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Redazione
Leggi i suoi articoliIl fascino di Berlino risiede da sempre nella sua capacità di trasformarsi senza mai perdere le tracce del proprio passato, e la 22ª edizione del Gallery Weekend, in programma dal 1° al 3 maggio 2026, incarna perfettamente questo spirito di metamorfosi continua. Quello che era nato nel 2005 come un esperimento coraggioso di un piccolo gruppo di galleristi locali, oggi si è consolidato come un organismo urbano diffuso, che respira all'unisono con la città. 50 gallerie aprono le porte di oltre 66 location, trasformando i cortili di Mitte, i loft industriali di Kreuzberg e le eleganti facciate di Charlottenburg in un unico, immenso percorso espositivo che conta più di ottanta posizioni artistiche.
L'edizione di quest'anno introduce una novità strutturale di rilievo con il debutto di Perspectives, un settore concepito per dare spazio a progetti curatoriali che sfidano le logiche del mercato tradizionale, invitando ogni anno gallerie diverse a presentare visioni che esulano dall'ordinario. È un segnale chiaro: Berlino non vuole essere solo una piazza commerciale, ma un laboratorio di pensiero. In questo contesto, la pittura emerge con una forza inaspettata, quasi a voler reclamare il proprio ruolo di bussola in un mondo sempre più smaterializzato. Lo vediamo chiaramente nella proposta di Esther Schipper, dove Tauba Auerbach utilizza l'acrilico per sezionare la fisica della schiuma e i limiti della visione umana, o nel lavoro di Vivien Zhang da Galerie Max Hetzler, dove il pennello diventa uno strumento per ridisegnare i confini geopolitici e le proporzioni del mondo attraverso pattern biologici e cartografici.
Mentre la pittura riflette sulla percezione, altre gallerie scelgono di affondare le mani nella materia sociale e nella memoria collettiva. Da Capitain Petzel, Rodney McMillian trasforma oggetti d'uso quotidiano in simulacri di disuguaglianze, legando l'astrazione post-minimalista alle lotte civili afroamericane. In modo altrettanto potente, la galleria SOCIÉTÉ ospita Wynnie Mynerva con una mostra che è un vero e proprio manifesto di resistenza andina; il titolo stesso, Volveré y seré millones, evoca il ritorno di una forza collettiva che ridefinisce l'amore non come un possesso romantico occidentale, ma come un'energia relazionale che connette territori e antenati. Questa tensione tra il globale e il locale, tra l'estetica pura e la rivendicazione politica, è ciò che rende il weekend berlinese un’esperienza densa, capace di passare dalla malinconia industriale di Robert Elfgen da Sprüth Magers - dove i paesaggi della Germania diventano deserti utopici - alla luce purissima e contemplativa di James Turrell da Max Goelitz, che per la prima volta porta in città i suoi celebri lavori in vetro retroilluminato.
Il Gallery Weekend 2026 non si esaurisce però dentro le mura delle gallerie, ma invade lo spazio pubblico e le istituzioni con una sinergia senza precedenti. Se il KaDeWe sorprende i passanti con installazioni cinetiche firmate da David Byrne nelle sue vetrine, la Neue Nationalgalerie alza il volume della provocazione con Beeple, che popola l'iconico edificio di Mies van der Rohe con i suoi disturbanti animali robotici. Parallelamente, la riapertura della Collezione Boros e la potente installazione video di Marina Abramović al Gropius Bau creano un contrappunto istituzionale che arricchisce il palinsesto.
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