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Giovanni Curatola
Leggi i suoi articoliL’Iran è un Paese complesso. Qui, su un altopiano vastissimo, si stabilirono genti che hanno creato civiltà importanti. L’aspetto geografico è tutt’altro che trascurabile, anzi. Dell’antichità più remota ricordiamo come le culture più prospere siano sempre state favorite dalla presenza di un grande fiume: gli Egizi e il Nilo, la Mesopotamia («Terra fra i due Fiumi», Tigri ed Eufrate), la valle dell’Indo e in Cina i due bacini del Fiume Giallo e di quello Azzurro. Niente di tutto ciò in Iran: non si citano grandi fiumi. La sua civiltà, comunque grandissima, a partire dall’epoca achemenide, si caratterizza per essere policentrica. L’insegnamento di Zoroastro con la sua filosofia e religione, quell’insieme di dottrine e credenze che costituiscono la base imprescindibile dalla quale si sono poi sviluppati i tre principali monoteismi (ebraico, cristiano, musulmano), fiorì probabilmente nel Sistan iranico, regione orientale aspra, montagnosa e desertica del vasto altopiano, vicino, oggi, ad Afghanistan e Pakistan.
L’Iran («Terra degli Arii») è estensione della Persia antica; il nome Persia deriva dalla regione centro meridionale del Fars, più o meno l’attuale Shiraz in Iran. Il farsi è la lingua neopersiana moderna di ceppo indoeuropeo scritta con alfabeto arabo. Il ceppo etnico è ariano, anche se nei secoli molte stirpi differenti sono transitate e si sono stanziate in quei vastissimi spazi, paesaggisticamente molto vari, ma sempre bellissimi. Questo ruolo di cerniera fra Asia Centrale e più in là subcontinente indiano e Oriente Estremo da una parte e regioni mediterranee (con tutto il Nord Africa) ed Europa (ricordiamocelo che a est i confini europei sono segnati dagli Urali), non è solo un dato di fatto geografico, ma nella Storia diventa un’attitudine, una necessità, e direi quasi una vocazione. Non semplice luogo di transito, che non è mai mancato, ma fondamentale centro di elaborazione e costruzione di una civiltà autoctona e particolare, ricca di sfumature e, perché no?, di spinte anche contraddittorie. Terra di grandi imperi e pure terra di memoria ancestrale antica: un dato ricorrente e ineliminabile del sentirsi persiani (o iranici, la terminologia la uso in modo indifferenziato) è l’orgoglio della propria origine e al contempo originalità specifica. Mai dimenticarlo. Un rapporto, quello con sé stessi e con le genti limitrofe, pieno di tensione. Forse proprio per ferire o distruggere questo orgoglio ed esaltare il proprio, che Alessandro Magno ebbe a incendiare Takht-i Jamshid («Trono di Jamshid», primo mitico sovrano iranico) ovvero Persepoli, che non è mai stata una città capitale, ma un teatro, il luogo della celebrazione della più antica festa di rinnovamento primaverile, il «Nowruz», tradizione millenaria laica che nessuno è mai riuscito a eliminare o soffocare, tanto è connaturata nello spirito primigenio di quelle genti. La Persepoli che segue cronologicamente la capitale, 200 km più a nord, di Pasargade, dove gli archeologi hanno trovato, oltre alla semplice e per questo ancor più commovente Tomba di Ciro il Grande, poche vestigia di monumenti; tutto intorno dovevano esserci estesi giardini e parchi con gli edifici in pietra sparsi qua e là (non secondo una «logica», almeno non quella nostrana…), che costituiscono un’eccezione, non la regola, in una natura dominante.
