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Giovanni Curatola
Leggi i suoi articoliUna mattina, mi son svegliato (oh, bella... mi capita sempre!) e sono uscito fra le stradine sotto casa. Ma era un dedalo un po’ diverso, familiare, ma non il solito. C’era qualcosa di Khan el-Khalili al Cairo, ma anche del Bazar di Isfahan e un viale che avrei giurato era dietro Tien An Men, ma poi sono sbucato in una salita a gradini di Pera e, subito dietro l’angolo, ecco Samarcanda, ma senza Tamerlano. Ero confuso, logico, ma non spaventato. Poi uno slargo e un prato immenso, verde, verdissimo con quattro ruscelli, uno d’acqua, ma anche uno di miele, di vino, di latte. E piante di vite rigogliose stracolme di grappoli d’uva. Quel che colpiva di più era la luce: intensissima ma fredda e allo stesso tempo carica e dolce come le albe e i tramonti più belli; non ne avevo mai vista una eguale per limpidezza e grazia. C’era una porta, non chiedetemi di che genere, e sono entrato. Mi pareva una chiesa e c’era un prete, ma vestito come un rabbino davanti a un Crocifisso, dentro un mihrab e su un altare buddhista su cui riposava Visnù, e al suo fianco un candeliere ebraico, e più mi sforzavo di osservare i particolari e più mi turbavo: i simboli erano infiniti come infinite sono le religioni del mondo. E anche le persone; ma erano davvero sacerdoti? Sembravano solo i miei amici, ed erano strani, tutti sorridenti, ma vestiti in modo incongruo, ciascuno con i paramenti di un’altra liturgia. Stavo per uscire quando un angioletto mi ha detto di lasciare un’offerta per tutti. «E dove?», mi sono chiesto. Poi ho visto un calderolo di bosso a forma di castello (o forse erano tanti) e ci ho messo un sorriso buono. Poi l’angioletto mi ha quasi svegliato e io gli ho chiesto: «Ma dov’è sto posto?». E lui m’ha detto che non c’è, ma io lo posso costruire... M’ha svegliato, porcaccia la miseria, perché stavo bene, come in Paradiso.
Giovanni Curatola
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