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Angelica Kaufmann
Leggi i suoi articoliTutto è cominciato con una pietra rosa affiorata da un campo agricolo nel delta del Nilo. A individuarla è stato Khaled al-Shahat, un contadino egiziano che, mentre lavorava il proprio terreno nel governatorato di Gharbia, si è imbattuto in un blocco di pietra diverso da quelli che era abituato a incontrare. La sua decisione di avvisare immediatamente le autorità ha dato avvio a una campagna di scavi che ha portato alla scoperta di due statue monumentali attribuite al faraone Ramses II, una delle quali potrebbe aver raggiunto un'altezza originaria di circa otto metri e mezzo.
La scoperta, annunciata dal Ministero egiziano del Turismo e delle Antichità nell'ottobre 2026, aggiunge nuovi elementi alla conoscenza della presenza monumentale di Ramses II nel delta del Nilo. Il sovrano, appartenente alla XIX dinastia, regnò dal 1279 al 1213 a.C. e fu uno dei più importanti protagonisti del Nuovo Regno, ricordato tanto per le campagne militari quanto per un'attività edilizia che interessò numerosi centri dell'antico Egitto. Il primo reperto individuato da al-Shahat era un blocco di granito rosa lungo circa 1,3 metri, sul quale gli archeologi hanno riconosciuto due titoli della regalità faraonica: Nesw-Bity, «Re dell'Alto e del Basso Egitto», e Sa-Ra, «Figlio di Ra». Le iscrizioni hanno permesso di collegare il manufatto alla titolatura di Ramses II e hanno orientato le successive indagini archeologiche.
Gli scavi condotti nelle immediate vicinanze hanno restituito una testa colossale alta circa 1,6 metri, appartenente a una statua del sovrano. Il faraone è rappresentato con la doppia corona dell'Alto e del Basso Egitto, uno dei principali simboli dell'autorità regale, che richiama l'unificazione delle Due Terre e la natura universale del potere monarchico. La corona, che combina la corona bianca dell'Alto Egitto e quella rossa del Basso Egitto, costituisce un elemento fondamentale dell'iconografia faraonica. La sua presenza sulla statua di Ramses II ribadisce il ruolo politico e religioso del sovrano, presentato come garante dell'unità del regno e dell'ordine cosmico.
Accanto alla testa, gli archeologi hanno individuato anche i resti della parte superiore del pilastro dorsale della statua, sul quale compare il nome di Horus di Ramses II, Hor Ka Nakht Mery Maat. La titolatura regale egizia comprendeva infatti diversi nomi e appellativi, ciascuno legato a specifiche dimensioni del potere faraonico e al rapporto tra il sovrano e le divinità. Il nome di Horus, in particolare, identificava il faraone come manifestazione terrena del dio falco e ne esprimeva la legittimità dinastica e religiosa. La presenza dell'iscrizione sul pilastro posteriore offre quindi un ulteriore elemento per l'attribuzione della scultura.
Sulla base delle proporzioni della testa, gli studiosi ritengono che la statua completa potesse raggiungere un'altezza di circa 8,5 metri. Si tratterebbe dunque di un'opera di dimensioni monumentali, concepita per affermare visivamente la presenza del sovrano e la grandezza della regalità faraonica. L'impiego del granito rosa è coerente con la tradizione della statuaria monumentale egizia, nella quale le pietre dure erano particolarmente apprezzate per la loro resistenza e per il valore simbolico associato alla durata dell'immagine regale. Ramses II fece ampio ricorso a statue colossali, obelischi e grandi apparati architettonici per celebrare il proprio regno, disseminando il territorio egiziano di immagini destinate a rendere riconoscibile la sua autorità.
La scoperta non si è però limitata alla prima statua. Nel corso delle indagini è stata riportata alla luce gran parte di una seconda figura reale, anch'essa ritenuta una rappresentazione di Ramses II. Il frammento conservato misura circa 2,4 metri di lunghezza ed è privo delle gambe, della base e di parte della sezione superiore del nemes, il caratteristico copricapo regale a bande che ricadeva sulle spalle. Nonostante le lacune, il volto conserva tratti ben leggibili, che secondo gli archeologi presentano analogie con quelli della prima scultura. La presenza di due statue monumentali nello stesso contesto suggerisce l'esistenza di un complesso architettonico di una certa importanza, anche se al momento non sono disponibili elementi sufficienti per stabilirne con precisione la funzione e l'organizzazione. È proprio questo uno degli aspetti sui quali si concentreranno le prossime indagini. Gli archeologi dovranno verificare se le statue si trovassero originariamente nel luogo del ritrovamento oppure se siano state spostate, riutilizzate o abbattute in una fase successiva. Nel corso della storia egizia, infatti, numerosi monumenti furono smantellati e i loro materiali reimpiegati in nuove costruzioni, rendendo spesso complessa la ricostruzione dei contesti originari.
