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Giorgio Valentini
Leggi i suoi articoliTre nomi, incisi nella pietra e sopravvissuti per secoli. Tutti riconducibili al profeta Maometto, ripetuti attorno a una stella a otto punte su un frammento di decorazione architettonica appena riemerso ad Ani, nell’Anatolia orientale. Non è rimasta che metà della lastra, ma quanto basta per restituire un’immagine della devozione, del gusto ornamentale e delle pratiche funerarie dell’epoca selgiuchide.
Il reperto è stato trovato nella necropoli selgiuchide dell’antica città, dove gli scavi proseguono dal 2021. Lungo 51 centimetri e largo 21, il blocco è lavorato a rilievo e presenta al centro un motivo stellare, racchiuso da una sequenza di caratteri cufici. In origine, secondo gli studiosi, il nome del profeta compariva per sei volte: la perdita di una parte della pietra ne ha cancellate tre, lasciando però intatto il dialogo fra geometria, scrittura e materia.
È proprio questa combinazione a rendere l’oggetto particolarmente significativo. La calligrafia non appare qui come semplice testo, ma diventa ornamento e parte integrante dell’architettura. Gli archeologi ritengono che la lastra appartenesse infatti a uno dei mausolei della necropoli, dove la decorazione contribuiva a definire lo spazio dedicato alla memoria dei defunti. Un linguaggio visivo destinato a esprimere contemporaneamente fede e prestigio, diffuso in diversi monumenti dell’Anatolia medievale.
Il ritrovamento illumina così un capitolo della storia di Ani, città posta lungo importanti rotte commerciali e segnata dalla presenza di comunità e culture diverse. Con la conquista da parte del sultano Alp Arslan nel 1064, Ani entrò in una nuova fase della propria storia e divenne uno dei luoghi chiave dell’affermazione selgiuchide in Anatolia. La sua necropoli è oggi considerata dagli studiosi il più antico cimitero turco-islamico e dei martiri turchi conosciuto nella regione.
Annunciata dal ministro turco della Cultura e del Turismo Mehmet Nuri Ersoy, la scoperta aggiunge dunque una tessera al complesso mosaico di Ani, Patrimonio Unesco dal 2016.
Giorgio Valentini
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