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Credito: Andrei Astafyev – Aspabota

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Credito: Andrei Astafyev – Aspabota

Scoperte delle «scarpe d’oro» di una nobildonna (di 1.500 anni fa) nel Mar Caspio

Nella penisola di Mangyshlak, in Kazakistan, lo studio di una sepoltura del V-VI secolo d.C. ha restituito il corredo di una giovane donna dell’élite con scarpe, cintura e copricapo rivestiti d’oro. Più che un segno di ricchezza individuale, la tomba apre una finestra sulle reti commerciali e culturali del Mar Caspio, dove artigiani locali, comunità nomadi e merci provenienti da Bisanzio, Persia, Asia centrale e Cina si incontravano già 1.500 anni fa.

Ginevra Borromeo

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Non erano probabilmente scarpe destinate a essere indossate nella vita quotidiana. Le fibbie non sembrano avere avuto neppure tutti gli elementi necessari al loro normale funzionamento. Eppure proprio questa apparente inutilità costituisce uno degli aspetti più interessanti della scoperta. Circa 1.500 anni fa, una giovane donna venne sepolta sulle coste orientali del Mar Caspio indossando un elaborato costume cerimoniale nel quale scarpe, cintura e copricapo erano ricoperti da sottili elementi dorati. Un abito costruito per rappresentare uno status, forse appositamente concepito per accompagnarla nell’aldilà.

La sepoltura proviene dal cimitero di Karakabak, nella penisola di Mangyshlak, vicino all’attuale Aktau, nel Kazakistan occidentale. Portata alla luce nel 2019 e successivamente studiata dagli archeologi Andrei Astafyev ed Evgeny Bogdanov, appartiene alla seconda metà del V o alla prima metà del VI secolo d.C., una fase complessa della storia delle steppe eurasiatiche successiva alla grande espansione unna. Il corredo viene ricondotto dagli studiosi al cosiddetto orizzonte di Shipovo, associato al mondo tardo e post-unnico. L'espressione «scarpe d'oro», naturalmente, richiede una precisazione. Non si tratta di calzature realizzate interamente nel metallo prezioso: delle parti organiche sono rimasti soprattutto rivestimenti e finiture in lamina d'oro, applicati originariamente a fibbie ed elementi probabilmente realizzati in legno o altri materiali deperibili. Il risultato doveva comunque essere di forte impatto visivo, soprattutto perché le calzature costituivano soltanto una parte di un apparato funerario assai più articolato.

La donna indossava infatti un copricapo cerimoniale composto da un mantello ornato da placche circolari d'oro e da una fascia di tessuto rosso sulla quale erano applicati elementi decorativi. Al centro della fronte compariva una placca che richiama la forma del gorgoneion ellenistico, mentre altri ornamenti lignei rivestiti d'oro sembrano recuperare motivi riconducibili a tradizioni scitiche più antiche. Le fibbie assumevano invece la forma di rapaci stilizzati ad ali spiegate. In un unico costume sembrano così sovrapporsi repertori provenienti da epoche e aree culturali differenti. È precisamente questo carattere composito a rendere la tomba particolarmente significativa: l'abbigliamento della defunta diventa una sorta di mappa materiale delle connessioni che attraversavano il Caspio nella tarda antichità.

Un dettaglio individuato dagli archeologi modifica inoltre l'interpretazione dell'intero corredo. Le fibbie delle scarpe e della cintura non sembrano essere state progettate per un normale utilizzo: mancano alcuni degli elementi necessari al fissaggio. L'ipotesi è quindi che fossero state prodotte specificamente per il funerale. Più che documentare fedelmente il modo in cui la donna si vestiva in vita, la sepoltura metterebbe in scena l'immagine attraverso la quale la sua comunità voleva rappresentarla nella morte. Le «scarpe d'oro» potrebbero essere il prodotto di un'industria locale del lusso capace di rifornire le élite delle comunità nomadi e seminomadi dell'area aralo-caspica, assimilando tecnologie, forme e iconografie provenienti da territori lontani.

Scoperto nel 2006, l'insediamento fu frequentato approssimativamente tra il I e il VI secolo d.C. e le ricerche dell'Istituto di Archeologia A.Kh. Margulan stanno progressivamente delineando il profilo di un importante centro produttivo e commerciale sulle coste orientali del Mar Caspio. La sua posizione permetteva di intercettare collegamenti terrestri e marittimi tra Asia centrale, Caucaso settentrionale, bacino del Volga e Urali meridionali. A raccontarne l'ampiezza geografica sono soprattutto le monete. Nel sito ne sarebbero state recuperate oltre 150, provenienti o riconducibili a sistemi monetari della Partia, dell'antico Khorezm, della Sogdiana, dell'Iran sasanide, dell'area kushano-sasanide, dell'Impero bizantino e persino della Cina. Una concentrazione che rende difficile continuare a considerare questa porzione del Caspio come una periferia del mondo antico. Karakabak sembra piuttosto essere stata una cerniera tra mondi differenti. Attraverso la regione transitavano merci, tecnologie, metalli, monete e modelli iconografici; le comunità locali li assimilavano e rielaboravano secondo proprie tradizioni. Anche le necropoli restituiscono una popolazione culturalmente composita: alcune pratiche funerarie sembrano mostrare rapporti con tradizioni zoroastriane, altre conservano elementi riconducibili al mondo nomade tardo-sarmatico. Il quadro mette in discussione una lettura ancora troppo lineare delle antiche vie commerciali eurasiatiche. La cosiddetta Via della Seta non fu un'unica arteria che collegava Oriente e Occidente, bensì un sistema mutevole di itinerari terrestri e marittimi, nodi intermedi, mercati regionali e reti secondarie. Il Caspio rappresentava uno dei punti nei quali queste geografie potevano incontrarsi.

Ginevra Borromeo, 22 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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