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Avish Khebrehzadeh, «Maskhara #23», 2013

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Avish Khebrehzadeh, «Maskhara #23», 2013

Tra diaspora e resistenza: gli artisti che in Iran stanno definendo lo scenario contemporaneo

Chi ha preferito emigrare, chi è rimasto per combattere sottilmente il regime e chi, nonostante tutto, non rinuncia al lirismo

Davide Landoni

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Testimone, interprete, protagonista, memoria storica. In qualsiasi modo la si voglia leggere, l’arte visiva rappresenta lo specchio di una società e dei suoi individui, dell’andirivieni di filosofie e vicissitudini, dei vertici e dei drammi che un Paese si trova a esprimere. Parlare oggi di arte contemporanea iraniana significa quindi muoversi in uno spazio di tensione costante, dove decenni di isolamento politico, sanzioni economiche e repressione della libertà di espressione hanno generato uno scenario estremamente sfaccettato. In cui la Rivoluzione khomeinista del 1979 ha segnato, inevitabilmente, una cesura radicale. Da quel momento, la produzione artistica si trova a operare in un clima di restrizione ideologica che rende ogni gesto creativo implicitamente politico. La guerra Iran-Iraq, la repressione interna, l’esilio forzato di molti intellettuali e artisti alimentano una frattura profonda, ma anche un nuovo immaginario. 

È in questo contesto che l’arte iraniana contemporanea ha iniziato a parlare al mondo, spesso da lontano, spesso in forma indiretta, simbolica, allusiva. Nessuna figura incarna questa condizione quanto Shirin Neshat. Emigrata negli Stati Uniti nel 1975, l’artista si esprime principalmente attraverso fotografia, video e film e con «Turbulent» nel 1999 ha vinto il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia. Neshat ha aperto una finestra di visibilità globale sull’arte iraniana, rendendo legittimo un discorso critico che molti altri artisti hanno potuto poi articolare, ciascuno a modo proprio. Tra loro Nazgol Ansarinia (1979), artista multimediale che si muove all’interno delle trasformazioni urbane di Teheran, tra demolizioni, ricostruzioni e spazi domestici costretti a cambiare. Le sue opere parlano di perdita e adattamento, di una città che evolve incessantemente e di individui costretti a ridefinire il proprio rapporto con l’ambiente che li circonda. Qui la critica non è frontale, ma più sottile, emerge dall’osservazione del quotidiano e in essa finge di diluirsi. Senza però risparmiare le dinamiche di potere che sottendono a tali cambiamenti. Più intima, invece, la dimensione in cui opera Avish Khebrehzadeh (1969), le cui immagini oniriche sembrano sospese in un tempo indefinito. Migrazione, memoria e spaesamento vengono tradotti in figure fragili e paesaggi mentali che riflettono una condizione condivisa da molti artisti iraniani cresciuti lontano da casa. Una tensione più apertamente politica attraversa il lavoro di Parastou Forouhar (1962), che utilizza la calligrafia e i motivi ornamentali persiani per parlare di violenza di Stato, lutto e trauma personale. La bellezza formale delle sue installazioni non attenua il contenuto, anzi lo rende ancora più disturbante, trasformando l’estetica tradizionale iraniana in uno strumento di denuncia. In modo diverso, Mahmoud Bakhshi Moakhar (1997) smonta i codici visivi della propaganda ufficiale iraniana, rivelandone l’assurdità e il potenziale coercitivo attraverso opere concettuali dalla natura multimediale, che muove dalla fotografia e il video fino alla scultura e l’installazione. Accanto alle pratiche critiche, trova spazio, come detto, anche una componente prettamente spirituale e filosofica. Artisti come Shirazeh Houshiary (1955) e Y.Z. Kami (1956) attingono al misticismo sufi, alla poesia persiana e alla tradizione religiosa per interrogare questioni universali legate all’esistenza, alla percezione e alla trascendenza. I loro dipinti, pur profondamente radicati nella cultura iraniana, evitano ogni chiusura identitaria e si rivolgono a uno spettatore globale. 

All’interno dell’Iran, nonostante le difficoltà economiche e istituzionali aggravate dalle sanzioni, la produzione artistica continua a essere sorprendentemente vitale. Le sculture di Mohammad-Hossein Emad (1957), con il loro equilibrio tra vuoto e materia, e il lavoro fotografico di Newsha Tavakolian (1981), che racconta una società lontana dagli stereotipi occidentali, riescono a trovare una voce innovativa, in grado di inserirsi nel discorso contemporaneo sull’arte, nonostante operino tra le pieghe del controllo governativo. Lontani tanto dal fascino dell’esotismo quanto dalla retorica del solo dissenso, nel loro insieme questi artisti mostrano come l’arte contemporanea iraniana abbia tra i suoi obiettivi principali la risposta alla repressione governativa, ma riesca a mantenersi al contempo uno strumento di elaborazione profonda del presente in ogni suo aspetto. 

Davide Landoni, 02 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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