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Valerio Adami, «Senza titolo», 1963

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Valerio Adami, «Senza titolo», 1963

David Nolan Gallery scommette su Tribeca

Dall’Upper East Side a Leonard Street: una nuova sede per una galleria che compie quasi quarant’anni e che inaugura il nuovo corso con Valerio Adami, artista europeo da rileggere oggi, tra Pop Art, inquietudini politiche e cultura di massa

 

Beatrice Caprioli

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David Nolan Gallery si trasferisce a Tribeca e amplia la propria sede newyorkese. Il nuovo spazio, al 74 di Leonard Street, progettato da studioMDA di Markus Dochantschi, segna il congedo dall’Upper East Side. Ad aprire il programma è una mostra su Valerio Adami, dedicata ai dipinti e ai disegni degli anni Sessanta. L’espansione si inserisce in una storia ormai prossima ai quarant’anni, mentre il sistema internazionale delle gallerie è impegnato a ripensare modelli e strategie e a confrontarsi con l’idea di spazi sempre meno convenzionali. Alle chiusure di Clearing e Sperone Westwater si sono affiancati la riorganizzazione annunciata da Blum e gli interventi di contenimento adottati, con modalità diverse, anche da Pace, David Zwirner e Gagosian. In questo panorama, investire in una nuova sede rappresenta una scelta tutt’altro che scontata.

Valerio Adami, «Da “Alice nel paese della violenza”», 1963

Valerio Adami, «Interno con tappeto», 1966

«Raramente esiste un momento perfetto per ampliarsi o aprire una nuova galleria», osserva Nolan. A sostenerlo sono la fiducia negli artisti e i rapporti costruiti negli anni con collezionisti e curatori. Il gallerista ricorda che amici e colleghi avevano in più occasioni cercato di scoraggiarlo dal trasferirsi downtown. Determinante è stato invece il sostegno di Valentina Branchini, partner di David Nolan Gallery dal 2018: «Direi che l’idea è stata un po’ più di Valentina che mia», riconosce. Gli ambienti di Leonard Street, segnalati da Dochantschi, offriranno la possibilità di dare maggiore respiro alle mostre e visibilità al programma.

Tribeca offre anche l’inserimento in un tessuto di gallerie che negli ultimi anni ha ridisegnato la geografia artistica della città. Per Nolan, tornare downtown significa ritrovare qualcosa della vitalità di SoHo dove, nel 1987, aveva aperto il suo primo spazio con una mostra di disegni di Sigmar Polke. L’attenzione alle opere su carta è ben presto diventata parte dell’identità della programmazione, che ha riunito nomi come Georg Baselitz, Martin Kippenberger, Richard Artschwager e Barry Le Va, affiancando alla ricerca contemporanea un costante interesse per le riletture storiche.

È in questa continuità che si colloca l’esposizione di Adami, nata dal dialogo con Giò Marconi. Quando si è presentata l’occasione di lavorare insieme sull’artista bolognese, Nolan ha voluto concentrarsi sugli anni Sessanta: «Credo che allora avesse una vera posizione internazionale». «Alice in the Land of Violence», fino al 24 ottobre, riunisce opere realizzate fra il 1962 e il 1967, riportando l'attenzione su un momento decisivo della sua ricerca, nel quale si va definendo il linguaggio pittorico che ne definirà la produzione successiva.

Nolan legge questa fase soprattutto in rapporto alla Pop Art europea, richiamando Richard Hamilton, di cui ricorda l’interesse per Adami, e Peter Blake. Pubblicità, fumetto e immagini della cultura di massa offrono all’artista un repertorio di figure e oggetti da scomporre e ricomporre in relazioni sempre nuove. Dietro l’immaginario di automobili, corpi in movimento e stranianti evocazioni di interni, si riconoscono le tensioni dell’Europa del dopoguerra: la ricerca di nuovi valori, l’ansia per un altro conflitto e la minaccia atomica. Temi che il gallerista sente particolarmente vicini al presente e che motivano la scelta di riproporre oggi Adami a New York. Da qui le strette affinità che individua con Philip Guston, Peter Saul e Carroll Dunham, nella costruzione del racconto, nella deformazione della figura e nella carica politica delle immagini quotidiane. Le opere di Adami si aprono così a una lettura più ampia, che restituisce l’originalità del suo contributo a una storia della pittura, da rileggere alla luce del confronto con l’altra sponda dell’Atlantico.

Beatrice Caprioli, 14 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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