Questo rapporto con la natura, privilegiato e unico, merita qualche altra considerazione. È una costante. Quando scià ‘Abbas, a cavallo fra Cinque e Seicento, sposterà la sua capitale a Isfahan, al centro del Paese, metterà in atto una rivoluzione urbanistica con i monumenti principali immersi nella natura. Il grande viale con alberi, aiuole, vasche e fontane che è l’asse principale viario della città (già allora una sorta di Ztl) la definisce e scavalca il fiume per continuare oltre esso. Sarà questo il luogo su cui sorgeranno i palazzi e i monumenti come la contigua Piazza Reale. Il viale si chiamava (e chiama) «chahar bagh» (letteralmente: quattro giardini), chiara allusione a quella che è la descrizione del paradiso coranico che ha spazi verdi e quattro ruscelli di acqua, vino, latte e miele. Nell’Iran preislamico il «Firdaws» è una riserva di caccia per la corte (io a fine anni ’70 ho visto e attraversato quello, lungo una decina di chilometri, di Shimbar) tramite un medio iranico «pardez» (avestico «pairidaez») e greco «parádeisos». E siccome tutto si tiene, i giardini più famosi di questo tipo sono quelli indiani seicenteschi dell’impero Moghul. Ma torniamo a Persepoli, che attinge a piene mani, modificandolo, non tanto però da renderlo irriconoscibile, a un repertorio che è quello egizio e soprattutto mesopotamico (assiro), congelandolo e rendendolo quasi sterilizzato (se non basta la mia opinione, si leggano le pagine che vi ha dedicato un maestro, Cesare Brandi). È un’arte imperiale, celebrativa, fredda, impersonale e autosufficiente. Comunque, il passaggio di genti è sublimemente rappresentato dai bassorilievi raffiguranti i popoli tributari che in registri separati decorano le pareti della scalinata dell’Apadana. Non a caso Reza Pahlavi, l’ultimo scià di Persia, volle qui fastosamente celebrare nell’ottobre del 1971, i 2.550 anni dell’Impero e il proprio ruolo internazionale; non si rendeva conto che il declino, ahilui, era dietro l’angolo.
L’Iran, nella sua Storia, è stato spesso attraversato da invasioni. L’Impero sasanide, stremato dagli scontri con la rivale Rum/Bisanzio, fu spazzato via dalla vigoria delle genti arabe che andavano propagandando il verbo di Allah predicato da Muhammad. Il Regno si schiantò, anche se è lecito supporre, vista la morfologia del terreno (montagne, deserti, oasi, pianure fertili, piccoli fiumi, paludi, coste marine, laghi salati; insomma: di tutto di più) che una certa resistenza ci sia stata e sacche più o meno estese di territori siano rimaste indenni e protette. Secondo alcuni storici è intorno all’anno Mille che anche le ultime zone franche vengono assorbite; è di questo periodo, per esempio, l’emigrazione più o meno volontaria di molti zoroastriani verso l’India. Questi sono gli antenati dei Parsi (il nome dice tutto), piccola comunità ancora molto presente e attiva, soprattutto sul piano economico ma non solo, nel subcontinente. A quella data, appunto intorno al Mille, risale una prima grande invasione proveniente da Oriente, quella dei Turchi Selgiuchidi (tribù Oguse). Ne seguiranno altre, sempre da Est: i Mongoli (eredi di Gengis Khan) e poi i Timuridi (discendenti di Tamerlano) e ancora gli Afghani nel XVIII secolo. Il Mille, o giù di lì, segna una data importante, perché se militarmente e politicamente l’Iran è ormai islamizzato, quel sostrato mai sopito di vivacità e originalità culturale iranico riaffiora e si afferma pienamente. Firdusi, il poeta nazionale (e siamo nella zona orientale del Paese) scrive il suo capolavoro, lo Shahnameh (Libro dei Re) una straordinaria epopea nazionale (e se vogliamo usare un termine d’oggi, anche nazionalistica) iraniana. Di qui l’affermazione di una radice iranica profonda, se non alternativa, almeno complementare a quella islamica; quest’ultima è semitica e in ultima analisi imposta e sovrapposta a quella locale. In un certo senso è una rivoluzione, sia pure solo culturale. In questa fase, per esempio in architettura, riemerge una tipologia strutturale tipicamente iranica (attestata anche nei territori circostanti, perché l’Iran odierno è molto più ristretto della sfera di influenza che per secoli si è estesa ben al di là dei confini politici attuali), quella dell’ivan (struttura chiusa su tre lati, aperta nel quarto lato che aveva prospiciente uno spazio aperto o corte, e generalmente con copertura voltata a botte; classico esempio è a Ctesifonte, d’età sasanide), che viene utilizzato nella progettazione delle moschee, la cui tipologia, da allora a fin quasi ad oggi, sarà quella con quattro ivan assiali con quello qibli (direzione di preghiera, verso la Mecca) che precede una sala cupolata. Sullo sviluppo delle sale cupolate potrebbe non essere estranea la citazione o copia della struttura del Tempio del Fuoco di zoroastriana memoria. Lo sviluppo delle arti decorative in Iran da questo momento in poi sarà vorticoso, sempre con apporti disparati: fondamentale in questo senso è quanto gli Ilkhanidi (il nome persiano della dinastia mongola) hanno portato dall’Asia Centrale e dalla Cina. Noi siamo abituati (e gli specialisti, in verità, un po’ costretti), per ragioni varie che non posso qui approfondire, a valutare l’arte islamica un po’ come un blocco unitario, ed è un serio errore.
