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Veduta in quota della carpenteria lignea della Basilica di Santa Croce a Firenze. Uno sguardo ravvicinato alla struttura delle capriate, dell’orditura e dell’apparato decorativo che caratterizza la copertura

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Veduta in quota della carpenteria lignea della Basilica di Santa Croce a Firenze. Uno sguardo ravvicinato alla struttura delle capriate, dell’orditura e dell’apparato decorativo che caratterizza la copertura

Scoperto un sistema medievale di protezione dalle infiltrazioni d’acqua per la Basilica di Santa Croce a Firenze

Da una diagnosi completa delle coperture lignee della celebre chiesa fiorentina, condotta dal Cnr e dall’Opera di Santa Croce, è emerso un sofisticato metodo di ventilazione naturale

Valeria Sermonti

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A Firenze è stata effettuata la prima diagnosi completa delle coperture lignee di Santa Croce. La ricerca, condotta dal Cnr-Ibe (cioè l’Istituto per la BioEconomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche) e dall’Opera di Santa Croce, nell’ambito dei progetti «Cobalto» e «Palco» finanziati dalla Regione Toscana e cofinanziati dall’Opera stessa, ha passato in rassegna materiali, tecniche costruttive e stato di conservazione delle strutture, ripercorrendo una storia secolare di manutenzioni e trasformazioni.

Eretta tra il 1295 e il 1385 per la comunità francescana fiorentina, la Basilica di Santa Croce è una delle maggiori chiese francescane d’Italia. Misura 115 metri di lunghezza e 38 di larghezza, e accoglie al suo interno un patrimonio storico e artistico celebre in tutto il mondo. Meno conosciute, ma altrettanto importanti da un punto di vista costruttivo, sono le coperture: la navata centrale è sormontata da un tetto sorretto da 31 capriate «all’italiana», poste a circa 35 metri dal suolo e capaci di coprire una luce di circa 20 metri. A queste si aggiungono le strutture delle navate laterali, del transetto e delle cappelle, che insieme costituiscono un sistema articolato.

«Tra i risultati più significativi emerge la documentazione di un sofisticato sistema di ventilazione naturale, concepito dai costruttori medievali per favorire l'asciugatura del legno in caso di infiltrazioni d’acqua», ha dichiarato Nicola Macchioni del Cnr-Ibe, che ha coordinato le attività con la collaborazione delle colleghe di istituto Margherita Vicario e Margherita Franchi. «Una soluzione che testimonia la profonda conoscenza del materiale da costruzione e che ha contribuito in modo determinante alla conservazione delle strutture fino ai giorni nostri. L’indagine ha inoltre consentito di ricostruire la provenienza dei principali legnami impiegati. L’abete bianco, utilizzato per gli elementi di maggiori dimensioni proveniva dalle foreste dell’alto bacino dell’Arno, tra Casentino e Mugello, mentre legnami come il castagno, impiegati in elementi più piccoli, arrivavano dalle aree collinari circostanti Firenze, testimonianza di una filiera del legno già fortemente integrata con il territorio toscano».

Con l’impiego di rilievi geometrici, identificazione delle specie, valutazioni delle caratteristiche meccaniche e analisi dello stato di conservazione dei materiali, i ricercatori hanno quantificato in circa 530 metri cubi il volume del legname presente nelle coperture della Basilica e hanno analizzato centinaia di elementi strutturali, documentandone qualità, criticità e tracce degli interventi effettuati nel tempo. «L’impiego di piattaforme aeree, strumenti diagnostici non invasivi, trapani strumentati ed endoscopi digitali ha consentito di esaminare anche le parti non direttamente accessibili e di acquisire dati sulla presenza di eventuali degradi causati da insetti e funghi, sui livelli di umidità e sulle caratteristiche dei collegamenti strutturali, compresi quelli introdotti durante restauri e manutenzioni», ha aggiunto Macchioni.

Valeria Sermonti, 15 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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