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Bartolomeo Pietromarchi
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Artista tra le più influenti e riconosciute della sua generazione, Shirin Neshat (Qazvin, 1957) lascia l’Iran dopo la Rivoluzione del 1979 e si stabilisce negli Stati Uniti, dove vive e lavora tuttora, a New York. Il suo lavoro mette in scena una tensione costante tra Oriente e Occidente, dando forma ai temi della diaspora, dell’identità e della libertà, con un’attenzione radicale alla condizione e alla voce delle donne. La sua opera visiva e cinematografica è stata premiata e presentata nei maggiori musei e festival internazionali. In questi mesi è stata a Parma al Teatro Regio per la regia dell’«Orfeo ed Euridice» di Gluck, che ha debuttato il 23 gennaio, e ad aprile sarà alla Biennale di Venezia con una mostra promossa da Associazione Genesi.
Secondo te, «Donna, Vita, Libertà», esploso in Iran nel settembre 2022, è stato un punto di non ritorno per la cultura iraniana? In che modo ha cambiato il confine tra arte, protesta e vita quotidiana?
Sì, è stato un vero punto di non ritorno. È stata una delle rivolte più importanti della storia iraniana e la prima realmente guidata dalle donne: corpi, voci e autonomia femminile sono diventati il centro della lotta politica. Nonostante la repressione, ha modificato in modo irreversibile il tessuto sociale. Da allora molte donne hanno continuato a spingere oltre i limiti imposti, e l’hijab obbligatorio, da decenni strumento di controllo, è stato profondamente destabilizzato nella vita quotidiana. In questo scenario, la separazione tra arte, attivismo e vita quotidiana si è fatta quasi impossibile. In Iran l’arte è sempre stata anche resistenza: la censura ha costretto gli artisti a sviluppare linguaggi poetici, indiretti, spesso codificati. Ma dopo il 2022 quel linguaggio si è fatto più esposto: la sopravvivenza è diventata gesto politico e la vita stessa una forma di dissenso.
Negli ultimi anni molti artisti hanno scelto i media con cui esprimersi più per necessità che per preferenza estetica: video, performance, archivi personali...
Oggi in Iran si è formato un campo culturale radicale che spesso vive fuori dalle istituzioni e dal mercato. La produzione più vitale circola sui social e in spazi informali (case, strade, caffè, parchi...) che diventano veri archivi alternativi, dove l’esperienza viene registrata e condivisa in tempo reale. Dentro questa realtà, video e performance sono particolarmente potenti, soprattutto per molte artiste. Consentono al corpo e alla voce di diventare testimonianza diretta. Preservano il presente e lo attivano. Trasformano gesti fragili e momentanei in memoria collettiva e in resistenza.
Il sistema culturale può davvero incidere sul cambiamento politico?
L’arte può risvegliare coscienza e mobilitare proprio perché non deve essere propaganda. Un film, un’opera visiva, una performance o una canzone possono generare consapevolezza aprendo spazio alla riflessione, senza imporre risposte. Può cambiare un sistema politico da sola? Probabilmente no. Ma resta fondamentale nello spazio pubblico: alimenta immaginazione etica, costruisce memoria, sostiene il terreno emotivo e morale su cui possono nascere richieste di libertà e giustizia. In contesti come l’Iran, il suo potere più forte è spesso questo: rifiutare il silenzio e mantenere viva l’idea di libertà quando tutto il resto si chiude.
Hai appena debuttato con «Orfeo ed Euridice» al Teatro Regio di Parma. In che modo il mito della discesa, della perdita e del ritorno dialoga con i temi del tuo lavoro: esilio, voce, resistenza? E quanto ha influito il momento attuale in Iran sulla tua lettura?
Il mito di Orfeo ed Euridice tocca motivi centrali del mio lavoro perché intreccia esperienze che mi accompagnano da anni: assenza e ritorno, perdita e memoria, il parlare sotto condizioni di controllo e giudizio. Orfeo è su questa soglia: deve continuare a vivere senza la possibilità di guarire davvero o di tornare indietro. Non agisce per eroismo, ma per disperazione, per la necessità di attraversare il dolore. In questo senso l’Ade diventa un’immagine di sradicamento e separazione da ciò che un tempo dava stabilità. Anche Euridice, nella nostra interpretazione, è segnata da una forma di esilio: prima della morte ha già iniziato a ritirarsi emotivamente dalla relazione e dal mondo. La perdita di un figlio (che suggeriamo solo visivamente) è il punto di rottura. La sua morte non è una fuga, ma la conseguenza di una condizione in cui non esiste più un luogo per restare. La situazione in Iran non ha generato questa lettura, ma l’ha certamente intensificata. Per me temi come perdita, responsabilità, resistenza e il costo del prendere parola non sono astratti: sono realtà vissute. E plasmano anche la mia posizione di artista in esilio: non solo distanza fisica, ma azione limitata. Vedi e comprendi, ma puoi intervenire solo in parte. Questa tensione ha influenzato profondamente il mio modo di lavorare su quest’opera.
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