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Giovanni Curatola
Leggi i suoi articoliFra studi e «militanza» a vari livelli ho passato una quarantina d’anni nelle università italiane. Che le condizioni dei nostri atenei siano a dir poco comatose ritengo che non sia un’opinione opinabile, bensì una triste (irrimediabile?) condizione. Lo scrive chi, come numerosissimi colleghi, ha visto cadere dall’alto innumerevoli «riforme», tutte abbastanza cervellotiche e volte a razionalizzare un’istituzione che dovrebbe (e potrebbe) essere centrale nella vita della Repubblica. Fin qui considerazioni scontate e banali. Potendolo fare, sono andato in pensione dopo la pandemia con qualche anno di anticipo. L’insegnamento a distanza (salvo limitatissime eccezioni, perlopiù per cause di salute e/o di forza maggiore) non è insegnamento. La presenza fisica, anche umorale, è indispensabile nel rapporto docente/discente.
Per questo, e per molte altre ragioni, ritengo che le cosiddette università telematiche non siano vere e proprie università, ma un succedaneo (cicoria al posto del caffè), il cui successo inarrestabile (?!) dovrebbe allarmare e preoccupare. Non mi spingo oltre nel ragionamento perché non vorrei essere querelato. Nodo centrale, a mio avviso mai sciolto, è la pretesa «autonomia universitaria», che non è mai esistita sul piano economico e nemmeno su quello normativo: è sempre il soprastante Ministero a determinare i fondi (ovviamente secondo astrusi logaritmi che tutti scontentano) e anche a indicare attraverso tabelle ineludibili gli ordinamenti dei singoli corsi. Quando la Facoltà di Lettere di Udine decise di aprire, con l’unico voto contrario del «bastiano» sottoscritto, un corso di laurea in «Scienze e tecniche del turismo culturale» (già il nome è di per sé tutto un programma) fui costretto ad aderire perché il mio ruolo di ordinario era indispensabile ai fini tabellari e a inventarmi un insegnamento di «Cultura dell’Oriente islamico», poi gradito dagli studenti perché sfatava qualche fraintendimento e pregiudizio antichi, oltre a fornire importanti nozioni circa l’alimentazione e la gastronomia di molte regioni a predominanza culturale islamica. Però, diciamocelo, non è che il mio insegnamento fosse proprio il più seguito, anche perché per certi versi facoltativo, mentre la mia presenza di cattedratico era di fatto fondamentale.
Nessuna possibilità di scelta; sono certo che di storie analoghe se ne possano raccontare a bizzeffe. Quindi, punto primo: vera autonomia, anche con revisione delle tasse di iscrizione, almeno da parificare alla quota che si paga annualmente per una palestra o all’abbonamento allo stadio (non studio). E contestuale revisione seria, vera e certificata, dei redditi familiari. In questo ambito vere e proprie truffe sono la regola. Molte altre questioni meriterebbero qualche considerazione, soprattutto relativamente alla prassi del reclutamento del personale (docente e non). Troppe ne ho viste e qualcuna anche subìta. Discorso complesso. Non sempre, per esempio, la cosiddetta «fuga dei cervelli» è stata veramente tale; potrei fare molti esempi di illustri colleghi che si sono affermati all’estero non perché luminari, ma perché là, anche negli Usa dove abbondano università di livello piuttosto bassino, c’è meno «consanguineità» con chi offre la posizione e gli standard non sono poi così alti. C’è, comunque, meno protezionismo e mongolismo accademico. E alla fin fine la formazione che facciamo qui da noi non è assolutamente malvagia, ostacolata vieppiù dall’ormai elefantiaca burocrazia. L’idea che esistano pubblicazioni di serie A o B non per i contenuti, ma per la sede di pubblicazione (qualifica di «eccellenza» apposta da qualcuno non privo di interessi) è solamente demenziale e, con rispetto parlando, da peracottai! Molto altro, ma infine non vorrei essere tacciato di appartenere alla schiera dei fieri reazionari e/o passatisti per quello che sto scrivendo. Non è così e potrei, forse, anche dimostrarlo; non sono affatto nostalgico dei «bei tempi andati…» o «…quella che ho fatto io sì che era università…». Però, credetemi, una pratica alla quale mi sono sempre opposto (entro i limiti di legge e con una pressante «moral dissuasion») è quella del rifiuto del voto da parte dello studente, oggi, colpevolmente, ritenuto un diritto. Follia pura. L’esame (magari facendone un po’ meno e con una commissione di tre membri effettivi) è un esame. Non si «prova» o si «tenta». Si fa e basta e il responso è quello lì, punto. Provate a fare all’esame della patente di guida l’obiezione all’ingegnere, oppure ditegli: «Mi faccia fare un altro parcheggio…», sarebbe assurdo. È per questo che non ho la patente di guida delle auto. Io auspico che un ritorno al passato sia solo una forma di buonsenso. Ultima cosa, le scuole di specializzazione: ho insegnato sia in quelle di archeologia sia in quelle di storia dell’arte. È tutto da rifare: meno lezioni frontali teoriche (spessissimo ripetizione dei corsi triennali o magistrali senza il minimo cambiamento) e più scavi, visite a mostre e musei. Pratica, pratica, pratica. Così, sempre, s’impara un mestiere: facendolo.
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