La presenza di grandi statue regali può essere associata a templi, santuari o altri complessi monumentali, ma la loro identificazione richiede lo studio delle strutture architettoniche e della stratigrafia. Gli scavi nel terreno di al-Shahat proseguiranno proprio per comprendere l'estensione del sito, la disposizione dei monumenti e le trasformazioni intervenute nel corso dei secoli. Il ritrovamento assume un interesse particolare anche per la sua collocazione geografica. Il delta del Nilo fu una regione fondamentale durante il regno di Ramses II, che stabilì la propria capitale a Pi-Ramses, nel delta orientale. La presenza di monumenti dedicati al sovrano in altre aree del delta testimonia la diffusione delle immagini della regalità e l'importanza politica ed economica di questa vasta regione. Non è tuttavia possibile, sulla base delle informazioni attualmente diffuse, collegare direttamente le statue appena scoperte a Pi-Ramses o a uno specifico complesso templare. Saranno le indagini archeologiche a chiarire il ruolo del sito all'interno dell'organizzazione territoriale dell'Egitto ramesside.
La vicenda ha avuto anche un seguito insolito. Il 14 ottobre 2026, il ministro egiziano del Turismo e delle Antichità, Sherif Fathy, si è recato personalmente nel villaggio di Khaled al-Shahat per ringraziarlo della segnalazione. Alla presenza della famiglia e degli abitanti della comunità, il ministro ha consegnato al contadino e alla moglie attestati di riconoscimento e ha offerto loro un viaggio in Arabia Saudita per compiere l'Umrah, il pellegrinaggio islamico alla Mecca. Secondo il Ministero, il riconoscimento è stato voluto per valorizzare il comportamento responsabile dell'agricoltore, che ha scelto di informare le autorità anziché trattenere il reperto o tentare di commercializzarlo.
Il gesto assume un significato particolare in un Paese nel quale la straordinaria ricchezza archeologica convive con le esigenze dell'agricoltura, dell'urbanizzazione e dello sviluppo delle infrastrutture. Molti siti antichi si trovano infatti al di sotto di terreni coltivati o di aree abitate, e la collaborazione delle comunità locali può rivelarsi decisiva per individuare e proteggere testimonianze ancora sconosciute. La segnalazione di al-Shahat dimostra come una scoperta fortuita possa trasformarsi in un'indagine scientifica di notevole interesse, purché il reperto venga riconosciuto e affidato tempestivamente agli specialisti. Per il contadino, l'esito degli scavi è stato motivo di sorpresa. Alla CBS News ha raccontato di non aver immaginato che quella pietra insolita potesse condurre a un ritrovamento tanto importante. Gli archeologi, ha aggiunto, gli hanno spiegato che la scoperta potrebbe modificare la conoscenza storica della zona.
Al momento, il significato complessivo del ritrovamento rimane da definire. La presenza di due statue monumentali di Ramses II apre interrogativi sull'assetto antico del territorio, sull'eventuale esistenza di edifici di culto e sulla diffusione dell'immagine del faraone nel delta del Nilo. Da un blocco di granito rosa emerso durante il lavoro nei campi è riaffiorata così una testimonianza della politica monumentale di Ramses II, il sovrano che più di tremila anni fa fece della propria immagine uno degli strumenti privilegiati di rappresentazione del potere. E mentre gli archeologi proseguono gli scavi, la storia di Khaled al-Shahat ricorda quanto del patrimonio dell'antico Egitto rimanga ancora nascosto sotto il paesaggio contemporaneo: non necessariamente in grandi necropoli o in templi già conosciuti, ma anche sotto un terreno agricolo, dove una pietra apparentemente comune può rivelarsi il frammento di un colosso faraonico.
Angelica Kaufmann
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