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Federica Pellegrin
Leggi i suoi articoliOgni anno il sistema dell'arte contemporanea produce migliaia di nuovi artisti. Le accademie diplomano nuove generazioni, le scuole private si moltiplicano, le residenze internazionali aumentano, le open call coinvolgono decine di migliaia di candidati, mentre i social media hanno eliminato quasi ogni barriera d'accesso alla visibilità. Mai nella storia è stato così semplice esporre il proprio lavoro, raggiungere un pubblico globale e costruire un'identità artistica. Bene, ottimo, ora la domanda è: il sistema è ancora in grado di assorbire tutta questa produzione?
È una questione che raramente viene affrontata, forse perché tocca uno dei dogmi dell'arte contemporanea: l'idea che una maggiore libertà coincida necessariamente con un maggiore progresso. Eppure i dati dell'economia della cultura descrivono da tempo un fenomeno strutturale: il numero di persone che desiderano vivere d'arte cresce molto più rapidamente della capacità del sistema di sostenerle. Gli economisti parlano di una condizione permanente di "eccesso di offerta" nel lavoro artistico, caratterizzata da concorrenza estrema, redditi incerti e forte concentrazione delle opportunità su una ristretta minoranza di autori. Il problema, tuttavia, non è che esistano troppi artisti. L'arte non dovrebbe mai limitare la libertà di produrre nuove opere. Il vero problema è che il sistema, almeno dai primi anni duemila, sembra aver smesso di selezionare con sufficiente chiarezza.
Per gran parte del Novecento il percorso era relativamente riconoscibile. Critici, musei, gallerie, biennali e riviste costruivano, pur tra conflitti e contraddizioni, una gerarchia condivisa. Non era un sistema perfetto, ma esistevano filtri capaci di rallentare il tempo, discutere le opere, consolidare carriere e distinguere fenomeni destinati a durare da semplici mode. Oggi quei filtri si sono indeboliti. La critica ha perso gran parte della propria funzione prescrittiva; il curatore è diventato soprattutto un costruttore di progetti e relazioni; il mercato si muove con tempi sempre più rapidi; i social media producono visibilità istantanea; le fiere richiedono un continuo ricambio di nomi. Il risultato è un'accelerazione permanente.
Ogni settimana emergono nuovi artisti. Ogni stagione propone nuove geografie, nuove identità, nuovi materiali, nuove urgenze. La novità è diventata uno dei principali motori del sistema. E qui si manifesta palese un secondo paradosso. L'arte contemporanea ha costruito la propria identità sulla sperimentazione e sulla rottura delle convenzioni. Per decenni trasgredire significava ampliare il campo del possibile. Oggi, però, la trasgressione è diventata essa stessa una convenzione. La ricerca dell'inedito rischia di trasformarsi in un automatismo. Nuovi materiali, nuove tecnologie, nuove narrazioni, nuove appartenenze geografiche o identitarie diventano spesso criteri di attenzione ancora prima che strumenti di ricerca. E qui, ancora, è bene ricordarlo: la novità non coincide automaticamente con la qualità.
Originalità significa produrre uno sguardo nuovo sul mondo, non semplicemente utilizzare un materiale mai visto o affrontare un tema di attualità. Quando il sistema privilegia soprattutto ciò che appare nuovo, il rischio è quello di produrre una continua inflazione dell'eccezionalità, nella quale tutto cerca disperatamente di distinguersi e sempre meno riesce davvero a farlo. Anche il pubblico vive questa trasformazione. Mai così tante persone hanno frequentato musei, biennali e fiere. Mai così tante immagini sono circolate ogni giorno. Ma la democratizzazione dell'accesso non è stata accompagnata da un analogo sviluppo degli strumenti critici. L'offerta cresce molto più rapidamente della capacità di orientarsi. Per un collezionista non specializzato, per uno studente o per un semplice visitatore diventa sempre più difficile comprendere perché un artista sia davvero rilevante e un altro no.
Il risultato è una crescente omologazione dello sguardo. Se tutto viene presentato come imprescindibile, innovativo e urgente, diventa difficile distinguere ciò che possiede una reale profondità da ciò che risponde semplicemente alle logiche del momento. Anche il mercato contribuisce a questa dinamica. Le gallerie devono continuamente rinnovare la propria proposta, le fiere cercano novità da offrire ai collezionisti, le istituzioni competono per attrarre pubblico e attenzione. L'arte entra così pienamente nell'economia dell'attenzione, dove il tempo di visibilità si riduce e la competizione aumenta.
È una dinamica che ricorda altri settori della produzione culturale. Ogni giorno vengono pubblicati milioni di fotografie, migliaia di libri, canzoni, video e contenuti digitali. L'abbondanza non produce automaticamente maggiore qualità. Produce soprattutto maggiore difficoltà di selezione. L'arte contemporanea rischia un eccesso di rumore. Per questo il dibattito non dovrebbe concentrarsi sul numero degli artisti, ma sui criteri attraverso cui il sistema costruisce il valore. La libertà dei linguaggi è una conquista irreversibile e rappresenta uno dei grandi patrimoni del contemporaneo. Ciò che oggi appare più fragile è invece la capacità di distinguere ricerca autentica, profondità concettuale, originalità, coerenza di un percorso e qualità dell'opera. Senza una discussione condivisa su questi criteri, la proliferazione degli artisti rischia di trasformarsi in una proliferazione indistinta delle immagini. E quando tutto aspira a essere straordinario, il pericolo è che nulla riesca più a esserlo davvero.