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Aereo a reazione sovietico «Su-7», installato su un piedistallo nel Parco Yuvileyniy a Krasnoarmiysk (oggi Pokrovsk), nella regione di Donetsk, settembre 1997. Fotografia proveniente dalla collezione di Mykola Bilokon, conservata dal Museo Storico di Pokrovsk e digitalizzata dal Centro di Storia Urbana di Leopoli

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Aereo a reazione sovietico «Su-7», installato su un piedistallo nel Parco Yuvileyniy a Krasnoarmiysk (oggi Pokrovsk), nella regione di Donetsk, settembre 1997. Fotografia proveniente dalla collezione di Mykola Bilokon, conservata dal Museo Storico di Pokrovsk e digitalizzata dal Centro di Storia Urbana di Leopoli

Venti di guerra alla Biennale di Venezia: visita virtuale nei padiglioni delle Nazioni interessate da tensioni o conflitti

Dalla Russia alla Siria di Sara Shamma, dal Libano di Nabil Nahas a Israele di Belu-Simion Făinaru, dagli Stati Uniti di Alma Allen all’Ucraina di Zhanna Kadyrova. The Invisible Pavilion e il Padiglione del Dissenso rispondono alla Biennale Parola

Micaela Zucconi

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La 61ma Esposizione Internazionale d’arte La Biennale di Venezia, dal tema «In Minor Keys», scelto dalla curatrice Koyo Kouoh (prematuramente scomparsa) come invito a scegliere le tonalità minori che in musica definiscono momenti di introspezione, calma e riflessione, si preannuncia come un’edizione ad alta tensione. Ogni Biennale, sin dal 1895, è stata segnata da polemiche, ma bisogna risalire al 1968 e poi al 1977 con la «Biennale del Dissenso», per ritrovare il livello di vis polemica di quest’anno, a partire dalla scelta dei 111 artisti invitati, tra i quali non figurano italiani, oggetto di critiche (e riflessioni). La decisione del presidente Pietrangelo Buttafuoco di ammettere la presenza della Federazione Russa (in un quadro già segnato dalle proteste per la partecipazione di Israele con la lettera del collettivo Art Not Genocide Alliance-Anga) perché «la Biennale di Venezia esclude qualsiasi forma di chiusura o di censura della cultura e dell’arte», ha innescato una serie di reazioni. Significativa la decisione dell’European Education and Culture Executive Agency (Eacea) della Commissione Europea di sospendere i fondi (due milioni di euro) alla Fondazione La Biennale. Si è aggiunta la lettera inviata da circa 70 artisti e curatori in cui si chiede di escludere Russia, Israele e Stati Uniti d’America, «Governi che stanno commettendo crimini di guerra... inclusi il genocidio e la pulizia etnica».

«Il Giornale dell’Arte» ha visitato in un’anteprima virtuale i padiglioni delle Nazioni che più si trovano vicine, o coinvolte direttamente, alle aree interessate da tensioni o conflitti. A cominciare dal Padiglione della Russia. Secondo l’anticipazione di Mikhail Shvydkoy, rappresentante speciale del Presidente della Federazione Russa per la Cooperazione Culturale Internazionale, il progetto «The Tree is Rooted in the Sky» dovrebbe coinvolgere oltre 50 musicisti, poeti e filosofi russi e non (come gli italiani Antonio Buonuario e Marco Dinelli, attore che vive in Russia da anni). La commissaria è Anastasiia Karneeva, figlia del generale Nikolai Volobuev, ex Kgb e con le mani in pasta nelle più importanti holding russe del settore difesa, mentre la curatrice è Ekaterina Vinokurova, della casa d’aste Smart Art, figlia del ministro degli esteri Lavrov. Dall’area mediorientale segnata dal conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, l’artista Sara Shamma, nel Padiglione della Siria, esplora il patrimonio culturale della Nazione con l’installazione «La Torre funeraria di Palmira» (Università Iuav di Venezia, a cura di Yuko Hasegawa): una condanna delle distruzioni e saccheggi perpetrati durante la guerra civile siriana. «Non si tratta solo della perdita di monumenti, ma di una cesura dell’identità culturale con riflessi sulla società nel presente, mentre il significato dei reperti, strappati al loro contesto e venduti illegalmente, viene alterato. In che modo può sopravvivere la memoria dopo questi eventi?», si chiede Shamma.

