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Uno still dal film «Riverrun», 2026, diretto da Philippe Parreno

© 100 Questions Productions LLC

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Uno still dal film «Riverrun», 2026, diretto da Philippe Parreno

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Charlotte Gainsbourg si trasforma in paesaggio nel film opera prima di Philippe Parreno

L’artista sperimentale francese chiude la Festa del Cinema di Roma 2026 con l’anteprima mondiale del suo primo lungometraggio; un’opera d’arte che prende corpo grazie a un’altra forma d’arte 

Letizia Riccio

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L’anteprima mondiale di «Riverrun», primo lungometraggio (90 minuti) dell’artista francese Philippe Parreno, ha concluso la 21ma edizione della Festa del Cinema di Roma (13-25 ottobre). Protagonista del film, scritto, sceneggiato e diretto da Parreno, una bravissima Charlotte Gainsbourg, la cui voce aveva fatto parte dell’installazione «Hertzian Tales» (2023) dell’artista francese, alla Gladstone Gallery di New York. Nel cast, tutto al femminile, Zoë Saldaña (interprete anche di «Avatar», 2009, e «Emilia Pérez», 2024), Vicky Krieps (nella serie Netflix «Monster», 2022-) e la star internazionale Angela Molina. La pellicola, distribuita da Filmclub e Minerva Pictures, arriverà nelle sale italiane nella primavera 2027.

«Riverrun» riprende e ricompone, sviluppandoli, molti temi dell’arte sperimentale di Parreno, già esperto della macchina da presa dopo aver diretto corti e documentari (famoso quello del 2006 sul connazionale calciatore, anch’egli di origini algerine, Zinédine Zidane). Così, la reinterpretazione vocale dell’ambiente e della natura circostanti di «Membrane» (2024), la torre totemica installata nel parco del Leeum Museum di Seul, fa un ulteriore salto verso la compenetrazione arte-uomo-ambiente, attraverso la cinematografia.

Racconta Philippe Parreno (Grenoble, Francia, 1964): «"Riverrun” è un ritratto che si trasforma in paesaggio. La figura in primo piano si fonde lentamente con lo sfondo, o forse è lo sfondo che avanza fino a raggiungerla. Accettare di diventare paesaggio non significa scomparire. È una “disoggettivazione” scelta consapevolmente, quasi una strategia di sopravvivenza. Smettere di essere una figura e diventare un ambiente, un fiume». Questa, molto sinteticamente, l’idea del regista, realizzata in un film a tratti onirico, ma con una sua autonomia visiva e sperimentale rispetto alla narrazione cinematografica alla quale siamo abituati; un’opera d’arte che prende corpo grazie a un’altra forma d’arte.

Lucy H., musicista (aspetto biografico in comune con l’interprete Gainsbourg) soffre di una sindrome irrisolvibile con le normali terapie e viene indirizzata in una sorta di clinica specializzata all’avanguardia, immersa nel paesaggio montano spagnolo (immagini girate in Catalogna). Fra macchinari tecnologici che scrutano mente e anima e telecamere notturne, emergono visioni che si fondono con la natura circostante, attraverso una fotografia nitida ed evocativa (curata da Maceo Bishop, direttore della fotografia statunitense, vincitore di un Emmy Award nel 2021); panorami e animali, ma soprattutto primissimi piani che sfociano in dettagli a distanza quasi microscopica, simulano la fusione della protagonista con l’ambiente. La voce di Lucy e quella di coloro che la interrogano esprimono parole, ma ancor più un universo sonoro, nel quale sono inserite le musiche originali di Invisible Mountain (Lexx e Nicolas Becker, compositore e ingegnere del suono francese, premio Oscar 2020). Il risultato è un film interessante non solo per gli esperti di performance contemporanee, ma per chi intuisce un futuro in cui arti, uomo, natura e tecnologie si fonderanno progressivamente.

Uno still dal film «Riverrun», 2026, diretto da Philippe Parreno. © 100 Questions Productions LLC

Letizia Riccio, 26 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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