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Riccardo Deni
Leggi i suoi articoliIl Mediterraneo continua a restituire pagine ancora sconosciute della propria storia. Al largo di Mazara del Vallo, nel Canale di Sicilia, è stato individuato un relitto romano di circa duemila anni fa che gli archeologi considerano tra le più importanti scoperte dell'archeologia subacquea italiana degli ultimi anni. Non si tratta soltanto del recupero di alcune anfore, ma dell'identificazione di un intero contesto archeologico rimasto indisturbato sul fondale marino per quasi venti secoli.
L'imbarcazione, lunga circa ventuno metri e larga sei, giace a circa quarantacinque metri di profondità. Attorno allo scafo sono conservate centinaia di anfore da trasporto, insieme a due ancore e a un tubo di piombo, elementi che permetteranno di ricostruire con maggiore precisione caratteristiche dell'imbarcazione, natura del carico e dinamiche del naufragio. La scoperta nasce dall'intuizione di due appassionati del mare. Durante un'attività di ricognizione dei fondali con tecnologia sonar, il pescatore subacqueo Giacomo De Mola e Igor Bisulli avevano individuato quella che sembrava una semplice formazione rocciosa. Avvicinandosi, hanno compreso di trovarsi davanti a qualcosa di completamente diverso: un'estesa concentrazione di anfore adagiate sul fondale. La segnalazione immediata alla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana ha permesso di avviare le verifiche con il Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Palermo, il Nucleo Carabinieri Subacquei di Messina e il supporto della motovedetta dei Carabinieri di Trapani.
Il sopralluogo ha confermato il valore eccezionale del ritrovamento. Il sito è stato immediatamente classificato come area archeologica subacquea di particolare interesse e sarà ora oggetto di una lunga campagna di documentazione, rilievo e studio scientifico, finalizzata a ricostruire il contesto originario e a predisporre le necessarie misure di tutela. Per il ministro della Cultura Alessandro Giuli si tratta di «una delle più importanti scoperte archeologiche subacquee degli ultimi anni». Il valore del ritrovamento risiede soprattutto nella possibilità di studiare il relitto nel suo insieme, senza alterarne immediatamente la disposizione originaria. L'archeologia subacquea contemporanea privilegia infatti la conservazione del contesto rispetto al recupero dei singoli reperti, considerati parte di un sistema di informazioni molto più ampio.
La scoperta porta anche la firma di Giacomo De Mola, tra i più noti apneisti italiani. Marchigiano, atleta del Komaros Sub Ancona e pluricampione mondiale di pesca in apnea, De Mola stava effettuando una ricognizione dei fondali in vista del Campionato italiano assoluto quando, insieme al collaboratore Igor Bisulli, ha individuato un'anomalia attraverso il sistema sonar StructureScan. Quella che appariva come una semplice formazione rocciosa si è rivelata invece un relitto romano rimasto indisturbato per quasi duemila anni. La lunga esperienza maturata nella lettura dei fondali e nella navigazione subacquea si è rivelata decisiva per riconoscere l'eccezionalità del ritrovamento.
Il comportamento di De Mola rappresenta anche un esempio virtuoso di collaborazione tra cittadini e istituzioni. Dopo avere documentato il sito, lui e Bisulli hanno immediatamente avvisato la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, condividendo il materiale raccolto con l'archeologo subacqueo Fabio Portella, che ha coordinato la prima fase di documentazione scientifica. Da quella segnalazione è scattato il sopralluogo congiunto dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale, del Nucleo Subacquei di Messina e della Soprintendenza, che ha portato all'identificazione ufficiale del nuovo sito archeologico. «Pensavo fosse uno scoglio. Mi sono avvicinato ancora e mi si è fermato il cuore», ha raccontato De Mola. «Sotto di me c'era un'immensa distesa di anfore. È difficile spiegare cosa si prova pensando di essere tra i primi esseri umani, dopo quasi venti secoli, a rivedere quel luogo».
Il Canale di Sicilia rappresentava uno dei principali corridoi commerciali del Mediterraneo romano. Attraverso queste acque transitavano navi cariche di vino, olio, derrate alimentari e manufatti dirette verso Roma, il Nord Africa, la Spagna e il Mediterraneo orientale. Un relitto conservato in queste condizioni può offrire dati preziosi sulle rotte commerciali, sulle tecniche costruttive navali, sulla produzione delle anfore e sulle reti economiche che collegavano le province dell'Impero.
Emblematica è anche la dinamica della scoperta. Ancora una volta, l'individuazione di un sito archeologico nasce dalla collaborazione tra cittadini, ricercatori e istituzioni, dimostrando quanto il patrimonio sommerso dipenda da una rete condivisa di competenze e responsabilità. Nei prossimi mesi gli archeologi procederanno con rilievi tridimensionali, documentazione fotografica e analisi dei materiali, cercando di stabilire provenienza del carico, cronologia del naufragio e destinazione dell'imbarcazione. È probabile che solo una parte dei reperti venga recuperata, mentre il sito potrebbe essere preservato come archivio archeologico sottomarino, secondo le più aggiornate pratiche internazionali di conservazione.
Riccardo Deni
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