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Una scena del «Lohengrin» di Richard Wagner, con la regia di Damiano Michieletto, al Teatro La Fenice di Venezia

Foto © Michele Crosera

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Una scena del «Lohengrin» di Richard Wagner, con la regia di Damiano Michieletto, al Teatro La Fenice di Venezia

Foto © Michele Crosera

Lohengrin, la forza del fiabesco

Damiano Michieletto, che per la prima volta si misura con un’opera wagneriana, mette al centro della scena un uovo, simbolo dell’origine e insieme mistero che non deve essere infranto

Sergio Buttiglieri

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In questi ultimi tempi ci siamo buttati a capofitto nel Ring di Richard Wagner (vedi le pregevoli Trilogie che si sono tenute recentemente alla Scala), nel «Parsifal» e nel «Tristano», e abbiamo snobbato il povero «Lohengrin», ancora così intinto di pece melodrammatica e grandoperistica, con quel tubante duetto d’amore del terz’atto che potrebbe portare la firma di Donizetti. Certo, rispetto al «Vascello fantasma» e a «Tannhäuser» è un grosso passo avanti nella conquista del mito come territorio d’elezione per il dramma musicale, ma ciò che trattiene il «Lohengrin» (che debuttò in prima assoluta a Weimar alla Staatskapelle il 28 agosto del 1850) in una posizione transitoria rispetto alle opere che seguiranno è che il mito vi è ancora sentito come un’antitesi della realtà e una fuga da essa, un rifugio poetico e un asilo di sogno contro le deprecate brutture dell'esistenza. Non vi è ancora compiuta, anzi, neanche presentita, quella totale identificazione e compenetrazione del mito con la dura, feconda realtà della vita, che fa la grandezza colossale del Ring. «Più Wagner si affonda nel mito, e più lo trovo umano», scriveva uno che aveva capito tutto, Marcel Proust.

E questo lo ha ben compreso anche Damiano Michieletto. Abbiamo infatti appena visto la sua regia del «Lohengrin» (una mirabile coproduzione del Teatro La Fenice, della Fondazione dell’Opera di Roma e del Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia) sia a Roma, al Teatro Costanzi, sia a Venezia, alla Fenice. In entrambi i casi il pubblico ha apprezzato la reinterpretazione offerta dal regista, sempre particolarmente innovativo, e che qui per la prima volta si misura con Wagner. La fiabesca vicenda del «Lohengrin» è in sintonia con la sua sensibilità. Le storie portatrici di poesia, con un immaginario potente, lo fanno stare bene, gli danno un senso di libertà molto più delle storie che hanno un impatto tragico, una forte trama realistica. 

Lo scenografo Paolo Fantin, con cui il regista collabora da anni, è stato fondamentale nella realizzazione di questo spettacolo. Questa volta niente barche né cigni. Lohengrin, interpretato dal tenore statunitense Brian Jadge, compare in scena vestito di bianco con la sua possente voce annunciata da un iconico uovo che scende dall’alto al centro del palcoscenico. La regia di Michieletto ambienta il racconto epico nell’oggi: i personaggi vestono abiti contemporanei, con giacche e cravatte tutte dello stesso colore nero che, al solito, hanno lasciato perplessi alcuni dei melomani presenti in sala. 

Da quell’interpretazione del mito come evasione, anziché come realistico impegno, deriva la decantata ambiguità del «Lohengrin» che gli permise d’insediarsi nei teatri italiani e francesi come un’opera di repertorio: la sopravvivenza dell’aria, nella funzione wagneriana e monteverdiana di «racconto», accanto al primo costituirsi della melodia infinita. Questa, naturalmente, nei personaggi negativi, nelle forze del male: Telramondo (restituitoci dal perfetto Claudio Otelli, che ricordiamo di aver ascoltato l’anno scorso al Teatro Regio di Parma nel ruolo di Otello) e Ortrud  (interpretata dalla giovane mezzosoprano  Chiara Mogini, fra l’altro vincitrice assoluta del 69mo Concorso Comunità Europea per Giovani Cantanti Lirici «A. Belli» di Spoleto). Mentre la rotondità della melodia ariosa sopravvive particolarmente nella coppia dei personaggi positivi, Elsa e Lohengrin.  

Quella di Michieletto non è una messinscena realistica. L’uovo è il simbolo dell’origine e il mistero del «Lohengrin», ci racconta il regista, è legato proprio a quello. Nella nostra storia viene strumentalizzato da Ortrud, che insinua il dubbio in Elsa dicendole: tu devi sapere, devi conoscere, devi aprire quest’uovo. Rompere un uovo significa uccidere, l’uovo custodisce l’embrione, preserva la vita. Se rompi un guscio stai uccidendo. Questa è la sorte che tocca ad Elsa (l’applauditissima soprano Dorothea Herbert): apre l’uovo e così facendo rivela la verità, che però coincide con la sua fine. Michieletto ha tuttavia voluto concludere l’opera con un tono di speranza: anziché vedere Ortrud uccidere Elsa ha preferito far ritornare in scena il fratellino di questa, Gottfried. Ortrud scompare inghiottita dal coro ed Elsa ripristina la giustizia, riconsegnando al popolo l’erede, il futuro re.

Al pari di quella di Tristano e Isotta che hanno bisogno di duetti lunghissimi, come due che stanno al telefono per ore, la storia tra Elsa e Lohengrin è bellissima, perché c’è un travaglio interiore. Per Michieletto l’unico modo di rinnovare il repertorio delle opere liriche è raccontando delle storie di oggi con la musica di oggi. Sogna di avere l’opportunità di vedere e creare un teatro musicale inedito.

Prolungati applausi a tutto il cast, alla Orchestra e coro del Teatro La Fenice diretto da Alfonso Caiani, all’Hungarian National Male Choir diretto da Richard Riederaur, al maestro concertatore e direttore Markus Stenz, esperto interprete wagneriano, in piena sintonia con l’innovativa regia di Michieletto. Come evidenzia Stenz «la presenza del “legato”, è molto più evidente che nelle opere precedenti di Wagner. “Lohengrin” è un grande canto; è una straordinaria partitura dove sicuramente è presente il tono marcato che questi personaggi devono avere; ma già nell'ouverture ci troviamo di fronte un canto legato che sicuramente definisce i personaggi soprannaturali come Lohengrin, e in certa misura anche Elsa, che per la sua purezza assume anch’essa dei tratti quasi soprannaturali. Poi Wagner utilizza gli archi in modo eccezionale. Più in generale, lui qui fa uso di una notevole quantità di strumenti, la sua musica è un continuo crescendo, così come lo è stata la sua stessa vita».

Sergio Buttiglieri, 09 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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