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Baj nello stand di Marconi

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Baj nello stand di Marconi

Ventotto barili di Christo e il Novecento secondo Gió Marconi a Parigi

Ad Art Basel Paris 2026, Gió Marconi costruisce un percorso attraverso le sperimentazioni del Novecento, riunendo opere di Man Ray, Enrico Baj, Valerio Adami, Christo, Lucio Del Pezzo ed Emilio Tadini. Al centro della presentazione, la monumentale «28 Barrels Structure» (1968) di Christo, già esposta allo Studio Marconi di Milano nel 1973 e oggi proposta insieme al relativo progetto preparatorio. Un confronto tra Surrealismo, Neo-Dada, Nuova Figurazione e assemblaggio che restituisce anche un capitolo della storia della galleria milanese.

Amélie Bernard

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Ventotto barili di metallo, dipinti di rosso, giallo, blu, verde, bianco e grigio, sovrapposti a formare una struttura piramidale alta oltre due metri e mezzo. È 28 Barrels Structure, opera realizzata nel 1968 da Christo (1935-2020), uno dei lavori più significativi presentati da Gió Marconi ad Art Basel Paris 2026, al Grand Palais dal 23 al 25 ottobre. Una scultura che riporta l'attenzione su una stagione decisiva della ricerca artistica del dopoguerra, quando oggetti industriali, materiali comuni e immagini della cultura di massa entrarono nell'opera d'arte, modificandone profondamente forme e significati.

La galleria milanese ha costruito la propria presentazione attorno a sei protagonisti delle avanguardie e neoavanguardie del Novecento: Valerio Adami, Enrico Baj, Christo, Lucio Del Pezzo, Man Ray ed Emilio Tadini. Una selezione che attraversa oltre quarant'anni di sperimentazioni, dal Surrealismo degli anni Trenta alla Nuova Figurazione e alle ricerche concettuali e oggettuali degli anni Sessanta e Settanta.

L'interesse dello stand risiede soprattutto nella possibilità di riconoscere, attraverso linguaggi differenti, un'attitudine comune: la volontà di sottrarre immagini e oggetti alla loro funzione originaria, trasformandoli in strumenti per interrogare la società, la rappresentazione e il rapporto tra arte e vita quotidiana. La presenza di Christo assume anche un significato particolare nella storia della galleria. 28 Barrels Structure era stata infatti presentata nel 1973 allo Studio Marconi di Milano, insieme al relativo progetto preparatorio, anch'esso datato 1968 e nuovamente proposto a Parigi.

L'accostamento tra il disegno e la scultura consente di osservare due momenti di un medesimo processo creativo. Da una parte l'elaborazione grafica, dall'altra la costruzione fisica di una struttura composta da elementi industriali ordinari, trasformati attraverso la disposizione nello spazio. L'utilizzo dei barili attraversa una fase importante della produzione di Christo. A partire dalla fine degli anni Cinquanta, l'artista comincia a impiegare contenitori metallici e oggetti comuni come materiali scultorei, sviluppando progressivamente interventi di dimensioni sempre maggiori.

Nel 1962, con The Iron Curtain, Christo aveva già utilizzato 89 barili per bloccare temporaneamente rue Visconti a Parigi, in un'azione che richiamava anche le tensioni politiche generate dalla costruzione del Muro di Berlino. Nella struttura del 1968 il barile perde la propria destinazione industriale e diventa un elemento modulare, capace di costruire una forma monumentale attraverso la ripetizione. È una ricerca che anticipa alcuni aspetti delle grandi trasformazioni ambientali realizzate successivamente da Christo e Jeanne-Claude. A questa riflessione sull'oggetto e sulla sua trasformazione si affianca la ricerca di Enrico Baj (1924-2003), presente con La mondana con gli ultracorpi del 1959.

L'opera appartiene a una delle stagioni più inventive dell'artista milanese, protagonista del Movimento Arte Nucleare e interprete di un linguaggio nel quale ironia, critica sociale e sperimentazione dei materiali si intrecciano continuamente. La composizione raffigura una donna che accende una sigaretta, circondata da creature fantastiche costruite attraverso stoffe, vetri, imbottiture e passamanerie. La figura femminile conserva un'apparenza relativamente tradizionale, mentre gli ultracorpi introducono una presenza mostruosa e grottesca che altera il significato dell'immagine. Il contrasto tra pittura e assemblaggio è fondamentale. Baj interviene su una rappresentazione riconducibile alla cultura figurativa borghese, contaminandola con elementi estranei che ne mettono in discussione la rispettabilità e le convenzioni.

La sua ricerca nasce anche dall'inquietudine del secondo dopoguerra, segnata dall'esperienza della bomba atomica e dalle trasformazioni scientifiche e tecnologiche. L'assurdo e il fantastico diventano strumenti di critica, capaci di mostrare le contraddizioni di una società apparentemente ordinata. Un'altra declinazione della Nuova Figurazione emerge nelle opere di Valerio Adami (1935), del quale la galleria presenta Déjeuner sur l'herbe del 1967 e un disegno senza titolo del 1966. Nel dipinto, due figure si trovano in uno spazio all'aperto, riconoscibile attraverso la presenza di una piscina, di una zona verde e di un grande parasole. I corpi sono frammentati e le forme costruite mediante campiture cromatiche uniformi, delimitate da spessi contorni neri.

