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Francesco Tiradritti
Leggi i suoi articoliDi recente il sito della rivista «Cairo Scene» è tornato a parlare del rimpatrio di alcune antichità, un argomento che sta molto a cuore agli egiziani e che riaccende ogni tanto aspre discussioni nell’opinione pubblica del Paese, ma anche nei vari social media del mondo occidentale. Serag Heiba, autore dell’articolo, sottopone all’attenzione del lettore un elenco delle dieci opere che dovrebbero assolutamente rientrare in Egitto. La sua proposta, alla quale immagini create dall’IA attribuiscono vivida concretezza (sulla pagina Instagram @CairoScene), sarebbe quella di esporre i dieci capolavori nel recentemente inaugurato Grand Egyptian Museum (Gem).
Qui sorge il primo problema. Perché, qualora fossero rimpatriati, gli obelischi ora a New York e a Londra non dovrebbero essere di nuovo eretti ad Alessandria e quello di Place de la Concorde a Parigi davanti al tempio di Luxor? L’elevato costo dell’impresa è l’unico motivo che mi impedisce di esprimere un giudizio favorevole sulla restituzione di quest’ultimo.
E ancora, perché lo Zodiaco di Dendera, invece di venire appeso a una delle pareti del Gem, non dovrebbe tornare nella sua posizione originale, incastonato nel soffitto del Tempio di Hathor? In questo caso, pur non essendo d’accordo a spostare un monumento così prezioso e fragile, mi sentirei di chiedere alla Francia una riproduzione più fedele di quella attuale in gesso che si trova al posto dell’originale e la cui qualità è davvero pessima.
Questo per dire che chiedere indietro le antichità non è cosa semplice e ha molteplici implicazioni. Già una ventina di anni fa oltre trenta musei mondiali affermavano congiuntamente che «gli oggetti acquistati in passato vanno considerati alla luce di diverse sensibilità e valori riflettenti quell’epoca» e «i musei non servono solo i cittadini di una Nazione, ma il popolo di ogni Nazione».
Questo concetto risulta abbastanza chiaro nel caso della Pietra di Rosetta che, essendo uno dei monumenti egizi richiesti con più insistenza, compare ovviamente nell’elenco delle dieci opere. Più che essere legato alla civiltà egizia che lo ha prodotto, il monumento rappresenta lo spirito culturale francese negli anni in cui Napoleone organizzò la spedizione in Egitto (1798-1801). Senza la consapevolezza illuminista ed enciclopedica di quell’epoca, un soldato semplice avrebbe attribuito importanza a quel pezzo di pietra sul quale erano incisi strani segni?
Obelisco di Place de la Concorde, originariamente eretto da Ramesse II davanti al tempio di Luxor. Foto Francesco Tiradritti
Obelisco di Thutmosi III, noto come Cleopatra Needle, a New York. Foto Francesco Tiradritti
La Pietra di Rosetta è anche una testimonianza del dibattito intorno alla decifrazione del geroglifico che occupava le menti europee ormai da oltre 200 anni. Non è, d’altro canto, neanche unica. Anche il Decreto di Canopo, di qualche decina di anni più antico, ha un testo bilingue redatto in tre scritture. Se la Pietra di Rosetta, senza l’intervento dell’illuminato ed enciclopedico soldato francese, fosse finita nella muratura del Fort Julien, è assai probabile che, anche se con qualche anno di ritardo, si sarebbe arrivati lo stesso a decifrare il geroglifico.
Altro oggetto di continue richieste è il Busto di Nefertiti ora all’Ägyptisches Museum und Papyrussammlung di Berlino. Qui la faccenda si complica perché l’autenticità del celeberrimo reperto è stata messa più di una volta in dubbio e con motivazioni abbastanza fondate. Sarebbe sufficiente chiedersi perché il viso rappresenti una donna dalle caratteristiche fisiognomiche caucasiche (all’inizio del XX secolo si pensava che Nefertiti fosse indoeuropea) e non originaria dell’Alto Egitto (come è stato appurato in anni recenti) per gettare più di un’ombra sull’originalità dell’opera. Il Busto di Nefertiti è però ormai assunto a icona moderna dell’antico Egitto e, come tale, lo si ritrova anche in alcune produzioni cinematografiche e televisive.
Le altre opere elencate da Serag Heiba sollevano qualche perplessità. Perché chiedere indietro la veste da Tarkhan, o la parte superiore del colosso di Ramesse II ora al British Museum, o quella che è considerata la più antica Bibbia, oppure la statua che rappresenta Ankhhaf conservata al Museum of Fine Arts di Boston? Si tratta di opere che hanno lasciato l’Egitto in modo ufficiale e non ne appare subito evidente il motivo della richiesta. Ogni tanto l’Egitto continua comunque a rivendicare queste e altre opere. Sui social media compare ogni tanto anche una foto delle piramidi di Giza con la frase, diventata ormai un vero tormentone, «la ragione per cui le piramidi egizie non si trovano al British Museum è perché gli inglesi non sono riusciti a smontarle». Tra i commenti c’è anche chi si domanda se una tale affermazione sia vera. Naturalmente non lo è, ma potrebbe essere utilizzata anche per le piramidi sudanesi. Non si trovano al Cairo perché gli egiziani non sono riusciti a portarsele via.
Quando il Sudan era sotto il protettorato anglo-egiziano (1899-1956) molti dei reperti ritrovati nel corso degli scavi in quella regione venivano infatti trasportati al Museo Egizio del Cairo dove si trovano tuttora. Tra questi vi è la celeberrima Stele di Piankhy dal Gebel Barkal. Il testo racconta le imprese del sovrano che, intorno alla metà dell’VIII secolo a.C., riuscì a conquistare l’Egitto sul quale i sudanesi mantennero il controllo per circa un secolo. Nell’ambito di un discorso sul rimpatrio delle antichità, gli egiziani potrebbero cominciare a dare il buon esempio restituendo proprio la Stele di Piankhy al Sudan (una volta terminata la guerra che dilania il Paese). Ovvio che non lo faranno mai, soprattutto perché è un documento che testimonia una delle più pesanti sconfitte subite dall’Egitto, anche se sono passati più di 2.700 anni.
Al di là di ogni discorso, il problema è comunque complesso ed entra nel merito della «vita» di un monumento che, prodotto da una civiltà, può acquistare nuovi e diversi significati e valore nel contesto di un’altra. Uscendo dalla storia di una singola Nazione, un reperto confluisce in quella più ricca del genere umano.
Oggi c’è maggiore tutela sulla provenienza dei reperti e la fuoriuscita illecita di un reperto dalla propria Nazione di origine è sanzionato da leggi molto severe. Un tempo non era così e nessuno può dirsi davvero innocente: chi è senza peccato…
Una veduta frontale del busto di Nefertiti. Foto Francesco Tiradritti
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