenti, risonanze, fratture.

Al piano terra, il percorso si apre come un viaggio per mare. È il 1941: da Marsiglia salpa una nave carica di intellettuali europei in fuga dalla guerra e dalle persecuzioni naziste. Tra loro André Breton, Claude Lévi-Strauss, Wilfredo Lam. Kentridge non ricostruisce l’evento in chiave storica ma lo trasforma in una metafora mobile, instabile, che ritorna ossessivamente nelle opere esposte. Le forme si sfiorano, si contaminano, senza mai fondersi del tutto: non un’armonia, ma una costellazione di accordi provvisori. L’opera che dà il titolo alla mostra è un paravento: «Sharpen Your Philosophy» segna l’inizio simbolico di questa traversata. Si tratta di un oggetto fragile che separa e protegge evocando la migrazione forzata verso un futuro opaco, in un mondo, sembra suggerire l’artista, condannato a reiterare i propri errori. Lo stesso immaginario ritorna nelle maschere in cartoncino utilizzate in «The Great Yes The Great No», recente lavoro teatrale di Kentridge ispirato a una poesia di Konstantinos Kavafis, e nelle sculture della serie «Paper Procession», silhouettes antropomorfe, ricavate da frammenti di carta strappata provenienti da un registro siciliano del XIX secolo e replicate su sottili fogli di alluminio. Figure ambigue, a metà tra burattini e alberi, «abitano» un mondo di esuli, sospesi tra umanità e paesaggio.

Cuore della mostra è la grande installazione video «To Cross One More Sea». Qui il viaggio del ’41 si dilata fino a perdere i propri confini storici, trasformandosi in una nuova arca: una nave che ondeggia in acque profonde, simbolo delle innumerevoli migrazioni forzate del passato e del presente. Kentridge sottrae l’evento alla cronaca e lo restituisce come archetipo-ferita che continua a riaprirsi.

 

William Kentridge, «Sharpen Your Philosophy», 2025. Courtesy of Galleria Lia Rumma

Salendo ai piani superiori, il racconto si fa più intimo e stratificato. Sculture in bronzo, disegni e stampe dialogano con materiali legati a «Triumphs and Laments», il monumentale fregio realizzato nel 2016 sul Lungotevere romano insieme alle musiche di Philip Miller. Un’opera destinata a scomparire, erosa dal tempo, e che proprio in questa cancellazione trova il suo senso più profondo: la memoria è traccia precaria, mai garantita. All’ultimo piano, il video «Fugitive Words» (2024) mostra le mani dell’artista che sfogliano uno dei suoi taccuini. È forse il momento più rivelatore della mostra. Disegni a china e carboncino, ritratti, spartiti, diagrammi, elenchi, frasi: tutto convive senza gerarchie, mentre persino gli strumenti da disegno sembrano animarsi. Ne emerge un paesaggio emotivo fatto di memoria e trasformazione, un pensiero in costante divenire in cui nulla è definitivo e tutto può generare connessioni inattese.

Non manca il dialogo con la storia dell’arte italiana: «Seven Kitchen Objects», omaggio alle nature morte di Giorgio Morandi, crea un ponte ideale con le opere di Kentridge presenti a Milano nell’ambito della mostra «Metafisica / Metafisiche» tra Palazzo Reale e Palazzo Citterio.

Nato a Johannesburg nel 1955, Kentridge è una delle figure più influenti dell’arte contemporanea internazionale. Il suo lavoro, che intreccia disegno, cinema, teatro, opera lirica, musica e performance, è profondamente radicato nella storia politica e culturale del Sudafrica, ma ha saputo parlare a un pubblico globale. Esposto nei maggiori musei del mondo, dal MoMA di New York al Louvre, dall’Albertina di Vienna alla Royal Academy di Londra, ha partecipato più volte a Documenta e alla Biennale di Venezia. Le sue produzioni operistiche inoltre sono state rappresentate nei più importanti teatri internazionali, dalla Scala al Metropolitan Opera. Nel 2016 ha fondato a Johannesburg il Centre for the Less Good Idea, spazio dedicato alla sperimentazione interdisciplinare e al pensiero laterale. La mostra alla Galleria Lia Rumma consolida una collaborazione quasi trentennale e restituisce un artista nel pieno della sua maturità, capace di tenere insieme rigore e poesia, ironia e tragedia. 

Lavinia Trivulzio, 23 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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William Kentridge e le forme della migrazione | Lavinia Trivulzio

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