Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliAlla XXXIII edizione della Biaf-Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, dal 24 settembre al 4 ottobre, la Galleria Rob Smeets porta due opere che incarnano, in modi opposti ma complementari, l’eccellenza e la complessa creatività del Seicento fiorentino, oscillante tra l’ossessione drammatica e il più sofisticato collezionismo di corte: un inedito capolavoro della maturità di Francesco Furini (Firenze, 1603-46) e una preziosa riscoperta firmata da Caterina Angiola Pierozzi (1655-1736).
La prima proposta è un’opera dal vibrante magnetismo: la «Giuditta e Abra con la testa di Oloferne» di Furini, databile attorno al 1642. Comparsa per la prima volta nel 1986 proprio alla manifestazione di Palazzo Corsini e già recensita dallo studioso Giuseppe Cantelli, la tela rappresenta il momento d’approdo del pittore verso la fine del ciclo d’affreschi del Salone di Palazzo Pitti commissionatogli da Ferdinando II de’ Medici tra il 1639 e il 1642. Furini isola le figure di Cloto e Atropo dal terzetto delle Parche dipinto a fresco, e le traspone a olio, trasformando un gruppo di filatrici accigliate in una drammatica coppia di assassine.
Nel passaggio al medium pittorico, l’artista avvolge la scena in una tenebra quasi imperscrutabile, dove un solo bagliore di luna sbiadisce tra le nubi, mentre il manto color ruggine di Giuditta evoca il palpito della tenda di Oloferne intrisa di sangue. L’opera unisce una vena neomanierista a reminiscenze sartesche (evidente nel gesto della serva), aprendosi allo stesso tempo a suggestioni di vanitas condivise con Salvator Rosa e Bernardo Strozzi. In questo dipinto, il classicismo degli anni Trenta cede il passo a un Barocco inquieto e aspramente pittorico. La forza dell’opera è tale da essere stata persino scelta da Giorgio Barberio Corsetti come scenografia per la «Tosca» del 68mo Maggio Musicale Fiorentino diretto da Zubin Mehta nel 2005.
Di segno opposto, per misura e tecnica ma non per intensità espressiva, è il ritratto su pergamena raffigurante la «Granduchessa Vittoria della Rovere nelle vesti di Sant’Elena», restituita di recente al catalogo di Caterina Angiola Pierozzi. Allieva dello zio Fra Manetto, Pierozzi fu tra le rare donne ammesse all’Accademia del Disegno prima del Settecento e protetta di punta della corte medicea.
Fino ad oggi, era conosciuta soltanto un’altra opera di Pierozzi, oggi conservata presso la National Gallery of Art di Washington. Il presente ritratto costituisce dunque un’aggiunta di straordinaria rarità al suo esiguo corpus noto, resa ancora più affascinante dal soggetto. Vittoria dedicò particolare attenzione all’educazione e al sostegno economico delle donne, e il suo entourage comprendeva diverse importanti artiste, tra cui Giovanna Garzoni. Il ritratto offre così uno sguardo affascinante sulle reti del mecenatismo femminile alla corte dei Medici, riunendo una rarissima artista donna e la sua illustre patrona.
Il ritratto mostra la granduchessa vedova, iconograficamente legata alle reliquie della Vera Croce, ricevute dalla granduchessa Maria Maddalena von Hapsburg, accanto a una croce imponente, avvolta in satin bianco. Attraverso una tecnica raffinata basata su un minuscolo punteggio ad acquarello accostato a tratteggi a piuma e inchiostro, l’artista restituisce un ritratto al contempo autorevole e di straordinaria vivacità. La presenza della corona imperiale chiusa suggerisce una datazione successiva al febbraio 1691, quando il re di Spagna ed elevazioni imperiali concessero dignità reale al figlio Cosimo III: un dettaglio che renderebbe l’opera, con ogni probabilità, l’ultimo ritratto dal vivo eseguito per la granduchessa Vittoria.
Francesco Furini, «Giuditta e Abra con la testa di Oloferne», 1642
Caterina Angiola Pierozzi, «Granduchessa Vittoria della Rovere nelle vesti di Sant’Elena»
Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
Nato all’interno del programma «Candiolo Cares», volto a migliorare la qualità della vita dei pazienti e dei loro caregiver, il progetto, sostenuto da Gruppo Building e realizzato in collaborazione con Gallerie d’Italia e Intesa Sanpaolo, vede una sinergia d’eccezione tra la Fondazione Allegra Agnelli e la Fondazione Merz
«La nostra prima iniziativa volta a rendere omaggio alle figure più influenti nel panorama dell’arte contemporanea», nelle parole che il caporedattore Sam Jacobs ha utilizzato per presentare il numero che uscirà il 28 settembre, sulla cui copertina figura la pittrice Amy Sherald fotografata da Tyler Mitchell
Al nucleo centrale progettato da Renzo Piano si aggiungono tre edifici firmati dall’architetto svizzero Peter Zumthor, spazi ricavati da strutture storiche restaurate e un parco che quasi raddoppia la propria estensione originale
Entro il 2030 sarà portato a termine il progetto di ristrutturazione proposto dall’architetta messicana Frida Escobedo, prima donna ad assumere un simile incarico nei 156 anni di storia del museo: oltre 38.400 metri quadrati distribuiti su cinque piani in cui un approccio contemporaneo dialogherà con gli standard di fine Ottocento del nucleo originale



