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Pietro Luridiana e Pierfrancesco Ferrucci nel 1984

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Pietro Luridiana e Pierfrancesco Ferrucci nel 1984

Un giallo sul mondo dell’arte: il caso delle teste di Modigliani in un nuovo documentario

Il regista (e autore Rai) Luca Rea e i tre artefici della burla raccontano il dietro le quinte della pellicola, che arriverà nelle sale nel 2027

Letizia Riccio

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Nonostante nel tempo siano diventati stimati professionisti, non hanno perso lo spirito ironico tipico della loro città: i tre autori della burla delle teste di Amedeo Modigliani, ritrovate nel 1984 nel fosso Reale di Livorno e ritenute autentiche da molti esperti, sono a Roma per presentare alla Festa del Cinema il documentario di Luca Rea, «Il caso Modigliani», prodotto e distribuito da Fandango. Il tema, tuttavia, va ben al di là dello scherzo; guardando il film (nelle sale arriverà nel 2027) lo sguardo si sposta sui concetti di vero e falso nell’arte, sul ruolo della critica, sulla narrativa che cambia la percezione finale, più che mai oggi, nell’era dei social e dell’Intelligenza Artificiale. Argomenti di grande attualità, ammette il regista Rea (autore Rai, di recente vincitore del Prix Italia) e racconta l’ispirazione che lo ha mosso: «È un progetto maturato lungo molto tempo; già all’epoca, i fatti avevano colpito la mia immaginazione di tredicenne. Allora non ne avevo consapevolezza, ma il fascino principale dell’accaduto era la forza di un’idea creativa; la genialità è sempre valida, anche se deriva da uno scherzo», spiega.

Il film non si limita a seguire il guizzo creativo degli autori (e voci narranti) dello scherzo, Pietro Luridiana, Pierfrancesco Ferrucci e Michele Ghelarducci (un quarto se ne è discostato subito), ma racconta il dipanarsi di una trama da giallo, con incredibili coincidenze e colpi di scena: dal ritrovamento di una testa e lo stupore dei tre ragazzi vedendo che non era la loro, al decesso improvviso della figlia di Modigliani proprio in quei giorni, alla scoperta di un secondo autore di altre due teste ritrovate nello stesso fosso, a due misteriose lettere che avvisavano dell’imminente ritrovamento, fino al convincimento dell’autenticità dei reperti da parte di alcuni critici d’arte, fra i quali nomi come Giulio Carlo Argan e Cesare Brandi. Le altre due teste ritrovate erano opera di un giovane artista livornese, Angelo Froglia (1955-97); ma la matrice del gesto era del tutto differente, come precisa Michele Ghelarducci: «Froglia era un artista tormentato, un po’ come Modigliani, voleva sperimentare la reazione dei media da punto di vista artistico; il nostro intento, invece, era di creare una burla geniale». 

Tutte e tre le teste sono ora conservate all’interno del Museo della Città di Livorno, dopo un lungo periodo di occultamento all’interno di depositi, periodo nel quale i tre autori della beffa non poterono più vedere la loro. Racconta Ghelarducci: «La collocazione nel Museo è il coronamento della nostra vicenda. Per lungo tempo, le teste furono considerate pietre dello scandalo, ora fanno parte della storia della città». La conseguenza nel tempo dell’azione di 42 anni fa è stata il ricongiungimento di Modì con la sua città d’origine, che in passato non lo aveva sempre compreso, come spiega Pietro Luridiana: «Da quel momento tutti conoscono Modigliani a Livorno; e, più di recente, il territorio sta trovando una nuova identità, anche grazie alle iniziative culturali, senza perdere il suo spirito goliardico».

Letizia Riccio, 23 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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