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Sergio Buttiglieri
Leggi i suoi articoliQuel che si dice di «Un ballo in maschera» vale naturalmente per tutto Verdi. Tuttavia in quest’opera è più evidente ed emblematico: e cioè che è un capolavoro di espressione pura, di semplice rappresentazione fantastica, senza nemmeno l’ombra di pretesa culturale. Di qui il disprezzo in cui era tenuto Verdi in genere, e «Un ballo in maschera» in particolare, alla fine dell’Ottocento e al principio del Novecento, quando sembrava che l’arte dovesse essere anzitutto un fatto di cultura, con Wagner a fornire l’esempio altissimo di un’arte dotta, dove ogni cosa vuol sempre dire un’altra cosa, grazie all’onnipresenza del Simbolo.
Gli insegnanti del Conservatorio di Milano, non dimentichiamolo, dissero che Giuseppe Verdi non aveva attitudini per la musica e che non possedeva nessuna abilità. Non aveva che fantasia: troppo poco per dei professori e dei critici. Anche per questo Verdi è il musicista per eccellenza. Nessuno è più popolare, più sconvolgente di lui. Con un colpo di spalla butta giù le porte, calpesta la legge, i divieti e, in cambio, appaga l’istinto.
«Un ballo in maschera» (1858), su libretto di Antonio Somma tratto da un testo di Eugène Scribe, è la cosa più banale di questo mondo. Figurarsi: due che si vogliono bene, ma lei è sposata, e per di più al miglior e devoto amico di lui, che è governatore di Boston. Arrivano al punto di perder la testa in un’avvampante dichiarazione, lui, e di un pudico «aveu d’amour» lei. Poi vengono scoperti, lui, Riccardo, cadrà sotto il pugnale dell’amico Renato, che si è unito ai congiurati nemici del Governatore, ma sopravviverà quel tanto che basta per rassicurare l’amico e segretario che non è successo niente di male, che Amelia è pura e che lui morendo perdona tutti quanti. Il trionfo della banalità, cose che capitano tutti i giorni. Ma si dà appunto che questa banalità è la vita di tutti i giorni, senza griglie culturali, valida con qualunque background sociopolitico, storico e geografico. Se la parola «universale» ha un senso è proprio questo.
La parte del soprano, nel «Ballo in maschera», non gode d’una preminenza assoluta: è quasi del tutto assente al primo atto, campeggia insieme a quella del tenore durante il secondo atto, che è un lungo duetto d'amore (il momento più bello dell’intera opera e, in generale, una delle pagine più eccelse uscite dalla penna di Verdi), allargato poi in un terzetto dall’arrivo del baritono; nel terzo atto, infine, la parte del tenore sovrasta ogni altra. Nel «Ballo in maschera» in scena fino al 24 maggio nell’88mo Festival del Maggio Musicale Fiorentino, nella Sala Grande del Teatro, con sul podio il maestro concertatore e direttore Emmanuel Tjeknavorian e la regia di Valentina Carrasco, l’interpretazione del soprano Chiara Isotton è andata crescendo d’intensità da un atto all’altro, raggiungendo i risultati migliori, proprio per le sue virtù di cantante e attrice, in quel terzo atto dove la sua parte non contiene pagine musicali altissime, paragonabili a quelle del secondo atto.
Isotton ha capito che Amelia non è una grande eroina tragica, non è una Medea o un’Antigone: è fatta della stessa pasta della «Traviata», Violetta Valéry, una povera donnina che sfiora l’adulterio e che trova tanto difficile sbrogliarsi dalle complicazioni di questo mondo e dalle insidie ingannevoli dei sentimenti. Capito questo, la sincerità dell’interpretazione è andata progressivamente crescendo e ha raggiunto la massima intensità di vibrazioni in quella spiegazione coniugale del primo quadro del terzo atto, che generalmente sembra la parte più debole dell'opera, e che l'interpretazione di Isotton (insieme alla sobrietà del baritono Bogdan Baciu nel ruolo di Renato) ha reso questa volta più del solito persuasiva e commovente.
Accanto a Isotton/Amelia, il tenore Antonio Poli, che interpreta Riccardo, è stato l’altro trionfatore della serata. Difficile immaginare un maggiore contrasto di quello che passa tra questi due interpreti. Isotton tutta controllo dell’intelligenza e sorvegliato calcolo artistico nell’impiego dei mezzi naturali e tecnici; Poli tutto abbandono fanciullesco alla gioia di cantare senza economia né sottintesi, tutto piacere della voce naturalmente ricca e felice, che gli consente di affidarsi interamente a questa sola risorsa e d’immergervisi a fondo, senza nemmeno tentare, durante il canto, la parvenza d’una recitazione. Qualità contrastanti che, grazie anche all’accortezza della concertazione, si completano anziché contraddirsi: come se lungo il duetto del secondo atto qualcosa della tenorile improntitudine dell’uno passasse a poco a poco nella sofisticata vigilanza dell'altra e ne sciogliesse il riserbo.