Le voci che arrivano dalla Penisola Arabica prendono forma nel Padiglione dell’Arabia Saudita (all’Arsenale), affidato a Dana Awartani, con l’installazione site specific «Mai si asciughino le lacrime che piangi sulle pietre» (curatrice Antonia Carver), dedicata all’eredità delle arti e pratiche artigiane saudite e a una riflessione su cultura materiale e spiritualità e sulla continuità del patrimonio culturale, inclusi siti e tradizioni oggi a rischio. Il Padiglione degli Emirati Arabi Uniti (all’Arsenale) espone la collettiva «Washwasha» (trascrizione fonetica della parola araba per «sussurro») con sei artisti (Mays Albaik, Jawad Al Malhi, Farah Al Qasimi, Alaa Edris, Lamya Gargash e Taus Makhacheva) che esplorano i paesaggi sonori contemporanei degli Emirati attraverso tematiche relative a tradizioni orali, relazione tra linguaggio, corpo, identità e cambiamenti infrastrutturali (architettonici, tecnologici e sociali). «Gli artisti coinvolti rappresentano generazioni diverse e riflettono la comunità artistica degli Emirati Arabi Uniti», commenta la curatrice Bana Kattan. Ai Giardini, il Padiglione del Qatar presenta «untitled 2026 (a gathering of remarkable people); Rirkrit Tiravanija, Sophia Al-Maria, Tarek Atoui, Alia Farid, Fadi Kattan» (curatori Tom Eccles e Ruba Katrib). Un progetto guidato da Tiravanija con musicisti, artisti e chef del mondo arabo riuniti insieme a rappresentare differenti aspetti della cultura araba. «Questi artisti e le loro opere mettono in luce l’importanza della resilienza in un’epoca complessa», ha sottolineato Sua Eccellenza Sheikha Al Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al Thani.

All’Arsenale, «Don’t Get Me Wrong» è l’installazione di Nabil Nahas (con la curatela di Nada Ghandour) per il Padiglione del Libano. Un’opera lunga 45 metri, con 26 pannelli di tre metri ciascuno, che invita a muoversi al suo interno, attraverso astrazioni geometriche ispirate dalla tradizione islamica e occidentale, figurazione e motivi frattali. Un’esperienza visuale e spirituale che celebra il tema dell’unità nella diversità e la bellezza dei contrari. La scenografia è firmata da Charles Kettaneh e Nicolas Fayad, di East Architecture Studio. Nonostante gli appelli al boicottaggio, il Padiglione di Israele partecipa con un’installazione che trasforma lo spazio in un’esperienza meditativa: «The Rose of Nothingness» dell’artista e scultore Belu-Simion Făinaru, a cura di Sorin Heller e Avital Bar-Shay, ha trovato spazio all’Arsenale (il padiglione ai Giardini è in ristrutturazione) vicino a Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. L’opera, uno specchio di acqua nera su cui cadono gocce a ritmo regolare (allusione all’invenzione dell’irrigazione a goccia) è ispirata al «latte nero» della poesia di Paul Celan e alla simbologia numerica della Cabala. «La mia installazione, dichiara l’artista, si integra al tema dell’esposizione cercando di evocare un’esperienza silenziosa e sottile»: un atto di resistenza contro l’esclusione.

