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Una foto di scena di «The Death of Klinghoffer» di John Adams diretto da Luva Guadagnino per il Festival del Maggio Fiorentino

Foto © Michele Monasta

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Una foto di scena di «The Death of Klinghoffer» di John Adams diretto da Luva Guadagnino per il Festival del Maggio Fiorentino

Foto © Michele Monasta

Il Maggio Fiorentino apre con l’opera sulla tragedia dell’Achille Lauro diretta da Luca Guadagnino

Il regista cinematografico si misura con «The Death of Klinghoffer» di John Adams, opera che sin dal suo debutto nel 1991 suscita accese controversie

Sergio Buttiglieri

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Domenica 19 aprile al Teatro del Maggio andrà in scena la prima regia lirica di Luca Guadagnino per l’istituzione fiorentina: l’opera è «The Death of Klinghoffer», del compositore statunitense John Adams (1947), ispirata al drammatico dirottamento, avvenuto nell’ottobre 1985 al largo delle coste egiziane per mano di terroristi palestinesi che chiedevano la scarcerazione di cinquanta compagni detenuti in Israele, della nave da crociera italiana «Achille Lauro», salpata da Genova. Nel corso del sequestro fu ucciso il turista americano, di religione ebraica, Leo Klinghoffer, immobilizzato su una sedia a rotelle. L’episodio provocò un duro scontro diplomatico e militare tra il governo italiano guidato da Bettino Craxi e gli Stati Uniti di Ronald Reagan, fino alla cosiddetta «crisi di Sigonella». 

Presentata per la prima volta nel 1991 al Théâtre de la Monnaie di Bruxelles e arrivata in Italia solo nel 2002, a Ferrara e Modena, «The Death of Klinghoffer» non era mai stata rappresentata a Firenze. Diretta dal maestro Lawrence Renes, alza dunque il sipario sull’88mo Festival del Maggio Musicale Fiorentino che rinnova così la grande tradizione che le è propria di presentare titoli contemporanei nuovi o molto rari.   

«Si tratta di un’opera straordinariamente ricca, complessa e profonda, su libretto di Alice Goodman, che considero tra i testi più intensi, duri e poetici del secondo dopoguerra, ci racconta il soprintendente del Maggio Fiorentino Carlo Fuortes. È una scrittura densa di richiami, di citazioni al sacro, che nel tempo non sempre è stata accolta e interpretata nella sua piena natura di opera d’arte, né valutata nella sua interezza. Un teatro d’opera non deve limitarsi a intrattenere, ma ha il compito di confrontarsi con i grandi temi del nostro tempo, sempre attraverso un linguaggio artistico. Quando, due anni fa, con Guadagnino abbiamo iniziato a immaginare questo progetto, prosegue Fuortes, non era prevedibile l’attualità che oggi circonda quest’opera. E tuttavia la sua lettura scenica rifugge ogni forma di speculazione o di riferimento diretto al presente. Proprio per questo, la scelta di inaugurare il Festival  con questo titolo incarna pienamente la nostra idea di teatro d’opera: un teatro che sappia parlare di oggi, delle questioni che riguardano tutti noi, senza trasformarsi in un trattato di geopolitica, ma elevando il discorso attraverso la forza del linguaggio artistico. In questo senso l’opera di Adams si distingue per uno straordinario  equilibrio, dando voce a tutte le parti coinvolte (ebrei, palestinesi e tutti i protagonisti della vicenda) con una misura e una profondità davvero rare. Non siamo di fronte a un racconto di cronaca, ma a una trasfigurazione che si avvicina alla solennità dell’oratorio. La stessa Goodman ne ha sottolineato questa natura, una visione condivisa da Guadagnino e Renes, che mi sento di accostare, per ampiezza e respiro, a una vera e propria Passione di matrice bachiana. “The Death of Klinghoffer” è, a mio avviso, un’opera che stimola il pensiero e invita alla riflessione senza imporre risposte. Lascia aperti gli interrogativi, com’è proprio delle grandi opere d’arte. È questo lo spazio che il teatro deve saper offrire oggi, e mi auguro che il pubblico possa accoglierla nella sua straordinaria profondità». 