L’arte musulmana dell’Iran, sia come produzione architettonica con la sua decorazione (rivestimenti ceramici semplicemente sublimi), sia come produzione pittorica (manoscritti miniati; di decorazioni architettoniche pittoriche non resta molto), toreutica, fittile e tessile, costituisce un nucleo se non esclusivo, certamente ricchissimo e forse senza eguali, per completezza, in altri territori dell’ecumene musulmano. A proposito dei tessili, i tappeti più preziosi, per antonomasia, sono quelli persiani; anche perché è qui che, fra la fine del Quattrocento e l’inizio del secolo successivo, il tappeto è passato dallo status di oggetto d’uso, come lo è stato per secoli e secoli, a quello di opera d’arte. Ho accennato al poeta Firdusi, ma in quell’ambito altre vette straordinarie sono state raggiunte da Nizami, Sa’adi, Hafez e molti altri, tra i quali non citerò il più famoso, Omar Khayyam, perché questi fu certamente un filosofo, matematico e soprattutto astronomo (non al pari di Avicenna, per carità!), ma che abbia scritto effettivamente le quartine che gli sono state attribuite nell’800 è abbastanza dubbio.
Dettagli del soffitto della Sala della Musica nel Palazzo Ali Qapu a Isfahan, affacciato su piazza Naqsh-e Jahan. Foto Alessandro Martini, 2018
Il Paese che ho conosciuto
Sì, ma, e... Tre parole per sintetizzare quello che a me (sottolineo il fatto che si tratta di una valutazione strettamente personale) pare essere un costante atteggiamento nazionale iranico. «Sì», sono convintamente musulmano, «ma» anche sciita «e» persiano. La confessione sciita, che si rifà ad ‘Ali e ai suoi figli Hasan e Hoseyn (i nipoti del profeta Muhammad, figli di Fatima), che pure presero parte alle campagne di Persia, l’ultimo citato martire a Kerbela (Iraq), si caratterizza per l’opposizione strenua al potere costituito (a loro dire, usurpato) e alla rivendicazione di giustizia. Tali sentimenti, fortissimi a livello popolare, costituiscono pilastri solidissimi e ineludibili dell’«identità percepita», perché fanno parte della storia secolare dell’imamato duodecimano che nessuno si sogna di rinnegare. L’Iran diviene ufficialmente sciita (con una teoria dottrinaria ma pure un’organizzazione anche gerarchica religiosa) a partire dalla fondazione della dinastia dei Safavidi nel 1501, con lo scià Isma’il. L’Iran si professa sciita e lo fa da più di 500 anni. Comprendere questo aspetto e anche la natura di opposizione al potere più o meno costituito che gli Sciiti hanno da sempre teorizzato (e qualche volta praticato) è fondamentale per cercare di comprendere l’Iran di oggi con i suoi movimenti e sommovimenti.
L’Iran che ho conosciuto io in questi ultimi cinquant’anni si è trasformato moltissimo. Ovvietà. Intanto la crescita demografica (complice il postguerra con l’Iraq conclusa nel 1988) è stata impetuosa: da una trentina di milioni di abitanti ai circa 90 di oggi, con una tendenza a raggiungere i 100 in poco tempo e, soprattutto, con una popolazione nella quale l’età media è di 35 anni. Negli anni Settanta del secolo scorso l’Iran era un Paese nel quale la distanza fra città (numerose e assai vivaci, anche culturalmente e artisticamente, da Teheran a Shiraz, Isfahan, Mashaad e Tabriz) e cittadine più piccole e villaggi era abbastanza marcata. Le risorse petrolifere (ma il territorio, vasto almeno cinque volte l’Italia, è potenzialmente ricchissimo di molte altre materie prime) sono state da sempre al centro degli interessi mondiali. Non si può dimenticare l’avventura di Mohammad Mossadeq (per me una sorta di Giorgio La Pira persiano: grande idealista, forse privo di spirito pratico e di astuzia politica) che decise con l’appoggio del Parlamento la nazionalizzazione del petrolio, in qualità di primo ministro, fra il 1951 e il 1953, eletto democraticamente e oppositore, con l’ayatollah Modarres (l’alleanza o l’opposizione del clero è sempre una costante) dell’autoproclamatosi