E la Palestina? Uno scarno comunicato stampa del Palestine Museum US, in Connecticut, organizzatore dell’evento collaterale a Palazzo Mora, annuncia la mostra: «Gaza-No Wars-See The Exhibit», con 100 pezzi di tatreez (ricamo) palestinese che documentano il genocidio di Gaza. Il silenzio più completo avvolge l’annunciata, ma improbabile, partecipazione della Repubblica Islamica dell’Iran e le scelte del commissario Aydin Mahdizadeh Tehrani. In area asiatica, il Padiglione del Pakistan (nell’ex Farmacia Solveni, Dorsoduro), che vive forti tensioni con l’Afghanistan (non presente alla Biennale), è rappresentato da Faiza Butt. Nella mostra «Puj-AB. A sublime Terrain» (curatrice Beatriz Cifuentes Feliciano) l’autrice ripercorre «la storia turbolenta del Pakistan: la divisione di Punjab e Bengala nel 1947 ebbe terribili conseguenze, è stata un trauma collettivo. Identità, appartenenza e molte altre questioni profonde costituiscono il fondamento dei miei concetti e delle mie narrazioni. L’arte è uno strumento ideale di resistenza pacifica e io la utilizzo al massimo delle sue possibilità, per principio».

Dall’Asia all’Africa, con il Padiglione dell’Etiopia (dove negli ultimi tempi si è acuita la crisi con l’Eritrea). «Shapes of Silence» di Tegene Kunbi (a cura di Abebaw Ayalew) a Palazzo Bollani (Castello), esplora il silenzio come condizione sociale, gerarchica e politica in una serie di opere tra astrazione pittorica, tessuti e assemblage. Dai riferimenti ai detti popolari al diritto di parlare distribuito in modo diseguale, secondo binari sociali e politici radicati. Asimmetria che l’artista trasferisce nei materiali scelti provenienti da contesti socialmente diversi.

In Europa, il Padiglione dell’Ucraina è esplicitamente legato al conflitto provocato dall’invasione russa. «Security Guarantees» di Zhanna Kadyrova (a cura di Ksenia Malykh e Leonid Marushchak) riflette sulla fragilità della pace e sulla resilienza del popolo ucraino con la storia della scultura «The Origami Deer», del parco Yuvileyniy a Pokrovsk nella regione di Donetsk. Un cervo in fusione realizzato copiando un modello di carta piegato secondo la tecnica giapponese, poi evacuato con l’avvicinarsi del fronte. Con riferimento a un’altra carta: quella del non rispettato Memorandum di Budapest. Un altro genere di sculture, astratte e biomorfe, popola invece il Padiglione degli Stati Uniti d’America rappresentato, dopo alterne vicende, dallo scultore Alma Allen, con «Alma Allen: Call Me The Breeze». L’artista si è ispirato ai paesaggi e alle formazioni geologiche delle Americhe (curatore Jeffrey Uslip), utilizzando legno, roccia e pietra americani. Le opere indagano il concetto «di elevazione come manifestazione fisica della forma e come simbolo di ottimismo collettivo», secondo l’annuncio dell’American Arts Conservancy. Il Venezuela non sarà presente dopo gli avvenimenti recenti e l’acuirsi degli scontri armati al confine della Colombia: il padiglione progettato da Carlo Scarpa resterà chiuso. Infine, La Biennale ha ufficializzato una Biennale Parola, tre serate durante la preview per la stampa dal 4 al 6 maggio, con la partecipazione di personaggi come il regista russo Alexander Sokurov, la scrittrice e architetto palestinese Suad Amiry e i direttori artistici di tutti i settori della Biennale. Un’iniziativa giudicata un modo di fare bella figura senza cambiare nulla da Katya Margolis, artista dissidente russa da vent’anni a Venezia, anima di due iniziative: The Invisible Pavilion, con una rete di manifesti, che pubblicizzano eventi poi cancellati, disseminati in tutta Venezia, dedicati all’opera degli artisti ucraini uccisi nella guerra con la Russia. E il Padiglione del Dissenso, previsto a luglio, per dare spazio all’arte contemporanea dei popoli colonizzati (dai russi), agli artisti dissidenti imprigionati e ai prigionieri politici, curato dall’attivista e cantante Nadya Tolokonnikova di Pussy Riot. Sarà preceduto da un’azione socioartistica pubblica «Dai margini dell’impero alla laguna aperta», il 6 maggio (ore 11-14) davanti all’ingresso dei Giardini.

Micaela Zucconi, 04 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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