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Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliPer secoli è rimasta nascosta dentro il Palazzo vescovile di Padova, divisa in ambienti di servizio e coperta da strati di intonaco. Ora la cappella di San Massimo, voluta dal vescovo Pietro Donato (1390-1447) nel Quattrocento, torna leggibile nella sua struttura originaria e restituisce una parte importante della pittura padovana e veneziana del tempo.
La cappella è stata presentata ufficialmente il 29 settembre, al termine di un percorso di recupero durato circa tre anni e avviato dalla Diocesi in collaborazione con la Soprintendenza. Le prime tracce erano state individuate già nel 2007 dal direttore del Museo diocesano Andrea Nante: a rivelare l’identità dell’ambiente era stato soprattutto lo stemma dei Donato, riconoscibile su uno dei peducci della volta. I successivi saggi avevano confermato la presenza di pitture sotto gli strati di intonaco. Il restauro ha permesso di rimuovere le pareti che avevano frazionato l’antica cappella e di riportarne alla luce una parte consistente della decorazione.
L’edificio risale al 1432, come ricorda l’iscrizione sull’architrave. Cinque anni dopo Pietro Donato commissionò gli affreschi al pittore Giovanni da Ulma, identificato con Giovanni d’Alemagna, artista di origine tedesca attivo a Venezia, destinato a diventare cognato e socio del pittore veneziano Antonio Vivarini (1418 ca-tra 1476 e 1484), con il quale intervenne per decorare la Cappella Ovetari. Il ciclo, databile attorno al 1437 e celebrato nel 1446 dal medico e umanista Michele Savonarola, è oggi particolarmente prezioso perché rappresenta una rara testimonianza dell’attività di Giovanni d’Alemagna precedente al 1440.
Delle decorazioni originarie sopravvive poco più di un terzo, ma gli elementi recuperati consentono di ricostruire l’impianto complessivo. La cappella presenta due campate quadrate con volte a crociera e una piccola abside semicircolare. Sulle volte compaiono i Padri della Chiesa e, nell’arcata divisoria, profeti entro clipei; sulle pareti erano dipinte scene della vita di Cristo, episodi dell’Antico Testamento e decorazioni a finto marmo e traforo. Nell’abside dovevano trovarsi Cristo, i santi Pietro e Paolo e una serie di Virtù. Restano frammenti dell’Annunciazione, dell’Adorazione dei pastori, dell’Orazione nell’orto e della Crocifissione.
Il valore della scoperta non è soltanto conservativo. Gli affreschi documentano un momento di passaggio tra il Gotico internazionale e le prime novità rinascimentali. Fondi dorati, ornamenti metallici e figure eleganti conservano il linguaggio tardogotico, mentre nei paesaggi, nelle architetture e nella costruzione volumetrica dei personaggi emergono una nuova attenzione allo spazio e una sensibilità già rinascimentale. Per gli studiosi, il ciclo offre quindi nuovi elementi per comprendere la formazione e il ruolo di Giovanni d’Alemagna nella successiva collaborazione con i Vivarini.
Il recupero è stato promosso dal vescovo Claudio Cipolla e realizzato con il Museo diocesano, il Servizio diocesano per l’arte sacra e i beni ecclesiastici, la Soprintendenza e i restauratori di Passarella Restauri. L’intervento è stato sostenuto dai fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica.
La cappella tornerà a essere un luogo di preghiera per il vescovo e per i presbiteri dell’episcopio, ma sarà eccezionalmente aperta al pubblico sabato 3 e domenica 4 ottobre, con visite guidate alle 10.15, 11.45, 15.15 e 16.30. A ottobre e novembre sarà visitabile ogni domenica alle 16.30, sempre su prenotazione. Il biglietto, di 20 euro, comprende anche l’ingresso al Museo diocesano: il ricavato sarà destinato al progetto «Mi sta a cuore. Per Tiepolo e san Massimo», dedicato al restauro di tre dipinti di Giambattista Tiepolo realizzati per la Chiesa di San Massimo.
Cecilia Paccagnella
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