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Beatrice Caprioli
Leggi i suoi articoliPer Kyla McMillan, dirigere The Armory Show significa chiedersi che cosa una fiera possa ancora produrre oltre il mercato: creare relazioni, offrire nuove letture del presente e portare l’attenzione su artisti e pratiche poco conosciuti. Il suo sguardo nasce da una capillare e diretta conoscenza del mondo delle gallerie, maturata tra la vocazione tutta sperimentale di Gavin Brown’s Enterprise e la dimensione internazionale di David Zwirner. A questa esperienza si aggiunge Saint George Projects, il progetto indipendente da lei fondato.
Arrivata alla direzione dopo il trentesimo anniversario della fiera e l’acquisizione da parte di Frieze, McMillan mira ora a rendere ancora più netta l’identità dell’Armory Show: profondamente newyorkese, aperta agli stimoli delle Americhe e attenta a ciò che il dibattito contemporaneo sta facendo emergere.
L’edizione 2026 si tiene dal 24 al 27 settembre al Javits Center di New York. Abbiamo intervistato la direttrice poco prima dell’inizio della kermesse.
Ha assunto la direzione della fiera in un momento di grandi cambiamenti. Qual è stata la sua priorità?
Iniziare il mio incarico nell’anno del trentesimo anniversario di The Armory Show è stata un’occasione preziosa. In quel periodo l’attenzione era tutta rivolta a capire che cosa rendesse questa fiera così speciale: come si fosse evoluta nel tempo e come, insieme a lei, fosse cambiata anche New York. C’è ancora un legame molto forte con le sue origini, soprattutto con quella vocazione alla scoperta e alla sperimentazione che la accompagna fin dalla sua nascita nel 1994. Credo che siano questi gli aspetti da preservare mentre si apre una nuova fase della sua storia. L’acquisizione da parte di Frieze nel 2023 ha inoltre offerto l’occasione di definire con maggiore chiarezza la sua identità. L’Armory è strettamente legata a New York, ma è anche la fiera di riferimento per le Americhe. Oggi possiamo affermare questa vocazione con maggiore consapevolezza.
E cosa la distingue oggi all’interno dell’universo Frieze?
Per molte gallerie internazionali rappresenta il vero punto d’ingresso a New York: il luogo in cui presentare per la prima volta un artista in città, lanciare un progetto o sperimentare un approccio curatoriale. È proprio questa capacità di restare aperta a proposte inedite, anche meno prevedibili, a definirne il carattere. L’anno scorso, nella prima edizione che ho seguito, una parola è tornata più volte: ottimismo. Vorrei che continuasse a essere percepita come un luogo di possibilità, dove possano trovare spazio nuovi artisti, nuove idee e nuove prospettive.
Nel suo percorso ha attraversato contesti molto diversi del sistema dell’arte. Quanto incide oggi quello sguardo sul modo in cui dirige l’Armory Show?
Il passaggio tra strutture e modi di lavorare diversi mi ha permesso di capire da vicino le esigenze delle gallerie. Ho iniziato a partecipare alle fiere molto presto, quando ero ancora agli inizi della mia carriera. È stato proprio lì che ho costruito le prime relazioni con collezionisti e curatori.
Come si riconosce una fiera che funziona?
Quando crea le condizioni perché una galleria possa incontrare collezionisti, curatori e istituzioni che difficilmente raggiungerebbe con la stessa intensità nel resto dell’anno. L’ho sperimentato passando da realtà più piccole a una come David Zwirner. Oggi avverto certamente una maggiore prudenza da parte delle gallerie, ma continuo a pensare che una fiera debba offrire loro lo spazio per sperimentare. In quattro o cinque giorni è possibile presentare un progetto che forse non troverebbe posto nella programmazione ordinaria.
Ha parlato della responsabilità di una fiera nell’evoluzione del dibattito contemporaneo. Come prende forma all’Armory?
Credo che la nostra collocazione nel calendario abbia un peso importante. Essendo una fiera di settembre, apriamo di fatto la stagione artistica e molti dei temi che affrontiamo diventano tra i primi argomenti di discussione dell’anno. Una fiera occupa una posizione particolare, a metà strada tra museo e galleria: non ha i tempi lunghi di un’istituzione, ma neppure la rapidità con cui una galleria può reagire al presente. La nostra responsabilità è permettere agli espositori di presentare con chiarezza il proprio lavoro e la propria identità, restando in dialogo con ciò che sta accadendo.
Ed è qui che entra in gioco anche il lavoro curatoriale?
Sì. Quest’anno Focus, curata da María Elena Ortiz, e Platform, curata da Jovanna Venegas, prendono entrambe il Mar dei Caraibi come punto di partenza, ma seguono percorsi diversi. María Elena guarda agli artisti emergenti della regione, mentre Jovanna esplora il contesto caraibico attraverso architettura, tecnologia e una storia culturale più ampia. Mi auguro che chi arriva convinto di conoscere già l’arte caraibica ne esca con uno sguardo più profondo. Per me è proprio questo uno dei compiti di una fiera.
Che cosa non bisogna perdere di questa edizione?
La cosa che mi entusiasma di più è vedere l’Armory inserirsi in una vera settimana dell’arte newyorkese. Le opere di Kathia St. Hilaire presentate da Perrotin introducono il focus sull’arte caraibica; un altro ingresso della fiera è invece dedicato ad Alma Thomas, Beauford Delaney e Bernard Childs. Ma ciò che mi rende davvero orgogliosa è la partecipazione delle gallerie: in un momento complesso per il mercato, vedere arrivare espositori da Manila, Porto Rico, Baltimora, Santa Fe e da molti altri contesti dimostra la fiducia che continuano a riporre nell’Armory. Anche la sezione dedicata alle gallerie emergenti è la più ampia mai realizzata. Per me è il segnale più evidente che la fiera continua a essere una piattaforma in cui vale la pena investire.
Kyla McMillan. Courtesy di Frieze. Foto Alexandra Genova
Beatrice Caprioli
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