scià, Reza Khan, il padre di Mohammad Reza Pahlavi, auspicabilmente l’ultimo dei «Re dei Re». Decisivo, s’è detto, fu allora l’appoggio dell’ayatollah Kashani, leader religioso sciita e buon teologo, e per quel che ci riguarda quello di Enrico Mattei. Un colpo di Stato, organizzato e favorito dai servizi segreti anglo-americani e dal disinteresse del clero sciita che mal vedeva il piano di redistribuzione delle terre. La «chiesa» attraverso i waqf (fondazioni pie religiose) ha sempre avuto grande peso economico; non solo ieri, ma anche oggi. Il santuario a Mashaad dell’Imam Reza, ottavo Imam sciita e unico sepolto in Iran, è ancora oggi un formidabile attore economico. Fu la fine di un sogno, forse non della democrazia come la intendiamo noi (?!), ma comunque di affrancamento dalla sfera coloniale occidentale. Il ripristinato scià, rientrato dal suo dorato esilio romano, tentò una decina d’anni dopo con la sua «Rivoluzione Bianca» (1963) un ampio programma di riforme (in 19 punti da compiersi in tre lustri) e modernizzazione dello stato. Stabilì il diritto di voto per le donne e promosse l’industrializzazione del Paese con la nazionalizzazione di foreste, pascoli e risorse idriche, ma soprattutto una riforma agraria con l’abolizione del latifondo e la distribuzione delle terre.
Cos’è che non funzionò? Le riforme furono osteggiate in chiave strettamente conservatrice dal clero sciita; la corruzione della corte e delle alte sfere burocratiche (rimaste sostanzialmente padrone delle loro proprietà) e l’abolizione dei partiti politici, accoppiata con la repressione sanguinosa della famigerata polizia politica (Savak), fecero il resto. Per di più quella fu l’epoca dell’abbandono crescente del settore agricolo e pastorizio e dell’avvio di un vorticoso inurbanamento. L’Iran, s’è detto, era (ed è) un Paese potenzialmente ricco, ma con produzioni assai scarse. Quando nel 1978 lavoravo a Sultaniye (c’è il mausoleo di inizio Trecento del mongolo Oljeitu, restaurato su progetto italiano di Piero Sanpaolesi con l’architetto Enrico D’Errico), quello era un villaggetto di poche decine di abitazioni dove, comunque, si trovava di tutto: però i polli surgelati erano inglesi, il formaggio bulgaro e la carne di pecora o capra australiana. Si diceva, ma forse era leggenda, che la Paykan, automobile, di produzione locale (su licenza British Leyland), costasse di più produrla in Iran che importarla. In ogni caso il petrolio garantiva rendite assai copiose investite nell’ammodernamento dei trasporti: la rete viaria è sempre stata adeguata se non ottima, anche se fra Teheran e Isfahan allora ci volevano 12 ore e adesso circa la metà... L’altro investimento cospicuo era quello in armamenti, soprattutto di provenienza anglo-americana, seppure qualche elicottero fosse italiano, grazie ai servigi di uno che da noi non è tornato a essere monarca. L’esercito iraniano ai tempi dello scià era considerato il più forte dell’area e uno dei primi al mondo, erroneamente ritenuto un baluardo interno ed estero. A fine anni Settanta, prima della Rivoluzione, in Iran vi erano 60mila americani con vari ruoli, molti apicali; io ricordo che inflazionavano il mercato antiquario, per fortuna soprattutto quello dei (brutti) tappeti. Ma ritorniamo alla storia. Morto l’ayatollah Kashani, l’opposizione fu incarnata da un altro religioso sciita conservatore, Ruhollah Khomeini, il quale, arrestato nel 1963, prese la via dell’esilio nel novembre dell’anno successivo. Dopo un anno in Turchia, del quale poco si sa, quello che sarebbe diventato il leader della Rivoluzione islamica ha trascorso un quindicennio in Iraq (Najaf, importantissimo centro sciita), per poi approdare con la famiglia nei sobborghi di Parigi (Neauphle-le-Château) dove visse pochi mesi (6 ottobre 1978-1 febbraio 1979), ospite dei francesi (Giscard d’Estaing presidente, con l’accordo anche del socialista Mitterrand e del comunista Marchais).
