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Una foto di scena di «L’Italiana in Algeri»

Foto Andrea Mazzoni

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Una foto di scena di «L’Italiana in Algeri»

Foto Andrea Mazzoni

Nell’«Italiana in Algeri» di Rossini siamo tutti sulla stessa barca

Nella nuova produzione della travolgente opera la messinscena di Fabio Cherstich valorizza tutta la vis comica, esplosiva, fatta di accumuli, slanci, cortocircuiti, trappole ritmiche e detonazioni improvvise 

Sergio Buttiglieri

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Nel 1813, appena ventiduenne,Gioacchino Rossini incantò il pubblico del Teatro San Benedetto di Venezia con «L’italiana in Algeri», dramma giocoso in due atti su libretto di Angelo Anelli preparato in soli 27 giorni. «La perfezione del genere buffo», nelle parole di Stendhal, rimase in repertorio in Europa e negli Stati Uniti per quasi tutto l’Ottocento, anche quando la diffusione delle opere rossiniane era ormai in deciso declino. La prima ripresa novecentesca risale all’edizione torinese del 1925, diretta da Vittorio Gui e interpretata da Conchita Supervià, che destò l’entusiasmo di Richard Strauss, e da allora «L’italiana in Algeri», insieme al «Barbiere di Siviglia», a «La Cenerentola» e, in misura minore al «Guglielmo Tell», è rimasta, una delle opere di Rossini più rappresentate nei teatri lirici di tutto il mondo.  

Nei giorni scorsi una nuova produzione è andata in scena con successo al Teatro Municipale di Piacenza, coprodotta con i Teatri di Reggio Emilia, di Modena, di Ravenna, di Trento, di Bolzano e dei teatri Opera Lombardia, e tornerà a breve in scena negli altri teatri della «cordata» (il 27 marzo e 29 marzo sarà al Teatro Sociale di Trento).

L'energia incontenibile della musica di Rossini è apparsa in tutto il suo vigore nella produzione ideata da Fabio Cherstich con la splendida direzione musicale di Alessandro Cadario. La regia ha saputo valorizzare la vis comica, travolgente, esplosiva, fatta di accumuli, slanci, cortocircuiti, trappole ritmiche e detonazioni improvvise dell’«Italiana in Algeri», alla cui riuscita contribuiscono le scene ideate  da Nicolas Bovey, i costumi di Arthur Arbesser, le luci di Alessandro Pasqualini e nello spettacolo di Piacenza, l'Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini e il Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia diretto da Martino Faggiani.

L'ambientazione è contemporanea ma non realistica: una villa in costruzione, o forse mai completata, in un luogo indefinito, assolato, fermo nel tempo. Uno spazio che contiene tutto, ma non assicura nulla. Oggetti rubati o dimenticati convivono con materiali da cantiere: divani, sdraio, sedie da ufficio trasformate in troni, carriole che diventano mezzi di trasporto o bidoni che diventano  piedistalli cerimoniali, I personaggi lo abitano con naturalezza, come se fosse sempre stato così: è la distanza tra il caos che vediamo e la disinvoltura con cui lo attraversano a generare il comico.

Rossini costruisce scene per accumulo, per accelerazioni improvvise, per contrasti violenti: la scena deve rispecchiare questa dinamica. Nulla è fermo. Nulla è psicologico. Le relazioni si costruiscono in tempo reale, si sfaldano e si ricompongono continuamente, in un gioco che è insieme crudele e ridicolo. E questo il regista lo ha compreso perfettamente facendo recitare la maschera teatrale di Mustafà, ben impersonato dal giovane baritono Giorgio Caoduro, personaggio denso di egocentrismo, di impulsività e disperatamente in cerca di conferme, attorniato da reverenti servitori che sembrano usciti da un cartone animato. L’unica che gli terrà testa è Isabella, gradevolissimo mezzosoprano impersonato da Laura Verrecchia. Isabella è fedele a Lindoro (il tenore russo di grande fascino Ruzil Gatin), scomparso durante un viaggio, e dà corda a Taddeo (Marco Filippo Romano, baritono di grande talento, spesso presente sulla scena operistica italiana e internazionale) , illudendolo e facendosi accompagnare nella ricerca. Lei non porterà ordine, anzi entra nel suo disordine e lo governa con grande maestria. Lindoro e Taddeo cambiano accanto a lei: il primo si risveglia, il secondo si lascia trascinare in un meccanismo che non comprende fino in fondo ma che accetta con ostinazione,.

Il terzetto con Isabella, Lindoro e Taddeo diventa una danza degli equivoci in cui il senso delle parole si sbriciola sotto i piedi dei personaggi. La cerimonia del Kaimakan si trasforma in un rito militare demenziale e festoso. Il celebre quintetto dei Pappataci, come evidenzia il regista, è il cuore di questo universo: un'azione collettiva condotta con rigore ridicolo, feroce, quasi gastronomico. Di grande efficacia anche la figura del celebre mimo e acrobata Julien Lambert instancabile corpo elastico come un servo di scena presente per tutto il tempo. 

Nella scena del naufragio, il regista fa arrivare Isabella e Taddeo su un gommone di salvataggio, come se provenissero da un’ipotetica nave crociera alla deriva. Il finale non offre un epilogo ordinato. I personaggi sono letteralmente «tutti sulla stessa barca» e si allontanano dalla villa, forse verso l’Italia. Lasciando Mustafà ed Elvira soli e riconciliati, laddove all’inizio lui voleva spedire la moglie in Italia con Lindoro. Non aveva però ancora incontrato la superdeterminata, rivoluzionaria e indipendente Isabella che orchestra il capovolgimento dell’azione facendoci tutti sorridere e applaudire focosamente a questo piacevole inconsueto finale, dove per fortuna non vengono massacrate le donne come spesso avviene nelle opere liriche.

Non perdetevela.

Sergio Buttiglieri, 13 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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Nell’«Italiana in Algeri» di Rossini siamo tutti sulla stessa barca | Sergio Buttiglieri

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