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«Viktor&Rolf. Spectrum» da 10 Corso Como a Milano

© Blommers & Schumm

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«Viktor&Rolf. Spectrum» da 10 Corso Como a Milano

© Blommers & Schumm

Viktor&Rolf: 30 anni di moda vissuta al confine con l’arte contemporanea

Dagli anni Novanta, Viktor Horsting e Rolf Snoeren fanno dell’ironia e della provocazione gli strumenti per mettere in discussione le convenzioni e le contraddizioni della moda. Li abbiamo incontrati a Milano, in occasione di «Spectrum», la prima mostra italiana dedicata agli oltre trent’anni di ricerca del duo olandese, ospitata da 10 Corso Como

Un abito da sera impeccabile, che da vicino rivela una serie calibratissima di squarci; un altro che lascia scoprire, soltanto girandogli intorno, una metà completamente tagliata via, mentre un terzo sembra interrompersi all’altezza del corpetto, per poi proseguire in orizzontale, quasi fosse stato colpito e infranto da una freccia. «Cerchiamo di romanticizzare il concetto di distruzione», mi raccontano Viktor Horsting e Rolf Snoeren, i designer olandesi dietro al marchio Viktor&Rolf, mentre mi indicano alcune delle loro creazioni esposte alla Galleria di 10 Corso Como, a Milano, dove li ho incontrati. Ed è proprio questa continua messa in discussione delle convenzioni della moda, così caratteristica del loro lavoro, a diventare uno dei fili conduttori di «Viktor&Rolf. Spectrum», la mostra visitabile fino al 22 novembre e che riunisce oltre 20 look di haute couture realizzati nell’arco d tre decenni. Curata da Alessio de’ Navasques, responsabile del programma della galleria, e concepita appositamente per i suoi spazi, è la prima personale italiana dedicata al duo e a una ricerca che, fin dagli inizi degli anni Novanta, fonde il linguaggio della moda con quello dell’arte contemporanea, interrogandosi sui limiti e le contraddizioni della prima. Anche per questo, anziché offrire una lettura cronologica del loro lavoro, il percorso espositivo mette in evidenza ciò che accomuna abiti appartenenti a collezioni e momenti differenti della loro carriera.

Una contraddizione continua e calcolata, tanto creativa quanto concettuale, che ci fa passare rapidamente dal romanticismo all’aggressività, dal rigore all’assurdo, dall’eleganza alla deformazione, dalla perfezione alla distruzione. In «Spectrum», questo principio di dualità, da sempre caratterizzante del metodo progettuale di Viktor&Rolf, ha orientato anche l’allestimento, dove ogni capo trova il proprio contrappunto in un altro, posizionato sul lato opposto della passerella, a cominciare dai primi due che incontriamo lungo il percorso, uno dai toni argentati e uno dorato, entrambi provenienti dall’ultima collezione Couture Fall 2026. Nello spazio che separa i 20 abiti prende così forma quella tensione che il duo ricerca e mette in scena fin dagli esordi, come già accadeva nel 1995, quando, in occasione della presentazione della collezione primavera-estate 1996, «L’Apparence du Vide», i designer occuparono gli spazi della Galerie Patricia Dorfmann a Parigi appendendo cinque abiti dorati al soffitto e mettendoli in dialogo con altrettanti capi neri in organza di seta distesi sul pavimento, dando l’impressione che fossero le loro ombre.

Mi spiegano che, senza quest’atteggiamento ironico, lavorare nella moda non sarebbe poi così interessante per loro: «Giochiamo con immagini familiari per spingere le persone a guardarle in modo diverso». Tutto che scaturisce da una condizione tanto semplice quanto naturale: essere in due, Viktor Horsting e Rolf Snoeren, e aver dato forma a un «uno» attraverso un dialogo che portano avanti ininterrottamente da oltre trent’anni. «Discutiamo continuamente di quello che vogliamo fare, di quello che faremo e di quello che abbiamo già realizzato. In un certo senso, è come una partita a ping-pong», iniziata quando erano studenti all’Accademia d’arte di Arnhem, nei Paesi Bassi, dove si sono conosciuti, e proseguita fino alla fondazione della maison nel 1993.

La scelta di rendere specchiante la superficie delle passerelle ci permette poi di osservare ogni abito da più prospettive, persino dal basso, soffermandoci su dettagli che una visione esclusivamente frontale lascerebbe invisibili. Un modo di guardare la moda che somiglia molto di più a quello con cui ci avviciniamo a un’opera d’arte. E se per Viktor&Rolf, che da sempre si definiscono Fashion Artists, il confine tra le due discipline non è mai stato particolarmente interessante, per noi lo è eccome.

