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Rosalba Cignetti
Leggi i suoi articoliVento, luce, acqua, elettricità, tempo geologico. Da oltre mezzo secolo l’arte contemporanea ha continuato a lavorare non tanto sulla loro rappresentazione, quanto sulla loro natura fisica. A partire dagli anni Sessanta, con la Land Art, molti artisti spostano il proprio lavoro dal museo al paesaggio, facendo dei fenomeni naturali i materiali dell’opera stessa: Walter De Maria, con The Lightning Field (1977), concepisce un’installazione che vive in relazione ai fulmini e alle condizioni atmosferiche del deserto del New Mexico; Andy Goldsworthy realizza interventi affidati all’azione di vento, acqua, ghiaccio e maree; Ned Kahn rende visibili le correnti d’aria attraverso grandi installazioni cinetiche mosse esclusivamente dal vento.
Oggi quella stessa ricerca prosegue con tecnologie capaci di registrare e tradurre i fenomeni naturali in varie forme percettive: sensori, sistemi di rilevazione, algoritmi e dati ambientali diventano strumenti con cui gli artisti trasformano processi normalmente invisibili in esperienze di luce, suono e interazione. «Rendering the Invisible» è la prima mostra istituzionale italiana di SPLACES.STUDIO, studio internazionale di art & science diretto da Ekaterina Chistyakova, con Andy Shibanov come lead artist, che lavora tra arte pubblica, ricerca scientifica e nuove tecnologie. Curata da Khristina Ots e aperta fino al 17 ottobre al MAC,N di Monsummano Terme, la mostra sviluppa questa ricerca attraverso dieci installazioni.
Nel parco Saulux, una scultura luminosa e sonora costruita in salice intrecciato, reagisce al vento trasformandone il movimento in luce e suono, poco distante da una grande pietra risponde in modo diverso a ogni contatto del visitatore. All’interno del museo, invece, le opere prendono forma dalle reti radicali delle piante, dai campi elettrici utilizzati da alcune specie di pesci per orientarsi, dai tronchi modellati dall’acqua e perfino dalle variazioni di colore e luminosità del cielo. Sono alcune opere del progetto suddiviso tra il parco di Villa Renatico Martini e gli spazi interni del museo. All’esterno sono installate quattro grandi sculture interattive; all’interno sei opere, quattro delle quali presentate per la prima volta. Fondato a Malta nel 2023, SPLACES.STUDIO è un collettivo formato da artisti, programmatori, ingegneri e ricercatori. Il gruppo lavora su installazioni che utilizzano sensori, algoritmi, suono e dati ambientali, utilizzando la tecnologia per tradurre fenomeni che normalmente non percepiamo direttamente.
© SPLACES.STUDIO
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Le sculture all’aperto reagiscono al vento, alla luce, alla presenza del pubblico e alle condizioni ambientali. Tra queste, Saulux, realizzata tra il 2024 e il 2025 da Andy Shibanov, Nikita Boyakov, Vsevolod Krassa ed Egor Nevzorov, è costruita con salice intrecciato, LED, sensori ed elettronica e si ispira alle canne delle zone umide. Il vento, le vibrazioni e il contatto dei visitatori vengono tradotti in una composizione di luce e suono in continua trasformazione. Già presentata nel 2025 a i Light Singapore con lo stesso meccanismo interattivo, a Monsummano l’opera è accompagnata da una nuova composizione sonora, realizzata a partire da registrazioni raccolte negli ecosistemi palustri e rielaborate attraverso sistemi generativi. Concepito in dialogo con il paesaggio locale, il nuovo paesaggio sonoro richiama l’importanza storica delle zone umide in questa parte della Toscana e gli ecosistemi palustri ancora presenti nelle aree naturali protette della regione. Nidum è un grande nido di tre metri e mezzo intrecciato a mano con rami di salice. Fa parte di una serie con cui SPLACES.STUDIO riflette sull’idea della Terra come casa condivisa tra esseri umani e altre specie. Per la mostra di Monsummano la scultura è accompagnata da un nuovo ambiente sonoro e il suo comportamento varia nell’arco della giornata, sincronizzandosi con i ritmi circadiani degli uccelli: luce e suono si fanno più attivi al mattino e alla sera, quando maggiore è