L’eccellente Ulrica di Ksenia Dudnikova qui veste i panni, non a caso, di Martin Luther King che predice anche il futuro. La presenza di un personaggio afroamericano non era un caso allora e non lo è adesso: è un tema, ci ricorda la regista, ancora oggi estremamente problematico negli Stati Uniti. Lo era all’epoca di Verdi, così come al tempo di Kennedy. Malgrado la situazione non sia più la stessa, ancora oggi vige un'enorme ipocrisia e ci sono Stati degli Usa dove disparità e razzismo sono presenti in modo pervasivo, con molte problematiche che conosciamo bene in merito al voto, all'istruzione, al lavoro. La vivacità di Lavinia Bini, nel ruolo di Oscar, la sobrietà dignitosa di Janusz Nosek, l’ottima prestazione del coro, diretto da Lorenzo Fratini, completavano la degna esecuzione, insieme alla correttezza delle parti minori.
Le novità di questa esecuzione stavano nella messa in scena, con le scenografie di Andrea Belli, i costumi di Silvia Aymonino, e la regia di Valentina Carrasco, quest’ultima purtroppo fischiata alla fine dal pubblico tradizionalista che ancora non accetta che il regista possa essere innovativo senza tradire il libretto. Entrambi hanno deciso di ambientare l'opera con evidenti riferimenti all'America di Kennedy che ha irritato i melomani al punto di fargli urlare fragorosamente al termine dell’opera.
A Verdi era stato proibito di realizzare «Un ballo in maschera» nell’ambiente «originale» di una lugubre Svezia. Si sa che fu semplicemente il risultato di un compromesso con la censura, che non voleva un regicidio in scena, e perciò fece declassare il Re di Svezia a governatore di Boston. Carrasco ha rivoluzionato le scene in maniera molto affascinante e ci siamo ritrovati persino la First Lady Jackie Kennedy in tailleur rosa con i due bambini, oltre a grandi scene con immagini dell’assassinio di JFK. La regista ha trovato interessante tracciare un parallelo con questa personalità nordamericana, tra le più popolari del secondo Novecento. Riccardo, dichiara, «mi è sembrata la perfetta anticipazione di un leader carismatico e coraggioso, ma anche capace di sostenersi con la propaganda, tanto da esporre anche aspetti della sua vita personale alla stampa e al pubblico dominio: esattamente come Riccardo con il ballo, sconsigliato di andare a Dallas e di muoversi con l’auto scoperta Kennedy, anche se molto preoccupato, accetta il rischio. E lasciando da parte il significato simbolico ricoperto dalla maschera, il ballo finale è un festeggiamento di cui tutti parlano, fortemente pubblicizzato». La giovane regista argentina ritiene rappresentato alla perfezione quel contesto in cui si mescolano popolarità e populismo, manipolazione del personaggio pubblico, ipocrisia e pubblicità, da cui anche l’uso della maschera.
I valori d’affetto, di bontà, di leggerezza nello stile comico (i valori che Nietzsche andava a cercare nella «Carmen») sono emersi piuttosto bene nell’esecuzione cui abbiamo assistito al Maggio Musicale, con la scorrevole regia di Carrasco, le scene di Belli e la direzione calibratissima del giovane Emmanuel Tjeknavorian, che ha debuttato con grande successo negli Stati Uniti con la National Symphony Orchestra di Washington, DC, e questa estate dirigerà per la prima volta la Los Angeles Philarmonic, per poi portare «Le Nozze di Figaro» al Teatro dell’Opera di Roma e al Ravelllo Festival. Un cast di prim’ordine, con un Antonio Poli che ha incominciato prudentemente, poi si è scaldato a poco a poco, fino a raggiungere accenti toccanti di passione e di disperazione: e, sia detto a merito suo, non solo nell’esibizionismo delle romanze e arie più famose, ma anche in passi cui generalmente si bada poco. Chiara Isotton, che inizialmente dubitava d’essere adatta a una parte così dolce come quella di Amelia, ha saputo temperare la forza del carattere che nel gennaio scorso le aveva permesso d’impersonare un’impressionante Tosca, e la sua voce, per qualità naturali e per tecnica d’emissione, è quella ben nota.
Di grande successo il coro, istruito da Lorenzo Fratini, e splendida l’orchestra, capace comunque di convincere la folcloristica tifoseria del melodramma, che solitamente lo concepisce unicamente come sagra di belle voci, accompagnate da un tenue sussurro orchestrale, come usava nei dischi di cinquant’anni fa. Ovazioni prolungate alla fine dell’opera ad eccezione purtroppo, come detto, della regista che è stata indegnamente subissata di «buuu». Mentre a mio avviso non tradisce l’opera di Verdi ma la rende ancora più efficace, è assolutamente ben ideata. E apprezzo la scelta del sovrintendente Carlo Fuortes di iniziare coraggiosamente l’88mo Festival del Maggio Musicale con questa affascinante regia.
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