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Sergio Buttiglieri
Leggi i suoi articoliRobert Carsen è tornato a stupirci con le ultime sue due regie liriche: i «Dialoghi delle Carmelitane» di Francis Poulenc, del 1957, al Teatro Regio di Torino; «Il Trionfo del Tempo e del Disinganno» di Georg Friederich Haendel, del 1707, al Teatro dell’Opera di Roma.
Due opere particolarissime, che il geniale regista canadese aveva messo in scena ad Amsterdam nel 1997 (Poulenc) e al Festival di Salisburgo nel 2021 (Haendel). A proposito dei temi trattati dal soggetto dei Dialogues des Carmélites, Carsen ha ribadito l’atipicità dell’opera: non c’è niente di meno teatrale, infatti, delle questioni esistenziali al centro del lavoro di Georges Bernanos/Francis Poulenc. Non ci sono fatti macroscopici, né colpi di scena clamorosi o nodi drammaturgici canonici di taglio melodrammatico. Non abbiamo a che fare, per esempio, con un amore convenzionale, il solito triangolo soprano-tenore-baritono. L’opera tipo di teatro musicale, con cui noi tutti siamo abituati a confrontarci, parla di amore e morte, eros e thanatos, in forma più o meno archetipica, metaforica. Di amore e di morte si parla anche qui, ma in modo del tutto diverso. Nei Dialogues s’incontrano temi astratti quali paura, fede, violenza, religiosità, del tutto inusuali rispetto alla tradizione melodrammatica.
Dialogues des Carmélites, come ha rilevato il critico Richard D.E. Burton, è una approfondita analisi del tema della paura in un momento storico di crisi. Uno dei migliori amici di Poulenc, e da lui più ammirati poeti, Max Jacob, era stato ucciso in un campo di concentramento francese, come pure un altro amico, lo scrittore Robert Desnos. Poulenc stesso conobbe bene l’esperienza della Francia occupata dai nazisti, il suo strisciante terrore e l’atmosfera di paura e di angoscia alternata a quella febbrile, malata di superficialità. Il titolo stesso dell’opera è già di per sé molto interessante e svela immediatamente la natura intrinseca dell’opera: al centro del materiale drammaturgico è il dialogare. Tutti i personaggi parlano fra loro, ma spesso senza comunicare veramente, e questo merita un approfondimento.
All'origine della vicenda esposta nei Dialogues c’è l'evidenza di un fatto storico, quello delle sedici suore carmelitane condannate alla ghigliottina nel 1794 per aver partecipato alle celebrazioni di un Venerdì Santo officiate da un sacerdote privato dei suoi titoli religiosi. La forza drammatica di questa idea sta nel saper trasformare la protagonista Blanche (interpretata magnificamente dal soprano Ekaterina Bakanova), una ragazza timorosa e insicura bloccata dalla paura del mondo e terrorizzata dalla morte, in un’eroina, trasfigurata dalla grazia: qui sta la forza drammatica dell'opera di Poulenc. E per raggiungere questi risultati la perfetta direzione musicale di Yves Abel aiuta tantissimo, come pure la notevole direzione dell’Orchestra e Coro (diretto da Gea Garatti Ansini) del Teatro Regio di Torino. L’organico orchestrale è vasto, pensato per un’opera verista. Il pianoforte è usato in funzione percussiva, con un timbro che si distingue dallo xilofono. La tavolozza include piatti, celesta, crotali, frusta, tamburi, woodblock, sonagliera, tam tam e grancassa, impiegati in momenti di forte drammaticità. Poulenc possedeva una straordinaria immaginazione coloristica, l’equilibrio fra voci e orchestra è delicato e l’impeccabile direzione è riuscita a raffinare il suono per ottenere il giusto effetto.
Quest’opera, secondo Carsen, «indaga il nostro rapporto con la trascendenza: e tutti noi non possiamo transitare per questo mondo senza affrontarlo». Per questo gli spettatori non troveranno in scena alcun simbolo riconducibile alla religione cristiana, nessun crocifisso, nessun costume storico. Vediamo solo le giovani suore di Compiègne salire sul patibolo cantando il «Salve Regina», sempre più flebile man mano che vengono uccise. Carsen preferisce non mostrare scene violente o terrificanti; ci fa invece vivere, magistralmente, un momento di pace assoluta, di Grazia.
La messa in scena di Carsen è volutamente molto semplice, ma riesce ad affascinarci attraverso il senso dinamico di trasformazione degli spazi con pochissimi, calibrati interventi. Con pochi tratti, evocativi, pregnanti, il regista coinvolge il pubblico lasciandogli la libertà assoluta di riempire lo spazio con le proprie immagini interiori, convinto com’è che una scena satura inibisca la partecipazione emotiva degli spettatori. Le luci, ideate da Ian Burton, hanno un ruolo essenziale e fondamentale: la funzione di alcuni suoi elementi scenografici è infatti anche quella di creare un gioco preciso di luci e ombre. Ci troviamo davanti a un convento illuminato in diversi modi e in molti sensi, e l’essere «illuminati» è particolarmente significativo.
Carsen riesce a farci percepire la musica di Poulenc come un perfetto modo per aprire gli occhi sul mondo. E ci fa provare un’angoscia che paralizza. Riesce a farci guardare, cercando una porta sulla verità e per la libertà.
Lunghi e calorosi applausi finali a tutto il cast di grande qualità.
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