 

 

 

Luca Guadagnino. Foto © Michele Monasta

A Luca Guadagnino, che oltre alla regia ha curato anche le scene, abbiamo chiesto come ha affrontato questo suo impegno con il teatro lirico. «Una delle cose che mi inorgoglisce e che amo del mio mestiere, ci ha risposto, è quando incontri persone con cui poi crei dei rapporti molto profondi e che nascono in maniera naturale. Con Lawrence è stato immediato, ci siamo “trovati“ subito, però prima ancora che con lui, è stato davvero un grande incontro quello con Carlo Fuortes. 

L’opera è un mondo che mi interessava moltissimo, col quale avevo molto flirtato e per il quale ero stato chiamato da altri teatri, in particolar modo in Nord Europa e in alcuni Paesi anglosassoni. Mi erano stati proposti dei titoli, o addirittura dei punti di vista su alcuni titoli, e io avevo sempre risposto: “Ma perché non prendiamo ‘The Death of Klinghoffer’ di John Adams?” . Al che la risposta tutte le volte era stata di grande sorpresa, spesso scandalizzata e sempre di rifiuto netto. Quando ho incontrato Fuortes gli ho detto: “So come fare ‘The Death of Klinghoffer’” e lui, da grande uomo di teatro qual è, mi ha risposto subito sì. Entrambi avevamo ben chiaro che l’opera di John Adams, e di Alice Goodman, è un capolavoro, intanto, che ha resistito alle polemiche pretestuose che lo hanno accompagnato dal suo arrivo sulla scena all’inizio degli anni ’90. Ma soprattutto che ha una capacità profetica e di interpretare nel tempo il reale che è straordinaria. 

Ho incontrato, musicalmente, Adams all’inizio degli anni 2000 e da quando ho scoperto la sua musica non me ne sono più separato. Sentire  “Harmonium” è stata per me una delle epifanie più potenti di musica contemporanea. Ho avuto la fortuna e il privilegio di lavorare con la musica del maestro Adams parecchie volte, credo in tutto il mio lavoro, a partire da “Io sono l’amore”, di incontrarlo e di stabilire con lui un rapporto di rispetto e di amicizia a distanza. Mi è sempre sembrato che “The Death of Klinghoffer”  fosse un titolo del nostro tempo e che dovesse tornare in scena. E che in qualche modo dovesse cercare di nuovo la radice della sua esistenza. 

Spero che la messa in scena che a partire da domenica prossima porteremo al Maggio Musicale Fiorentino permetta di vedere la complessità dell’opera, ma anche la netta emozione che può produrre. Chiaramente è importantissimo guardarla, e ascoltarla, è ovvio, ma anche leggerla. È importante seguire il libretto e abbandonarsi ad esso. 

Da regista di cinema amo profondamente il teatro come pratica. Queste settimane al Maggio Fiorentino sono state per me vivificanti, mi hanno permesso di cambiare ruolo, di cambiare identità e quindi di maturare e crescere in un’altra direzione. Di uscire, quindi, dai nostri parametri, il che per noi che facciamo un mestiere artistico è sempre un vantaggio, e di trovarne altri, che collaborano in maniera cruciale ed essenziale alla messa in scena dell’opera, con alcune figure, a partire dal coro diretto da Lorenzo Fratini, senza le quali penso che non avremmo potuto portare in scena l’opera così come la porteremo.

Vorrei spendere anche una parola forte per Ella Rothschild, autrice delle coreografie che animano moltissimo la messa in scena e pervadono l’intera opera. Con lei abbiamo fatto un ragionamento molto approfondito su come utilizzare le metafore, le stratificazioni letterarie, il mito, il lato biblico dell’opera, attraverso il gesto e il movimento e il corpo, che in quest’opera è fondamentale: si parla continuamente di come questi corpi vengano strappati, sbattuti, uccisi, tirati giù dalla da una tolda di una nave, dei traumi che hanno subito, traumi diciamo archetipici, ma anche traumi che ogni personaggio racconta di sé. 