l’attività degli uccelli, mentre durante il giorno e la notte diventano più discreti. L’opera invita così a sperimentare l’ambiente secondo il ritmo e la percezione temporale di un’altra specie. The Stone That Lives with Memories sposta l’attenzione al tempo geologico, è una grande pietra italiana trasformata in una scultura sonora interattiva. Sfiorare la superficie, appoggiare il palmo o battere con le nocche produce risposte differenti: ogni gesto attiva una diversa composizione di suoni che richiamano il ghiaccio che si frattura, le rocce in movimento, la sabbia trasportata dal vento o risonanze minerali, evocando i processi millenari che hanno modellato la terra nel corso del tempo. Al fulmine e alla conduzione di elettricità è dedicata Sky Current. Esposta per la prima volta, la scultura reagisce alla presenza del pubblico modificando luce e suono. Da lontano genera un ambiente acustico costruito su scariche sintetiche; avvicinandosi entrano nella composizione registrazioni di campi elettromagnetici raccolte con uno speciale microfono. Se il visitatore rimane accanto all’opera per oltre un minuto, anche la composizione sonora cambia: le scariche rallentano e lasciano spazio a un ambiente più denso e stratificato.
© SPLACES.STUDIO
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Dentro il museo l’orizzonte si sposta verso processi biologici e forme di percezione non umane. What Grows in the Dark, per esempio, nasce da radici cresciute da semi di cereali raccolti in Toscana. Una proiezione ne segue la trama, mentre la componente sonora deriva da registrazioni del legno elaborate digitalmente. Il punto di partenza sono le reti micorriziche, le associazioni tra funghi e apparati radicali attraverso cui le piante scambiano acqua, nutrienti e altre sostanze. L’opera trasforma questo sistema invisibile di connessioni in un’esperienza visiva e sonora, portando alla superficie un’attività sotterranea. Electric Convergence prende invece spunto dai pesci debolmente elettrici. Alcune specie producono un campo elettrico e ne percepiscono le alterazioni per orientarsi e riconoscere ciò che le circonda. L’installazione utilizza registrazioni sperimentali della loro attività bioelettrica, trasformandole in immagini e suoni. Driftwood è composto da frammenti di legno modellati dall’acqua trasformati in oggetti interattivi. Al contatto, la luce si diffonde lungo la superficie e il suono cambia, grazie a speciali sensori. In Skywave è invece il cielo a diventare materia dell’opera: un algoritmo analizza colore, luminosità, densità e movimento delle nuvole e li traduce in una composizione sonora in continua evoluzione. Lo schermo è inserito in una struttura di rami d’ulivo, come se il cielo fosse osservato attraverso la chioma di un albero. Se le opere analizzate finora hanno cercato di dare forma a fenomeni esistenti, ma non direttamente percepibili dall’uomo, Black Nidum si rivolge invece a ciò che è scomparso: un nido, rivestito con una vernice ultra-opaca diventa il supporto di una composizione costruita sulle registrazioni di quattordici specie di uccelli estinte. Un sistema di machine learning ne ricompone continuamente i richiami, lavorando sulle tracce sonore rimaste negli archivi, come il kauaʻi ʻōʻō, il corvo hawaiano (scomparso allo stato selvatico) e altre specie registrate da ornitologi, musei e archivi sonori.
La mostra evita uno dei limiti più ricorrenti dell’arte tecnologica, dove il dispositivo finisce spesso per prevalere sull’opera. In Rendering the Invisible, software, algoritmi e sistemi di rilevazione rimangono strumenti al servizio di una ricerca che prende forma a partire da fenomeni naturali e processi scientifici. Il risultato è un equilibrio raro, nel quale la componente tecnologica non si sostituisce alla costruzione artistica, ma ne amplia le possibilità espressive. Una distinzione non secondaria, che tiene la ricerca scientifica e la ricerca artistica sullo stesso piano, senza che l’una finisca per oscurare l’altra.
© SPLACES.STUDIO
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Rosalba Cignetti
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