«Viktor&Rolf. Spectrum» da 10 Corso Como a Milano. © SGP Italia Stefano Guindani

La passerella (e il processo) come parte dell’opera

Il duo vive la passerella come uno spazio da attraversare e trasformare attraverso il gesto, la manualità, chiamiamola pure performance, perché se da un lato estetizza il sapere artigianale intrinseco al mestiere, dall’altro lo spettacolarizza, richiamando il lavoro degli artisti e quell’aura quasi sacra che il loro intervento è capace di conferire agli oggetti, e di riflesso all’esperienza di chi assiste. Viktor e Rolf mettono in scena queste performance in prima persona, insieme alle modelle che sfilano, completando gli abiti davanti al pubblico o, al contrario, arrivando quasi a smantellarli. «Per noi (la costruzione di un abito e la sua presentazione) fanno parte di un unico grande momento. La sfilata stessa diventa l’opera. È un insieme organico, ed è così che lavoriamo fin dall’inizio», affermano. Vien da sé menzionare «Russian Doll», la collezione Autunno 1999 per la quale a sfilare fu una sola modella, Maggie Rizer, fatta salire su una piattaforma rotante mentre Snoeren e Horsting le facevano indossare, uno sopra l’altro, i nove abiti della collezione, dal primo, un semplicissimo minidress in juta dagli orli sfrangiati, fino all’ultimo, un enorme cappotto-mantella decorato di fiori, per un totale di 70 chili di abiti e accessori che, al termine della performance, avevano quasi completamente inglobato il corpo della modella. «Ci piace la ritualità del vestire e dello svestire, il fatto di attribuire importanza al gesto di mostrare qualcosa, costruendogli attorno un vero e proprio rituale. Quasi fosse una cerimonia religiosa», mi spiegano. Penso immediatamente a «Zen Garden», la collezione Autunno 2013 ispirata ai giardini zen giapponesi, per la quale le modelle vennero disposte, sedute, inginocchiate o sdraiate, a comporre una sorta di tableau vivant in cui i volumi dei tessuti davano vita a composizioni tutt’altro che casuali. Gli abiti erano infatti stati disegnati proprio in funzione delle pose che le modelle avrebbero assunto, così che ogni silhouette potesse «compiersi» soltanto in quel preciso momento.

Capi appesi alla parete, come un dipinto

Abiti che diventano così opere d’arte da manipolare davanti agli occhi di un pubblico che, anziché limitarsi a osservare, accetta di affidarsi all’imprevedibilità di ciò che sta per accadere. È su questo confine, continuamente attraversato e rimesso in discussione, che Viktor&Rolf fanno sentire chiaramente la propria voce, spostandolo ogni volta che ne hanno la possibilità, sempre con l’ironia che li contraddistingue. Accade, per esempio, nel 2015, quando durante la presentazione della collezione Autunno/Inverno «Wearable Art» i designer aspettano le modelle al termine della passerella per sfilar loro di dosso gli abiti, assemblati con grandi cornici dorate e strati di tessuto che richiamano la pittura astratta, e appendere questi ultimi alle pareti, letteralmente come fossero quadri. L’anno successivo, nel 2016, tornano sull’argomento con la collezione Primavera/Estate «Performance of Sculptures», composta esclusivamente da abiti bianchi sui quali, con un riferimento diretto alla pittura cubista, occhi, nasi e labbra si moltiplicano sui volumi esagerati dei capi che sembrano separarsi dal corpo delle modelle. Non a caso, una di queste creazioni è oggi esposta proprio alla Galleria di 10 Corso Como.

D’altra parte, Viktor&Rolf conoscono molto bene gli spazi delle gallerie e dei musei, avendo presentato, già nel 1994, uno dei primi lavori proprio nell’ambito di una mostra collettiva al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, ben prima che le loro creazioni entrassero nelle collezioni del Metropolitan Museum of Art di New York, del Victoria and Albert Museum di Londra e del Kyoto Costume Institute e diventassero protagoniste di importanti esposizioni, tra cui quella che inaugurerà a gennaio al Musée des Arts Décoratifs di Parigi, sempre per celebrare il traguardo dei trent’anni. Un percorso che sembra quindi partire proprio da quello che per molti stilisti rappresenta un punto d’arrivo, la consacrazione del proprio lavoro come forma d’arte, mentre per loro, al contrario, «è stata la prima sfilata a rappresentare il passaggio più importante».

A unire simbolicamente gli esordi e il presente della loro carriera, così come l’inizio e la fine del percorso di «Spectrum», sono i due ritratti dei designer, identici nella composizione ma realizzati a circa 25 anni di distanza. Il primo è opera di Anuschka Blommers e Niels Schumm, il secondo è stato realizzato appositamente per la mostra. «Tutto è ciclico», mi dicono, mentre ci troviamo di fronte al loro ritratto più recente, e con leggerezza riflettono sui prossimi trent’anni: «Il modo in cui ci sentiamo è ciclico, e lo sono anche le nostre preferenze e i nostri interessi. I temi del nostro lavoro compaiono e scompaiono, ma prima o poi ritornano sempre».

«Viktor&Rolf. Spectrum» da 10 Corso Como a Milano. © Marijke Aerden

«Viktor&Rolf. Spectrum» da 10 Corso Como a Milano. © Marijke Aerden

Brenda Vaiani, 15 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Brenda Vaiani

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