Con il senno di poi è facile osservare come quella iraniana sia stata, al pari di quella francese e russa, una vera e propria rivoluzione, capace di cambiare non solo le sorti di un Paese, ma la storia e l’approccio che con essa abbiamo. La sua conseguenza più importante, a mio avviso, è stata quella di fornire a tantissime genti, sparse un po’ dappertutto, un’identità, quella islamica, che è sovranazionale e che si è radicata sempre più fortemente come componente politica e non più solo religiosa. Peccato, però, che le altre rivoluzioni citate, in un modo o in un altro erano di segno progressista, mentre questa, iraniana e islamica (sciita), lo è stata in senso regressivo e conservatore. Però con tratti assolutamente peculiari come si può osservare leggendo con attenzione la Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran. Promulgata nel dicembre del 1979, è in buona parte ispirata dall’opera del sociologo e filosofo iraniano Ali Shariati (1933-77), un pensatore colto e molto originale che combinava nei suoi scritti spiritualità sciita (suo maestro fu Louis Massignon, ma conobbe anche Jean-Paul Sartre), marxismo ed esistenzialismo. Fu lui il riferimento culturale della Rivoluzione. Ma era chiara fin da subito la deriva che sarebbe seguita. Chi lo diceva allora non veniva ascoltato; tutti vittime di un’ubriacatura ideologica non compresa e da una propaganda (soprattutto francese) che ha «convinto» anche l’opinione pubblica. Poi, ma solo poi, c’è stato il grido d’allarme per il preteso «ritorno al Medioevo» (peraltro da quelle parti, e non solo, un periodo glorioso). Della spinta francese ho detto (con il celebre avallo della Rivoluzione fatto da Foucault che visitò il Paese); erano ansiosi di sostituire gli americani che erano i tradizionali sponsor e alleati dello scià, al quale, peraltro negarono la residenza una volta fuggito e che morì ed è sepolto al Cairo (1980). Erano previsti anche grandi investimenti, come la metropolitana di Teheran, che poi, però, non fu fatta preferendo i francesi spostare il progetto «chiavi in mano» nel più tranquillo e affidabile Egitto, al Cairo. Il primo febbraio 1979 Khomeini sbarcò da un volo Air France a Teheran, accolto da una folla sterminata e giubilante. Scendendo dall’aereo fu avvicinato da giornalisti locali che gli chiesero quale fosse il suo stato d’animo ritornando in patria dopo così tanti anni e che cosa avesse da dichiarare. La risposta, lapidaria, fu un secco «Icci» (niente) e, alle insistenze, irritato e stizzito: «Icci, icci». Questo era l’uomo. Parviz Tanavoli, quasi novantenne celebre artista persiano, ben accolto e conosciuto anche in Occidente, ha chiamato proprio «Heech» (la trascrizione diversa deriva dalla forma della lettera evocata) una scultura calligrafica (la calligrafia è qualcosa che in tutto l’ecumene musulmano è strumento artistico privilegiato, da sempre) replicata in innumerevoli esemplari, materiali e misure, che appunto è, in un certo senso, la rappresentazione plastica del «nulla».
Io sono stato in Iran nel 1979 e anche l’anno successivo. La situazione era tumultuosa. L’Ambasciata americana era stata assaltata e vi erano gli ostaggi; ricordo che la sua entrata era diventata una sorta di luogo turistico e davanti a essa si vendevano souvenir e anche Coca-Cola. Ma il potere teocratico religioso non aveva ancora vinto. Uno shock, per tutti, fu il blitz di Tabas (24-25 aprile 1980). Ricordo che, ospite dell’Istituto Italiano di Cultura, la sera sentimmo un trambusto e affacciandoci sulla piazza prospiciente l’edificio c’era una folla che su ordine di Khomeini, ormai divenuto l’Imam per eccellenza, gridava lo slogan «Allah-u Akbar», ripreso innumerevoli volte in circostanze anche molto diverse, in segno di giubilo per la vittoria sul «Satana occidentale». Ma la reazione del mondo occidentale non si fece attendere. Attraverso il fino ad allora reprobo Saddam Hussein (il leader iracheno che aveva ospitato per quasi tre lustri Khomeini e poi, su pressione dello scià, lo aveva espulso verso Parigi), l’Iran subì un pesante attacco militare, con la scusa della definizione di confini certi alla foce dello Shatt al-Arab. Si confidava da più parti che l’esercito, indebolito dalla decapitazione dei suoi vertici, posti in quel ruolo dallo scià, non avrebbe saputo reagire. Insomma, la solita pazza idea di una guerra lampo. Ma si sa, da che mondo è mondo, che una guerra, per di più subita, ricompatta moltissimo un po’ tutti. E così fu. Lotta di trincea, con innumerevoli morti e feriti; un regime non ancora insediatosi pienamente e traballante ne uscì rafforzato e solido. Guerra durata otto lunghissimi anni (1980-88) in uno stallo militare e politico, con un nulla di fatto per esito finale; sarebbe probabilmente potuta finire prima, ma le ragioni politiche (soprattutto in Iran per volere dell’ayatollah, «Guida suprema»), prevalsero a lungo, finché non fu costretto a bere «l’amaro calice».
