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Bianca Castelbarco Albani
Leggi i suoi articoliTre mostre per definire quasi un anno e mezzo di programmazione e, insieme, ribadire una posizione nel sistema culturale milanese. Il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano annuncia le monografiche che accompagneranno l’istituzione dal prossimo novembre fino a febbraio 2028: Sheila Hicks, Doris Salcedo e Flatform, tre progetti curati da Diego Sileo che mettono in successione due protagoniste della scena internazionale e un collettivo italiano, attraversando fibra, scultura, installazione e immagine in movimento. Una programmazione che conferma anche una specificità istituzionale: il PAC rimane l’unico spazio pubblico milanese interamente dedicato all’arte contemporanea.
Si comincia il 17 novembre 2026 con Sheila Hicks e In the Thread of Love, aperta fino al 14 febbraio 2027. Sarà la prima retrospettiva italiana dell’artista americana e riunirà oltre duecento opere provenienti da collezioni internazionali, attraversando l’intero arco della sua ricerca, dai lavori di scala più intima alle grandi installazioni ambientali. Hicks ha contribuito in maniera decisiva, dalla seconda metà del Novecento, a sottrarre il tessile alla tradizionale gerarchia tra arti maggiori e arti applicate. Il filo smette di essere semplicemente tecnica o supporto: diventa materia autonoma, colore, volume, architettura.
La sua storia rende particolarmente evidente questa trasformazione. Formatasi a Yale, Hicks sviluppò durante il soggiorno in Sud America il proprio interesse per la lavorazione delle fibre, per poi attraversare geografie e tradizioni differenti, dal Messico al Cile, dal Sudafrica al Marocco e all'India. Nel tempo la pratica tessile è diventata per lei un sistema capace di muoversi continuamente tra artigianato e arte, superficie e scultura, intimità e monumentalità. Le opere esposte a Milano affrontano anche identità, emarginazione, sincretismo e femminismo, ma è soprattutto attraverso la materia che questi temi acquistano una forma fisica: il tessuto occupa lo spazio e modifica la relazione tra corpo, architettura e colore.
Poco più di un mese dopo la chiusura di Hicks, il PAC cambierà radicalmente atmosfera. Dal 25 marzo al 29 agosto 2027 arriverà Doris Salcedo, con la prima ampia personale mai dedicata in Italia all’artista colombiana. Se Hicks lavora sulla capacità della materia di espandersi e trasformare lo spazio, Salcedo utilizza spesso oggetti e materiali quotidiani per rendere percepibile ciò che tende a sottrarsi alla rappresentazione: il lutto, l'assenza, la perdita, la violenza politica e soprattutto la memoria delle sue vittime.
È una ricerca maturata anche attraverso un lungo lavoro sul campo. Tornata in Colombia nel 1985 dopo gli studi alla New York University, Salcedo ha incontrato sopravvissuti e familiari delle vittime della violenza che ha attraversato il Paese, facendo della testimonianza una componente fondamentale del proprio lavoro. Ma le opere evitano quasi sempre la rappresentazione diretta dell'evento traumatico. La violenza compare attraverso ciò che lascia dietro di sé. Una sedia, un mobile, una superficie architettonica o un vuoto diventano depositi di un'assenza.
Alcuni interventi hanno ormai assunto un posto preciso nella storia recente dell'arte contemporanea. Nel 2003, alla Biennale di Istanbul, Salcedo accumulò circa 1.500 sedie nello spazio lasciato tra due edifici dopo l'espulsione di famiglie armene ed ebree. Nel 2007, con Shibboleth, aprì una lunga frattura nel pavimento della Turbine Hall della Tate Modern, trasformando fisicamente l'architettura in una riflessione sulla segregazione e sull'esclusione. Più recentemente Uprooted ha esteso questa ricerca alle migrazioni e al cambiamento climatico.
La presenza di Salcedo assume un peso particolare anche per il calendario milanese. La mostra attraverserà infatti Milano Art Week 2027, collocando nel momento di massima concentrazione del sistema dell'arte cittadino una pratica difficilmente riducibile alla spettacolarità dell'evento. Nel suo lavoro la monumentalità esiste, ma deriva quasi sempre dall'accumulazione della perdita e dalla necessità di dare una presenza a chi è stato cancellato dalla narrazione pubblica. Il museo diventa così luogo di testimonianza prima ancora che di rappresentazione.
Dopo le due grandi monografiche internazionali, nel novembre 2027 il PAC tornerà sulla ricerca italiana con Flatform, collettivo con base a Milano. Aperta fino a febbraio 2028, sarà la prima ampia mostra monografica dedicata al gruppo da un'istituzione italiana. Film e installazioni saranno riuniti intorno ad alcune opposizioni che attraversano da tempo il loro lavoro: possibile e impossibile, movimento e immobilità, controllo e caso, previsione e accidente.
Flatform occupa una posizione particolare perché lavora precisamente nel punto in cui il paesaggio smette di essere semplice rappresentazione e diventa costruzione percettiva. Le immagini producono situazioni apparentemente plausibili nelle quali qualcosa progressivamente incrina la stabilità di ciò che vediamo. Tempo e spazio vengono sottoposti a piccoli slittamenti, mentre il confine tra documento e costruzione rimane intenzionalmente instabile. È una ricerca che ha attraversato tanto il sistema dell'arte quanto quello cinematografico, con lavori presentati dal Centre Pompidou al MAXXI, da Palazzo Grassi alla Fondazione Prada e in festival come Cannes, Venezia e Rotterdam.
Bianca Castelbarco Albani
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