È il linguaggio che caratterizza la produzione di Adami nella seconda metà degli anni Sessanta, quando la lezione della Pop Art, della grafica pubblicitaria e del fumetto viene rielaborata attraverso una sintassi personale, nella quale l'immagine conserva la propria riconoscibilità ma perde la continuità narrativa. L'ambiente rappresentato appare familiare e, allo stesso tempo, enigmatico. Gli oggetti e le figure sono sottratti ai rapporti spaziali consueti, componendo una scena che sembra sospesa tra racconto e costruzione astratta. Il disegno del 1966, realizzato su carta millimetrata, rende ancora più evidente questa tensione. Una figura femminile frammentata è descritta attraverso contorni netti e forme geometriche, mentre la griglia del supporto introduce un ordine quasi architettonico.

In entrambi i lavori, Adami trasforma la realtà quotidiana in un sistema di segni. Il riferimento al mondo esterno rimane essenziale, ma è attraverso la sua scomposizione che l'immagine acquista autonomia. Il rapporto tra oggetto, memoria e invenzione si ritrova anche in I giochi del principe del 1963 di Lucio Del Pezzo (1933-2020). L'opera è una costruzione a metà tra dipinto, rilievo e assemblaggio: una superficie ovale dorata, racchiusa in una cornice decorativa bianca, sovrasta una mensola sulla quale sono disposti piccoli elementi geometrici colorati. La composizione richiama un mobile, un teatrino o una vetrina di curiosità. Gli oggetti sembrano giocattoli, ma la loro disposizione obbedisce a un'organizzazione formale rigorosa. Del Pezzo, tra i protagonisti del Gruppo 58 napoletano, sviluppa negli anni Sessanta un linguaggio che intreccia suggestioni neodadaiste, memoria archeologica e riferimenti metafisici. Cubi, sfere, bersagli, mensole e forme elementari costituiscono un repertorio ricorrente, nel quale ogni oggetto perde la propria funzione e diventa parte di un alfabeto personale.

Ne deriva un universo visivo sospeso tra disciplina geometrica e libertà immaginativa, capace di trasformare materiali e forme comuni in presenze enigmatiche. La selezione di Gió Marconi comprende inoltre un nucleo significativo di opere di Man Ray (1890-1976), figura centrale delle avanguardie storiche e uno degli artisti che più radicalmente hanno messo in discussione la separazione tra tecniche e discipline. Tra i lavori presentati figurano The Broken Mirror del 1936, Costume de Bal del 1937, Nu Feminin del 1955 e l'oggetto La famille del 1975. I due disegni degli anni Trenta testimoniano la libertà inventiva del Surrealismo. The Broken Mirror, legato al libro Les Mains libres realizzato con Paul Éluard nel 1937, trasforma il riflesso in uno spazio di frammentazione e incertezza, mentre Costume de Bal costruisce un'immagine paradossale nella quale il corpo femminile, l'abito e gli arredi si fondono in una sola figura. Nel dipinto Nu Feminin, curve e frammenti anatomici emergono e si dissolvono attraverso linee sovrapposte, fino a rendere incerto il confine tra corpo e astrazione.

L'oggetto La famille, invece, riunisce due birilli di legno di dimensioni differenti e una piccola sfera, costruendo un'immagine familiare attraverso una combinazione minima di elementi. L'ironia risiede proprio nell'ambiguità della composizione: la sfera può essere interpretata come il terzo componente della famiglia, ma anche come l'oggetto destinato ad abbattere i birilli. La presenza di Man Ray introduce nello stand una genealogia importante. Le sperimentazioni dadaiste e surrealiste sulla funzione degli oggetti costituiscono infatti uno dei precedenti fondamentali delle successive ricerche sull'assemblaggio, sull'appropriazione e sulla trasformazione dell'immagine. A completare il percorso è Emilio Tadini (1927-2002), rappresentato da Color & Co. n. 6 del 1969, appartenente alla serie concepita per una mostra allo Studio Marconi nel 1970. L'opera mette in scena gli strumenti stessi della pittura. Al centro della composizione compare la scritta Color & Co., mentre nella parte inferiore sono rappresentati tubetti, contenitori di colore e un braccio che impugna un pennello. La pittura diventa il soggetto della pittura. Il gesto dell'artista sembra intervenire sulla scritta, alterandone la presenza attraverso una pennellata magenta. È un'immagine che restituisce la complessità della ricerca di Tadini, scrittore, poeta e pittore capace di costruire un linguaggio nel quale cultura letteraria, psicoanalisi, Pop Art e Nuova Figurazione si sovrappongono.

Amélie Bernard, 21 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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