Qualcosa che in queste terribili vicende, in parte vissute come testimone in prima persona, mi ha molto colpito è stato l’appoggio (un po’ reale e un po’ simulato dalla propaganda) che il regime ebbe anche dalle donne. In Iran (e anche in molte altre comunità islamiche e non solo) le donne hanno sempre dominato la sfera privata, determinando le sorti della famiglia. Il discorso sulle donne (con il recente movimento «Donna, Vita, Libertà») sarebbe molto lungo da fare. Esse hanno un ruolo sempre più importante nella società iraniana e, prima o poi, saranno protagoniste a tutti i livelli. Mi piace, comunque, citare un solo dato: le laureate in Iran sono in media statisticamente di più di quelle che abbiamo in Europa. La produzione artistica iraniana e la sua vita culturale (a Teheran, come altrove) sono sempre state vivaci. La «sciàbanu» (moglie dello scià, Farah Diba) promosse molte attività e istituì importanti fondazioni museali; ricordo il Museo del tappeto, quello generico sulla civiltà persiana non solo islamica, Riza-I ‘Abbas e quello di arte contemporanea. Questo museo aveva un pregevole dipinto dello statunitense Willem de Kooning («Donna III») acquistato per il museo da Farah Diba, ma, dopo la Rivoluzione, non più esposto perché essendo un nudo veniva ritenuto di contenuto disdicevole; nel 1994 fu scambiato con una sessantina di fogli del cosiddetto Shahnameh di scià Tahmasp, allora in deposito presso il Metropolitan Museum di New York. Artefice dell’operazione fu, come tramite, l’antiquario londinese Oliver Hoare, mentre da parte persiana la decisione fu presa da Hassan Habibi (1937-2013), allora vicepresidente dell’Iran, che ebbi modo di incontrare al convegno a Teheran organizzato per celebrare l’evento.
La cultura persiana, perlopiù sconosciuta da noi sia nelle sue manifestazioni antiche, sia in quelle contemporanee, ha sempre dato prova di grande vivacità espressiva. Per esempio, in campo cinematografico i nomi di Abbas Kiarostami (1941-2016), di Jafar Panahi (1960) e di Ali Asgari (1982) rappresentano tre generazioni diverse di grandi artisti. Purtroppo, la visibilità di molti artisti iraniani è legata all’interpretazione che se ne dà da noi considerandoli non funzionali al sistema, ovvero dissidenti. Gli artisti, a parer mio, sono dissidenti per definizione. Non tutti, certo. Ma qualche ammiccamento al mondo nostrano sembra cogliersi nelle opere di artisti pur di per sé validissimi. Mi riferisco a Shirin Neshat (1957), che essendo donna e sul tema femminile avendo molto lavorato, è stata eretta a paladina di un movimento che non credo sia stato da lei ispirato. Vivere da esuli è una condizione terribile; ci sono i sensi di colpa per una vita «privilegiata», ma c’è anche una maggiore libertà di espressione. Però non c’è la durezza repressiva quotidiana di un regime. I regimi sono quasi sempre «stupidi» e paranoici, vedendo dissenso anche dove non c’è. Shirin Neshat viene da Qazvin, nel Nord-Ovest dell’Iran, cittadina fertile per le artiste iraniane, visto che lì nacque anche Monir Shahroudi Farmanfarmaian (1922-2012), colei che attraverso la ripresa dell’arte tradizionale del vetro tagliato e del mosaico (Aina-kari), ha attualizzato attraverso le sue opere, spesso con tratti geometrici, un linguaggio prettamente iraniano ma anche universale. Recentemente è anche scomparso una specie di gigante delle arti iraniane (e, come tutti quelli che ho citato, con un alto profilo internazionale), il maestro Bahram Beyzai (1938-2025), artista e uomo poliedrico: regista, autore teatrale e direttore di teatro, scrittore e studioso di cultura anche mitologica e letteraria, era «figlio d’arte» essendo stato suo padre un valente e ben noto poeta. Insomma, l’Iran è un Paese pienamente sulla scena del mondo e della sua storia.
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