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Scoperto un raro mosaico con il giovane dio del fiume Eurimedonte

Ad Aspendos, nell’odierna provincia turca di Antalya, gli scavi lungo l’antica Via del Teatro hanno restituito un mosaico del III secolo d.C. con la personificazione giovanile dell’Eurimedonte, il fiume da cui dipendevano agricoltura, commerci e prosperità urbana. Il ritrovamento amplia l’immagine di una città conosciuta soprattutto per il suo celebre teatro e restituisce il rapporto tra acqua, identità civica e cultura figurativa nell’Anatolia romana. 

Ginevra Borromeo

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Aspendos è entrata nell’immaginario archeologico soprattutto attraverso il suo teatro, uno dei monumenti romani meglio conservati del Mediterraneo. Ma la città antica era molto più di quella straordinaria macchina per lo spettacolo. A ricordarlo è ora un raro mosaico del III secolo d.C., riemerso durante gli scavi nell’area della Via del Teatro, il percorso che collegava l’acropoli al grande edificio scenico. Al centro della composizione compare una figura maschile giovane, semisdraiata accanto a un’anfora dalla quale sgorga acqua, con canne tra i capelli e nella mano e pesci che nuotano intorno a lui. Gli archeologi l’hanno identificata come il giovane Eurimedonte, personificazione del fiume che scorreva accanto alla città e che oggi prende il nome di Köprüçay.

Il ritrovamento proviene dalla cosiddetta Piazza Est, in un’area compresa tra la piazza stessa e le mura orientali di Aspendos. La struttura interessata dagli scavi misura circa 6 per 25 metri; finora ne è stata esplorata soltanto una porzione di circa 6 per 7,5 metri e il pavimento musivo sembra proseguire nelle sezioni ancora sepolte. Le prime indagini suggeriscono che l’edificio fosse stato realizzato all’inizio del III secolo come piscina o comunque come struttura strettamente connessa all’acqua. Dopo il terremoto del 262 d.C. sarebbe stato suddiviso mediante muri interni, registrando anche materialmente le trasformazioni imposte alla città da quell’evento sismico.

Il mosaico conservato è articolato in due pannelli principali. Il primo presenta una decorazione geometrica, il secondo ospita la scena figurativa con Eurimedonte. La scelta del soggetto non appare casuale. Nella cultura figurativa greco-romana i fiumi venivano frequentemente personificati come divinità maschili, spesso distese accanto a recipienti da cui sgorga acqua e accompagnate da elementi vegetali o animali. Ad Aspendos, però, questa iconografia assume una dimensione strettamente civica e territoriale. Eurimedonte non è un generico simbolo acquatico: è il fiume della città, la risorsa che ne alimentava i campi, ne collegava l’entroterra alle rotte mediterranee e contribuiva in modo decisivo alla sua economia.

Il dato rende particolarmente interessante il carattere giovanile della figura. Il repertorio classico conosce numerose personificazioni fluviali mature e barbute, spesso costruite secondo una monumentalità quasi cosmica. Qui l’Eurimedonte sembra invece assumere un aspetto più giovane, vitale, direttamente legato all’idea di flusso, fertilità e rinnovamento. Le canne, i pesci e l’anfora versante insistono sulla stessa associazione: l’acqua come elemento produttivo, capace di mettere in relazione paesaggio, alimentazione e prosperità urbana. La qualità tecnica del mosaico rafforza il valore del ritrovamento. Il Ministero turco della Cultura e del Turismo segnala l’impiego di tessere di piccole dimensioni, utilizzate per ottenere passaggi cromatici raffinati e una modellazione accurata della figura. Le proporzioni, la ricchezza dei dettagli e l’equilibrio tra scena figurativa e decorazione geometrica attestano una committenza di livello e una produzione musiva pienamente inserita nel linguaggio artistico dell’Anatolia romana. Secondo il Ministero, rappresentazioni di questo tipo dei fiumi sono relativamente rare nel repertorio musivo regionale, circostanza che attribuisce al pavimento un particolare rilievo scientifico.

Il confronto inevitabile è con i grandi centri della produzione musiva anatolica, da Zeugma in avanti, dove miti, personificazioni e scene acquatiche raggiunsero livelli tecnici e figurativi notevoli. Aspendos introduce tuttavia una specificità diversa: qui la figura mitologica coincide direttamente con una componente del territorio e con una delle condizioni materiali della ricchezza urbana. Il mosaico diventa così una forma di autorappresentazione della città. Attraverso il corpo del dio, Aspendos rappresenta la propria acqua, il proprio paesaggio e, indirettamente, la propria prosperità. Questo rapporto risulta ancora più evidente se il ritrovamento viene collocato nel sistema urbano complessivo. Aspendos disponeva di un apparato idraulico di grande complessità, di cui gli imponenti acquedotti costituiscono ancora oggi una delle testimonianze più rilevanti. Teatro e acquedotto sono inseriti dal 2015 nella Tentative List turca per il Patrimonio mondiale Unesco, proprio perché documentano la capacità tecnica e architettonica raggiunta dalla città in età romana. Il nuovo mosaico aggiunge a questa storia infrastrutturale una dimensione figurativa: l’acqua che gli ingegneri portavano nella città viene trasformata dagli artisti in divinità.

È un passaggio tutt’altro che secondario. Nel mondo romano le infrastrutture non erano separate dall’immaginario religioso e politico. Acquedotti, fontane, ninfei e terme partecipavano alla rappresentazione pubblica della città e del suo benessere. La personificazione del fiume collocata in una struttura legata all’acqua appartiene alla stessa logica. La risorsa naturale viene tradotta in immagine e diventa parte del linguaggio con cui la comunità definisce se stessa. La scoperta contribuisce inoltre a spostare l’attenzione archeologica da una lettura monumentale di Aspendos, dominata inevitabilmente dal teatro, a una conoscenza più articolata della vita urbana. Strade, piazze, strutture idriche, pavimenti, apparati decorativi e trasformazioni successive al terremoto permettono di ricostruire una città nella quale gli edifici celebri erano inseriti in una trama molto più vasta di spazi quotidiani e rappresentativi.

Ginevra Borromeo, 26 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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