Per questo motivo ho pensato che sarebbe stato molto forte invitare una grandissima artista fiamminga, Berlinde De Bruyckere, che ci ha regalato una sua installazione realizzata per la messa in scena e che farà un’apparizione fondamentale. Nel secondo atto dell’opera di Adams c’è un omento molto importante, l’“Aria of the Falling Body” (Gymnopédie), che in maniera sorprendente e sconvolgente dà voce al morto Klinghoffer. Per questo ho pensato a De Bruyckere, artista somma che, tra l’altro, proprio in questo momento ha una sua retrospettiva a San Gimignano [alla Galleria Continua, fino al 19 aprile, Ndr].

I costumi sono firmati da Marta Solari, credo qui al suo debutto, una collaboratrice della grande Ursula Patzak. Peter Van Praet, grandissimo creatore conosciuto anche per le collaborazioni con il maestro Carsen, ha lavorato sulle mie luci; collaborare con lui è stato straordinario. Lawrence Renes lavora molto non solo con l’orchestra, ma anche con elementi e strumenti della contemporaneità, con l’amplificazione e con Mark Grey, che è il suo sound designer. 

La controversia su quest’opera, come tutte le controversie, a mio avviso è un po' pretestuosa e nasce da un’ignoranza di fondo. La possiamo riassumere nello scandalo, o negli scandali, che non sono mai uno, sono sempre troppi, in quest’opera di dar voce a coloro che non dovrebbero averne. E invece Adam e Goodman lo fanno, e anche noi nella nostra messa in scena lo faremo. 

Lo spettacolo, in una forma di astrazione, mette in scena anche l’«Achille Lauro». Lo spettacolo però è fatto di cori, sette cori e scene che sono una somma di arie. C’è sempre quindi una vocazione oratoriale che crea delle immagini viste dalla prospettiva del futuro e che in qualche modo riflette sui fatti accaduti. Ovviamente non stiamo parlando di una messa in scena realistica. In generale, la mia idea di come si costruisce un rapporto tra la storia e i personaggi è sempre quella di ascoltare i personaggi. Penso che nella loro idea compositiva Alice Goodman e John Adams non abbiano mai pensato di porre in atto un giudizio su nessuno dei personaggi, ma evidentemente attraverso i comportamenti e le parole di questi personaggi, o anche attraverso il livello musicale di questi personaggi, il come si esprimono, illustrano qualcosa di radicale, qualcosa di terminale. I personaggi sono tutti sequestrati e quella che era una crociera per celebrare un anniversario di matrimonio si trasforma in un incubo. La potenza dell’opera è dimostrare la condizione in cui si trovano e le parole che ne derivano. Quello che giustamente dice Goodman nel bellissimo programma di sala che vedrete è: “A me interessa la parafrasi di quello che diceva Emmanuel Lévinas: ovvero io esisto nello sguardo dell’altro, ma ritrovandomi nell’alterità dell'altro”. Questo è cruciale in quest’opera». 

 

 

Negli anni passati le opere liriche, dirette da registi come Robert Carsen, Damiano Michieletto, Davide Livermore, Claus Guth o Mario Martone, venivano fischiate dal pubblico tradizionale. Anche i melomani di un tempo, fortunatamente, stanno cominciando a capire quanto la regia sia importante. Al di là del teatro, quando anche un evento sull'artigianato contemporaneo di qualità, come a Venezia, nel 2024, Homo Faber, presso la Fondazione Cini, può beneficiare della direzione creativa di un grande regista come Guadagnino, cambia completamente l'impatto emotivo verso la manifestazione (e l'auspicio di chi scrive è che Guadagnino replichi quell'esperienza veneziana). L'intervento registico in quell'immenso patrimonio italiano che sono le opere liriche è fondamentale per portare innovazione e nuovi sguardi. Aspettiamo quindi con enorme curiosità di vedere domenica 19 aprile alle 17.00  «The Death of Klinghoffer» secondo Guadagnino.   

Sergio Buttiglieri, 16 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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