Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliIl Sudafrica non sarà presente alla prossima Biennale di Venezia. Dopo settimane di polemiche legate alla cancellazione del progetto affidato a Gabrielle Goliath, il governo ha deciso di rinunciare del tutto alla partecipazione. Lo spazio assegnato al Paese alla Biennale, presso l’Arsenale, resterà vuoto.
La vicenda ha origine a gennaio, quando il ministro della Cultura Gayton McKenzie ha ritirato il sostegno al padiglione concepito da Goliath con la curatrice Ingrid Masondo. Secondo il ministro, un Paese straniero avrebbe interferito nel processo di ideazione. L’artista ha invece sostenuto che la decisione fosse legata ai riferimenti contenuti nella sua opera alle vittime palestinesi nella guerra a Gaza, giudicati “divisivi”.
Goliath e Masondo hanno denunciato pubblicamente un atto di censura e avviato un’azione legale per violazione della libertà di espressione. Il tribunale sudafricano ha respinto il ricorso senza fornire motivazioni dettagliate. Le due professioniste hanno annunciato l’intenzione di presentare appello, definendo la sentenza un precedente pericoloso per il sistema culturale nazionale. La rinuncia alla Biennale assume una dimensione che va oltre il singolo caso. Il padiglione nazionale è uno degli strumenti principali attraverso cui gli Stati articolano la propria diplomazia culturale. L’assenza del Sudafrica in uno dei contesti espositivi più visibili al mondo non è un fatto amministrativo ma una scelta che incide sulla rappresentazione internazionale del Paese.
Il contesto geopolitico amplifica la portata della decisione. Il Sudafrica ha assunto una posizione pubblica forte contro Israele, arrivando a presentare un ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio. La sospensione del padiglione, motivata ufficialmente da interferenze esterne, viene letta da molti osservatori come parte di una tensione più ampia tra politica estera e libertà artistica. La Biennale di Venezia, pur dichiarandosi neutrale, è storicamente attraversata da conflitti simbolici e prese di posizione nazionali. I padiglioni sono luoghi di autorappresentazione, ma anche spazi di negoziazione tra autonomia curatoriale e controllo governativo. Quando lo Stato interviene nel contenuto, il confine tra indirizzo politico e censura diventa oggetto di controversia pubblica.
Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
Il sistema dell’arte ha moltiplicato fiere, biennali, fondazioni, curatori, advisor, media e piattaforme, ma il suo pubblico rimane sorprendentemente circoscritto. Per Giacomo Nicolella Maschietti, direttore di Collezione da Tiffany, il problema non è la complessità dell’arte contemporanea, quanto un ecosistema sempre più capace di legittimare sé stesso: visibilità e autorevolezza tendono a coincidere, Instagram influenza le opere prima ancora della loro comunicazione e il posizionamento può trasformarsi in percezione di qualità. E mentre giornalismo e ufficio stampa rischiano di confondersi, torna decisiva una parola quasi fuori moda: selezione.
Cina e Giappone protagonisti di un’asta di Sotheby’s, tra porcellane imperiali, ceramiche antiche, arte Edo e grandi maestri
Dal 5 al 27 settembre Palazzetto Tito, sede veneziana della Fondazione Bevilacqua La Masa, mette a confronto Henri Beaufour e Chiara Calore nella bipersonale Tutte le creature abitano il confine, curata da Luca Berta e Francesca Giubilei. Pittura e scultura convergono intorno a figure instabili, sospese tra umano e animale, quotidiano e mitologico, materia e apparizione. La scomparsa di Beaufour nel 2025 ha modificato inevitabilmente il progetto originario: al tema della metamorfosi si è aggiunto quello dell’assenza.
Tra hanok, artigianato, fabbricazione digitale e grandi brand, la seconda edizione della fiera guarda alla scena coreana come nuovo centro del design globale



