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Intatte dopo 3mila anni: dal lago di Bolsena riemergono antiche spighe di farro

Nel sito sommerso di Gran Carro gli archeologi hanno recuperato spighe di farro conservate all'interno di recipienti ceramici e interpretate come offerte rituali. La campagna subacquea 2026 rafforza inoltre l'attribuzione di una fase dell'insediamento al periodo protovillanoviano, tra la fine dell'Età del Bronzo e l'inizio dell'Età del Ferro. Ceramiche, strutture lignee, resti vegetali e un raro frammento tessile stanno ricostruendo uno dei contesti preistorici più singolari dell'Italia centrale.

Ginevra Borromeo

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Sono rimaste per oltre tremila anni sul fondo del lago di Bolsena, ancora custodite all'interno dei recipienti nei quali erano state deposte. Le spighe di farro recuperate dagli archeologi nell'insediamento sommerso di Gran Carro rappresentano uno dei ritrovamenti più significativi della campagna di scavo subacqueo 2026: resti vegetali eccezionalmente conservati che, secondo l'interpretazione degli studiosi, non costituivano una semplice riserva alimentare, ma offerte collocate intenzionalmente in un'area destinata ad attività rituali. Il ritrovamento proviene dalla zona conosciuta come «Aiola», una grande concentrazione di pietre vulcaniche associata alla presenza di sorgenti termali sommerse, da tempo al centro delle ricerche sul sito.

Gli oggetti rinvenuti sul tumulo e nelle aree circostanti, alcuni dei quali confrontabili con materiali presenti nei corredi funerari villanoviani, hanno progressivamente rafforzato l'ipotesi che questo settore di Gran Carro avesse una funzione sacra o cultuale. La scoperta delle spighe ancora contenute nei vasi aggiunge ora un elemento particolarmente concreto: a essere sopravvissuto non è soltanto l'oggetto archeologico, ma la relazione originaria tra recipiente, contenuto e luogo di deposizione, quasi la traccia materiale di un gesto compiuto oltre tre millenni fa. A rendere possibile una conservazione tanto rara sono state le particolari condizioni del fondale del lago, dove l'ambiente saturo d'acqua ha preservato materiali organici destinati normalmente a scomparire nei contesti archeologici terrestri.

Gran Carro conserva infatti centinaia di pali lignei, elementi strutturali e resti vegetali insieme a ceramiche e manufatti, restituendo una consistenza materiale insolita per un insediamento protostorico. La campagna 2026, diretta dal Servizio di Archeologia Subacquea della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l'Etruria meridionale nell'ambito di un programma triennale finanziato dal Ministero della Cultura, sta però producendo risultati rilevanti anche sul piano cronologico. Diversi recipienti recuperati durante le ultime indagini sono infatti attribuibili all'ultima Età del Bronzo e attesterebbero in maniera più definita una fase protovillanoviana dell'insediamento. Il dato consente di arretrare la storia documentata di Gran Carro rispetto alla sua più conosciuta frequentazione della prima Età del Ferro e di osservare il sito durante una fase decisiva della protostoria dell'Italia centrale, nella transizione verso la cultura villanoviana. Al quadro si aggiungono i grandi elementi lignei che stanno emergendo alla base dell'Aiola, alcuni dei quali proseguono al di sotto delle pietre di copertura.

Funzione e cronologia restano da determinare e proprio il loro rapporto con la struttura potrebbe chiarire ulteriormente le diverse fasi di sviluppo dell'area e stabilire se la sua destinazione rituale sia stata preceduta da costruzioni più antiche. Nella stessa campagna è stato inoltre recuperato il primo frammento tessile conservato proveniente dall'insediamento: fino a oggi erano note testimonianze della lavorazione tessile, ma non era sopravvissuto un vero frammento di tessuto. Legno, ceramica, fibre e resti vegetali stanno così componendo un archivio materiale particolarmente articolato, capace di documentare contemporaneamente architettura, alimentazione, attività produttive e pratiche rituali delle comunità che abitarono le rive del lago. 

Le indagini, alle quali partecipano archeologi subacquei de L'Anfora Archeologia Mare Ambiente e restauratori del CSR Restauro Beni Culturali, con il contributo dell'Istituto Centrale per il Restauro nel monitoraggio dei fragili materiali lignei e ceramici, stanno progressivamente trasformando Gran Carro in un osservatorio privilegiato sulla lunga transizione tra Età del Bronzo ed Età del Ferro. Ed è proprio la conservazione della materia più fragile a rendere il sito eccezionale: accanto alle strutture e ai manufatti, sopravvivono elementi della vita quotidiana e rituale che raramente attraversano tre millenni.

Ginevra Borromeo, 19 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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