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Rosalba Cignetti
Leggi i suoi articoliNel 1424 le mura dell’Aquila fermarono l’esercito di Braccio da Montone. Per mesi il condottiero umbro, tra i protagonisti delle guerre dell’Italia tardomedievale, tentò di conquistare una città nata meno di due secoli prima, ma già diventata uno dei centri strategici del Regno di Napoli. La resistenza aquilana diede a quelle mura un significato che superava la funzione difensiva, legandole alla storia di una comunità capace di riconoscersi e proteggere la propria autonomia. Ma nel Medioevo ogni muro aveva anche una porta. Così, nelle città fortificate, arrivavano mercanti, artisti, pellegrini e nuove idee che circolavano da un territorio all’altro. Un equilibrio tra protezione e apertura, conflitto e relazione che ha attraversato la quarta edizione del Festival delle Città del Medioevo, ospitato all’Aquila dal 25 al 28 giugno 2026 con il tema «La pace e la guerra. Mura e ponti». A evento concluso resta la riflessione aperta da un Festival che ha attraversato la storia europea attraverso un programma costruito dai direttori scientifici Amedeo Feniello e Alfonso Forgione, chiamando a confronto storici, studiosi, divulgatori e protagonisti della cultura contemporanea. Il Festival è partito dal Medioevo per interrogare un tema universale: il modo in cui le società hanno sempre oscillato tra la necessità di difendere uno spazio e quella di aprirsi allo scambio. Mura e ponti diventano così due immagini complementari: da una parte la paura dell’assedio, la costruzione dei confini, il controllo militare del territorio; dall’altra il commercio, la diplomazia, la circolazione di persone, conoscenze e culture. Nato dal dialogo tra ricerca storica e divulgazione, il Festival ha riportato al centro una delle grandi questioni della civiltà medievale: il modo in cui le comunità costruivano i propri confini e allo stesso tempo creavano relazioni. Per quattro giorni storici, studiosi e protagonisti del mondo culturale si sono confrontati sulle città medievali come organismi complessi, dove convivevano assedi e diplomazia, eserciti e mercati, identità locali e reti di scambio.
Il racconto ha attraversato guerre, trattati, incontri e fratture che hanno modellato il Medioevo, superando l’immagine di un’epoca definita soltanto dalla violenza. Nelle lezioni e nei dialoghi del Festival il conflitto è diventato uno strumento per comprendere la nascita degli equilibri politici e la pace una costruzione complessa, fatta di negoziazioni, convivenze e capacità di creare legami. Tra gli ospiti, Franco Cardini ha proposto una riflessione sul rapporto tra guerra, religioni e civiltà medievali; Anna Foa ha affrontato i temi della convivenza e delle identità culturali; Dario Fabbri ha allargato lo sguardo alle dinamiche geopolitiche, mostrando come molte categorie nate nella storia continuino a parlare al presente. Accanto agli incontri storici, il Festival ha aperto il Medioevo anche ad altri linguaggi. Le serate, gli spettacoli e i momenti narrativi hanno trasformato la divulgazione in esperienza collettiva, facendo dialogare ricerca, teatro e racconto. Una scelta che rispecchia lo spirito delle città medievali dove convivevano diversi saperi. L’Aquila diventa così il luogo naturale di questo confronto. Fondata nel XIII secolo attraverso il processo di aggregazione delle comunità del territorio, la città conserva ancora nella sua forma urbana la memoria di quell’esperienza. Le mura medievali, sviluppate insieme alla crescita del centro, disegnavano un grande perimetro difensivo aperto da porte che collegavano la città alle strade dell’Appennino. Il limite era anche un punto di passaggio: attraverso quelle aperture entravano merci, persone e conoscenze. Dentro le mura prese forma una delle esperienze urbane più originali del Medioevo italiano.
La Fontana delle 99 Cannelle, realizzata nel 1272, racconta ancora oggi il legame tra la città e il suo territorio: i mascheroni in pietra, diversi uno dall’altro, richiamano la tradizione delle comunità che parteciparono alla fondazione dell’Aquila, trasformando un’opera pubblica in un simbolo politico e identitario. Anche la Basilica di Santa Maria di Collemaggio nasce dentro questa geografia di incontri. Fondata alla fine del XIII secolo da Pietro del Morrone, futuro papa Celestino V, divenne nel 1294 il luogo della sua incoronazione e della nascita della Perdonanza. La facciata geometrica in pietra bianca e rosa, l’essenzialità dello spazio interno e il mausoleo cinquecentesco del pontefice raccontano un Medioevo fatto non solo di potere e conflitti, ma anche di cammini, spiritualità e relazioni tra comunità diverse. È lo stesso equilibrio che attraversa molti dei temi affrontati dal Festival: la guerra come costruzione di poteri e territori, ma anche la pace come capacità di creare legami. Nel Medioevo i ponti non erano soltanto opere architettoniche: erano strumenti politici ed economici, punti di attraversamento dove si incontravano mondi differenti. Allo stesso modo le strade dell’Abruzzo medievale collegavano città, monasteri e castelli in una rete continua. Una rete che il Festival ha riletto anche attraverso la storia materiale delle città: torri, castelli, abbazie, mura e porte sono archivi di pietra attraverso cui osservare la formazione dell’Abruzzo medievale. Il territorio appare è anche uno spazio di passaggio tra mondi diversi, attraversato da eserciti, pellegrini, monaci, mercanti e comunità, capaci di lasciare segni ancora riconoscibili nel paesaggio.
Fuori dall’Aquila, questa geografia è ancora leggibile. A Bominaco, l’Oratorio di San Pellegrino conserva uno dei più importanti cicli pittorici del Duecento abruzzese. Le pareti affrescate raccontano episodi biblici, santi, scene della Passione e un calendario medievale in cui il tempo dell’uomo segue il ritmo delle stagioni e del lavoro. Un’immagine della società medievale diversa da quella dei campi di battaglia: fatta di comunità, rituali e organizzazione del tempo. A San Clemente a Casauria, fondata nel IX secolo dall’imperatore Ludovico II e ricostruita nel XII, il monastero racconta invece il ruolo delle abbazie come centri capaci di tenere insieme spiritualità, economia e controllo del territorio. Il portale scolpito, l’ambone e il ciborio trasformano la pietra in un racconto del potere religioso e culturale esercitato lungo le grandi vie dell’Appennino. Accanto ai luoghi dello scambio, quelli della difesa. Rocca Calascio, tra le fortificazioni più alte dell’Appennino, controllava i passaggi del Gran Sasso, ricordando come nel Medioevo il dominio del territorio passasse dalla capacità di osservare, proteggere e governare le vie di comunicazione. A Celano, il castello Piccolomini mostra invece l’evoluzione dalla fortezza militare alla residenza signorile, simbolo del cambiamento dei rapporti di potere tra Medioevo ed età moderna. Il Festival delle Città del Medioevo 2026 ha riportato così lo sguardo su quegli straordinari luoghi dove mura e ponti, guerra e pace, costituiscono le due facce attraverso cui le città hanno costruito nei secoli la propria storia.
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